Vincenzo Mantovani.
...
.
...
ANARCHICI ALLA SBARRA.
La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo.
...
.
...
PARTE 2.
...
.
...
2007. Il Saggiatore Edizioni, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
PRESENTAZIONE.
...
.
...
Si tratta della riedizione di un lavoro analitico edito nel lontano 1979 (Rusconi) a cura di un giornalista spinto a questa impresa dall'eco delle bombe di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. I quotidiani di quei giorni riesumavano le vicende del Diana alla ricerca di un precedente atto terroristico di matrice anarchica mentre le indagini sulla strage alla Banca dell'Agricoltura non avevano ancora una direzione precisa. L'attentato del Teatro Diana (Milano, 23 marzo 1921) con i suoi diciotto morti e quasi un centinaio di feriti, equivaleva come conseguenze fisiche a quello appena accaduto. Come ben rileva l'autore, i due eventi avevano un significato profondamente diverso. L'esplosione al Diana fu l'ultimo rantolo disperato e spaventoso della rivoluzione che moriva soffocata dalla reazione e dai tradimenti secondo Carlo Molaschi, anarchico attivissimo nell'infuocato dopoguerra milanese.
...
.
...
PARTE 2.
...
.
...
IL TORTO DI ESSERE BRUTTI E MALVESTITI
...
.
...
Quella notte i rappresentanti del partito socialista e i dirigenti della Camera del lavoro si riunirono negli uffici dell'Avanti! per studiare la situazione. Emersero due posizioni: l'una sostenuta da Repossi, favorevole alla proclamazione di uno sciopero a oltranza; l'altra illustrata da Treves, deciso a far tornare al lavoro gli operai. Quest'ultimo ebbe la meglio. La mattina del 23 giugno i tram ripresero a circolare e gli operai, all'urlo delle sirene, entrarono negli stabilimenti(965).
Vittoriosa a tavolino, la delibera socialista incontrava forti resistenze tra le masse. "Il primo effetto di tale resistenza" scrisse l'Avanti! " stato quello di far ritornare in rimessa, fin dalle prime ore del mattino, le carrozze tramviarie cittadine e poi anche quello di far uscire numerose maestranze dagli stabilimenti."(966)
La tensione riprende a salire. Mentre gli operai, esasperati dai fatti del giorno prima, disobbediscono clamorosamente agli ordini dei loro organismi sindacali(967) - nel pomeriggio l'astensione dal lavoro sar totale(968) - strane cose accadono in vari punti della citt. A un albo del politecnico una mano ignota affigge il seguente avviso:

Si invitano tutti gli studenti ex-ufficiali a trovarsi muniti di tessera questa sera alle 21 precise all'angolo del caff Cova (piazza della Scala) per prestare servizio volontario in Questura.
Milano, 23.6.920.
Il Comitato

N.B. - La Questura fornisce le armi, il servizio  completamente volontario e senza alcun vincolo di durata e continuit(969).

Alcuni di questi "studenti ex-ufficiali", per, non dovevano aver atteso la sera per darsi da fare. Infatti

sin dalle prime ore del giorno le adiacenze di San Fedele e le principali vie del centro pullulavano di gruppetti di studenti (...) e impiegati i quali, accompagnati da agenti investigativi e da guardie regie, scorrazzavano in caccia agli... elementi sovversivi. Con aria spavalda e provocatrice (...) affrontavano e fermavano, con inviti tutt'altro che cortesi, quanti transitavano per quelle strade e con modi bruschi, talvolta addirittura villani, i malcapitati passanti eran sottomessi, in pubblica via, a minuziose perquisizioni. (...) Furono (...) portati [in questura], (...) a frotte, a stormi, numerosissimi proletari che avevano il torto di non girare col colletto inamidato e di andar vestiti dimessamente. In tutto: una quarantina di arrestati, cui si muove l'unica accusa di non aver un bel viso, di aver aspetti poco rassicuranti!(970)

Questa collaborazione tra fascisti (poich gli "studenti ex-ufficiali" altro non sono) e poliziotti suscita le proteste dell'Avanti!:

(...)  cos che l'autorit politica si adopera a ricondurre l'ordine in citt? Col dare mano libera agli elementi che hanno sulla coscienza le cause prime di questo anormale stato di cose? Elementi irresponsabili contro i quali qualsiasi cittadino, che si veda fermato ed arrestato,  padrone di protestare e di reagire con ogni mezzo. Tanto pi che questi signori si vantano d'essere bene armati. Ed  proprio l'autorit politica quella che protegge il cosiddetto "volontariato civile" in barba a qualsiasi legge e in spregio ai diritti di libert che dovrebbero essere uguali per tutti i cittadini?(971)

Ma ancora una volta le cose stanno per precipitare. Alle 10 chi ha bisogno di girare per Milano  costretto ad andare a piedi. Oltre a quella dei tram, sta infatti bloccandosi anche la circolazione delle vetture pubbliche e private. Cos, quando da viale Monza sbuca in piazzale Loreto una carrozza, un gruppo di scioperanti della zona ("uno dei quartieri pi popolari che " dice Flores "un vero covo di malfattori")(972) si fanno avanti per fermarla. Disgrazia vuole che sulla carrozza viaggi un vicebrigadiere dei carabinieri. Armato di pistola e di moschetto, Giuseppe Ugolini arriva da Lambrate per assumere un nuovo comando. "La vista del brigadiere accec quei ribaldi" spiegher il prefetto al ministro dell'interno "che lo costrinsero a scendere dalla vettura e lo ferirono di coltello."(973) Flores non dice che prima i "ribaldi" gli avevano intimato di consegnare le armi, e che solo dopo il suo rifiuto cercarono di farsele dare con la forza.

L'Ugolini, quantunque ferito, si ripar ad un muro ed impugnato il moschetto tir contro gli aggressori, uccidendone uno(974) e ferendone due(975), ma fu subito accerchiato, nuovamente colpito, e [ferito] gravemente alla nuca con un colpo di rivoltella. Cadde al suolo e creduto morto veniva straziato al corpo con il calcio del moschetto, lo svilaneggiarono [sic], lo colpirono con la bicicletta e lo abbandonarono. Fu cos raccolto dai carabinieri che immediatamente sopraggiunsero, e trasportatolo all'ospedale vi giunse cadavere.(976)

Arrivati con alcuni camion e un'autoblindata, i carabinieri non si limitarono a questo ma, dopo aver caricato la folla sparando "all'impazzata", occuparono il circolo socialista di Greco "fracassando tutto e sfogando la loro rabbia belluina contro i vessilli rossi"(977).
Pi o meno alla stessa ora (sono le 10,50 del 23 giugno) squilla il telefono al Grand Hotel di Roma.  in linea Alberto Albertini, del Corriere della Sera di Milano, per il fratello sen. Luigi.

Luigi: Senti, com' la situazione questa mattina?
Alberto: Ieri sera hanno deciso di non fare lo sciopero generale. Questa mattina, invece, i sindacalisti hanno scioperato e hanno fatto rientrare tutti i tram.
Luigi: Ma Malatesta non lo arrestano?
Alberto: No. Hanno arrestato Borghi,
Luigi: Ieri Malatesta, al comizio, ha detto delle cose incendiarie.
Alberto: Lo so, tutti quanti hanno fatto dei discorsi feroci. (...)
Luigi: I morti quanti sono?
Alberto: Finora sono tre. I feriti sono molti e pu essere che qualcuno di questi deceda.
Luigi: I morti li hanno trasportati a Musocco?
Alberto: No. So che si sta preparando una dimostrazione da farsi durante i funerali.
Luigi: Bisognerebbe impedirla. Parlane al prefetto. Che c' d'altro?
Alberto: Niente.
Luigi: E l'asserragliamento entro il Castello Sforzesco  stato grave?
Alberto: No, no, i fatti gravi sono avvenuti in via Dante, via Legnano e, questa notte a mezzanotte, a Porta Venezia, dove hanno cercato di saccheggiare dei negozi(978). Questa mattina non c' niente di grosso.
Luigi: Gli stabilimenti domani riprenderanno il lavoro?
Alberto: Sembrava che stasera dovesse finire lo sciopero ferroviario, ma con questi putiferi non si sa pi cosa avverr.
Luigi: Il contegno della forza pubblica  stato energico?
Alberto: S, s, molto energico e ammirevole.
Luigi: Bisogner dirlo che il contegno  stato ammirevole per prudenza e fermezza, anche per tener su l'autorit. Poi Janni dovrebbe scrivere qualche cosa per questi poveri agenti e commissari che sono stati malmenati.(979)

Il sen. Albertini, cos pieno di premure per gli agenti e i commissari malmenati, non sembra molto turbato dai morti proletari che, tre a quell'ora, nel primo pomeriggio saliranno a cinque. Quello che lo angustia  lo sciopero "selvaggio" seguito all'eccidio, e su questo tema verter anche la conversazione pomeridiana tra i due pilastri del Corriere:

Luigi: Come vanno le cose?
Alberto: Oggi  stato tranquillo. Stasera c' la riunione delle Leghe. Si decider questa sera. Forse prolungheranno lo sciopero a tutto domani per lasciar dare sfogo agli anarchici.(980)

Pochi minuti dopo il prefetto di Milano forniva al ministero notizie pi precise:

Ovunque regna maggiore tranquillit. Nel pomeriggio  [stata] pi estesa l'astensione dal lavoro e continuer anche domani. Domattina le diverse categorie che hanno aderito allo sciopero si riuniranno a comizio alla Camera del lavoro(981) e nel pomeriggio si avranno i funerali vittime (...). Dopo funerali sar ripreso lavoro e si spera che a questa decisione aderiranno anche ferrovieri. Aderiranno forse anche camerieri, con cui spero riprendere trattative questa sera e coi quali sarebbero liquidati tutti gli scioperi in corso.(982)

Quella sera, al Consiglio generale delle leghe, "rifer il noto Schiavello sulla pretesa piena vittoria dei ferrovieri (...). Pass poscia a esaminare i dolorosi fatti del 22 inveendo contro la regia guardia, i carabinieri e le autorit, facendo a loro risalire la responsabilit e accusandoli di provocazione. Qualche critica sollev nei riguardi degli anarchici e dei sindacalisti, ma non manc di lodi pei giovani socialisti che "sparavano e bene"". Schiavello "ebbe parole di biasimo per la massa che volle scioperare senza alcun ordine ma cerc nondimeno di giustificarla perch spinta, a suo dire, da impulso generale". Non nascose "l'opportunit di mantenere un certo accordo con gli anarchici e sindacalisti", anche se avrebbe voluto che tale relazione fosse accompagnata da "un maggior reciproco rispetto". "Il fiduciario nella sua relazione" concludeva il telegramma del prefetto "fa rilevare che evidenti sintomi d'infiltrazione del sindacalismo nella Camera del lavoro vanno verificandosi ogni giorno e che la disciplina si raffievolisce sempre pi."(983)
Con un'ondata di altri duecento arresti finiva anche quel tragico mercoled, "tra la soddisfazione della popolazione che aveva approvato" nota Flores "il contegno energico dei funzionari"(984). Se le povere vittime di quei due giorni di violenze omicide non avevano sicuramente motivo di essere soddisfatte, ben diversa era la posizione del prefetto. Sia lo sciopero spontaneo di protesta che quello dei ferrovieri stavano infatti avviandosi verso un felice componimento. "Per il primo" racconta egli stesso "ebbi a conferire con il Caldara e con l'onorevole Treves, i quali mi espressero il desiderio di far subito i funerali delle vittime, perch dopo questa manifestazione di cordoglio essi assumevano impegno di far riprendere a tutti il lavoro."(985)
Per il secondo Flores ebbe addirittura una sorpresa, la prima bella sorpresa di quei giorni piuttosto agitati, e a fargliela furono ancora una volta alcuni dirigenti sindacali. Quella sera, infatti, una commissione di ferrovieri lo informava che in seguito a ordini ricevuti da Cremona il servizio sarebbe ripreso non gi il 25, come sperava il prefetto, ma addirittura la mattina dopo. Flores ne fu cos contento che, nella sua magnanimit, permise addirittura "un piccolo corteo che si volle fare al mattino per recarsi alla stazione"; a patto, beninteso, che si sciogliesse nel piazzale esterno, consentendo ai ferrovieri di entrare in stazione alla spicciolata(986).

Questa improvvisa decisione dei ferrovieri pare che sia basata su un equivoco, perch i capi hanno fatto intendere alle masse che il Bergonzoni era stato allontanato da Cremona, per assicurazioni avute da quel prefetto. Infatti quel prefetto si era rivolto all'ing. Pedrazzi per ottenere che almeno nel giorno di ripresa del lavoro il Bergonzoni si fosse assentato, ma il Pedrazzi rispose negativamente. Forse non si fu in tempo per dare il contrordine alla ripresa del lavoro, ed  certo che ormai il lavoro  stato ripreso e difficilmente si far un nuovo sciopero per un fatto simile.(987)

Flores aveva perfettamente ragione. Ripreso per un "equivoco", il lavoro non sarebbe stato pi interrotto. Se il primo trucco degli organizzatori sindacali socialisti (il comizio di solidariet all'Arena) non era riuscito per via degli incidenti successivi, il secondo (la falsa notizia dell'allontanamento di Bergonzoni) ebbe un successo pieno. Niente da dire: ne avevano una scorta inesauribile.


"GIOLITTI, TU PUOI SALVARE L'ITALIA"

Il 24 giugno a Milano era tornata la calma. Lo sciopero di protesta perdurava, esteso ai tramvieri e ai "brumisti", ma sia il partito socialista che le cosiddette associazioni patriottiche rinunciarono, in segno di buona volont, ai rispettivi comizi in programma per quel mattino.

Nel pomeriggio ebbe luogo l'accompagnamento delle salme al cimitero. Intervennero ventimila persone con centouna bandiere e quattro musiche e il corteo si svolse senza incidenti per l'itinerario prestabilito. Si temeva, e ne era stato manifestato il proposito, qualche provocazione da parte dei fascisti, ma, d'accordo col comando della divisione, chiamai in servizio le squadre volontarie, mettendole a disposizione del comando stesso, che le disloc in una delle caserme locali, in modo da togliere dalla circolazione, con questo pretesto, i pi accesi e i pi scalmanati, che furono, invece, ben contenti di essere tenuti in considerazione per un eventuale servizio d'ordine.(988)

Nel cimitero di Musocco, davanti a "decine di migliaia" di proletari, per gli anarchici parl Errico Malatesta:

La borghesia v'insegna con questi morti che non transige, che odia chi produce e lavora e che non conosce piet. Il proletariato che, pacifico, ritornava da una dimostrazione di solidariet con i ferrovieri,  stato aggredito in un'imboscata vile, ma ha saputo anche reagire e ha dimostrato che non  pi disposto a subire supinamente assassini o provocazioni. Il nostro alto ideale non  violenza ma  pace,  societ di liberi e di uguali nella quale non siano pi possibili n conflitti n massacri. La violenza non  nostra ma loro, della classe dirigente che opprime, che schiaccia, che assassina il pi debole. Non rimane al proletariato altro mezzo che reagire violentemente alla loro violenza, e per debellare la violenza opporre piombo al piombo.(989)

Quello degli scontri del 22 e 23 giugno 1920  un bilancio assai pesante per il proletariato milanese. Se tra le forze dell'ordine si contano un morto e una quindicina di feriti(990), dieci sono i caduti tra i lavoratori, ai quali si devono aggiungere parecchie decine di feriti. Gli arrestati sono circa mezzo migliaio(991). Tra essi figurano numerosissimi anarchici.(992)

In questa direzione si sviluppa una violenta campagna di stampa che, sfruttando fino in fondo il linciaggio del vicebrigadiere Ugolini, dall'"odio al carabiniere fomentato dalla stampa anarchica" trae facile pretesto per seminare a piene mani un odio ben pi feroce per l'anarchico(993). Umanit Nova la denuncia:

Non appena Giolitti  tornato al potere, su tutti i giornali borghesi della penisola  stata intrapresa una serrata campagna di denigrazione contro gli anarchici (...) una campagna (...) organizzata e suggerita dal governo (...). Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Cagliari... su tutti i giornali venduti all'ordine, ovverossia al governo, voi ritrovate, quasi con le stesse parole, le stesse accuse contro gli anarchici e le stesse lodi al partito socialista e gli stessi salamelecchi alla Confederazione generale del lavoro. I nostri cugini, tanto maledetti e vilipesi ieri, oggi sono incensati da tutti i loro vecchi nemici. (...) Unisona la stampa borghese distingue tra gli anarchici e i socialisti, considerando questi un partito d'ordine e non pi la setta che cospira ai danni della patria (...). Il piano dell'ultimo ministro della monarchia  pi che chiaro. Mentre da una parte cerca di rendere odiosi gli anarchici alla popolazione tutta servendosi di tutti i mezzi dei quali pu disporre un governo senza scrupoli (...) dall'altra con blandizie, con promesse e con lodi (...) tenta [di] sedurre il partito socialista per averlo neutrale nello svolgimento dell'ordita congiura reazionaria che dovrebbe sfociare, soltanto per noi, provvisoriamente soltanto per noi, in un nuovo periodo di leggi eccezionali. Che, se riuscisse questa prima parte del programma, naturalmente poi, dopo gli anarchici, verrebbe la volta dei massimalisti pi accesi...(994)

I semi dell'odio per l'anarchico cadono su un terreno fertilissimo: quello che, fin dai primi mesi del 1919, arditi, ufficiali reduci dal fronte, nazionalisti, futuristi e fascisti avevano generosamente concimato con i loro anatemi contro la "bestia ritornante". Un anonimo "benpensante" di Voghera scrive a Giolitti:

Eccellenza, un nuovo delitto  stato compiuto.! L'anarchia milanese ha voluto dimostrarsi ancora una volta (...) degna del suo passato (...).
Questo scempio nefando, abbonito [sic] da ogni persona con un po' di cervello, ha abbassato l'Italia nostra al pari dei popoli incivili. (...)
La popolazione ne ha le scatole piene di queste violenze, di questi scioperi, di tutte le manigolderie. (...)
Dove andremo a finire se il Governo non si decide a porre un rimedio e rimedio duraturo? Tutta questa gente sovversiva  armata fino ai denti e spara senza rimorso di coscienza.
Perch non si risponde?
Piombo contro piombo! I fucili, le mitragliatrici, [le] autoblindate non si scarichino in aria, difesa vana, ma in pieno e l'effetto sar pi che sicuro. L'Italia ha trentasei milioni di abitanti ed anche se ne perde uno, non  cosa grave.(995)

"Un milanese e soprattutto un italiano", egli pure naturalmente anonimo, scrive:

Eccellenza. Il suo programma? Possibile cominci a scardinarsi? Applicazione della legge? Come mai non si arresta il Malatesta che in pubblico predica odio di classi, eccitamento a rivolte? Mi pare che dopo i fatti dolorosi e il massacro dell'Ugolini eseguito da anarchici quel figuro ignobile dovrebbe essere arrestato. E le 20 guardie daziarie che non si mossero essendo a 20 metri dal luogo dell'eccidio? Per Dio, dovesse continuare a regnare Cagoia? Dio non voglia; Giolitti, tu puoi salvare l'Italia, ma occorre applicare la legge.(996)

Scrive invece all'on. De Capitani, deputato liberale gi allora filofascista, il colonnello dei carabinieri in posizione ausiliaria Teodoro Pranzetti:

Non  il caso che io dimostri a lei come i luttuosi, efferati, biechi assassinamenti che funestano oggi Milano sono opera materiale dei soliti 4, 5 o 600 elementi che di Milano sono la schiuma e che si fanno pi specialmente sentire dacch ci  stato ridonato il MALATESTA, da costui pi direttamente aizzati.
Essi sono gli spiombatori di carri ferroviari, gli aggressori di cittadini a scopo di rapina, gli sfruttatori di donne dei pi bassi fondi milanesi, gli svaligiatori notturni e puleggiatori di negozi, e poi nel campo politico si presentano con "Bandiera rossa", cantano "Bandiera rossa" e portano coltelli, pistole, ecc., per usarne contro la forza pubblica, contro i cittadini che vogliono l'ordine e per dar la caccia agli ufficiali isolati. Sono questi soli, e sempre gli stessi, i soqquadratori di Milano!(997)

Dagli attacchi furibondi dei vari benpensanti, civili o militati, non si salva il prefetto di Milano, esecrabile "creatura cagoiesca"(998) che, forse proprio per la "debolezza" mostrata in quell'occasione, Giolitti si accingeva a giubilare(999). Ma il principale obiettivo di questo straripante odio borghese restava pur sempre Malatesta. E dal linciaggio morale si passava addirittura alle proposte, magari in versi, di una sua eliminazione fisica. Due aspiranti sicari scrivono a Giolitti il 27 giugno:

Eccellenza, Malatesta, l'autore della rivolta di Ancona, deve essere punito. Se l'Eccellenza Vostra promette a me e al mio compagno l'impunit, e che ci far trasportare a Milano e ci dar tutte le informazioni sul Malatesta, noi lo leveremo di mezzo, simulando un furto. La cosa riuscir benissimo e nessuna inchiesta socialista verr a capo di qualcosa. Si ricordi l'E.V. che

Chi v'ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell'itale genti:
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v'ud?

S, quel Dio che nell'onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guid...

Se l'E.V. accetta pu inserire sulla Tribuna negli avvisi economici matrimoniali queste parole:

Giovane, sar oggi a casa alle ore...(1000)

Chiss se Giolitti, non nuovo a certi sistemi, ci fece un pensierino...(1001)


LA GUERRA CIVILE C', MA NON SI VEDE

Dall'1 al 4 luglio 1920 si tenne a Bologna un congresso anarchico nazionale, il secondo del dopoguerra. I milanesi vi si erano preparati costituendo, il 30 maggio, la Federazione anarchica lombarda. In quell'occasione i trenta anarchici presenti alla riunione. costitutiva della Fal(1002) avevano discusso tra loro sulla posizione da prendere in merito agli argomenti che sarebbero stati all'ordine del giorno del congresso bolognese: l'organizzazione economica dei salariati, i consigli di fabbrica, la ventilata costituzione dei soviet.
Riguardo al primo punto, la Fal aveva criticato l'opera dei dirigenti riformisti dei maggiori organismi sindacali, ai quali attribuiva la responsabilit del fatto che nelle masse operaie fosse andato via via formandosi uno "spirito egoistico" che aveva spento in loro ogni volont rivoluzionaria: da questo sorgeva la necessit che i gruppi e i nuclei pi avanzati, per attizzare lo spirito rivoluzionario delle masse, cercassero d'imporre i "metodi ultimi" della lotta di classe, come i consigli di fabbrica e la presa di possesso degli stabilimenti industriali.
Quanto ai primi, la Fal aveva ribadito la necessit che ai consigli di fabbrica fosse attribuita "la minima importanza tecnica" allo scopo precipuo di non trasformarli in organi collaborazionisti, protestando nel contempo per l'esclusione dei non organizzati prevista nel progetto elaborato dalla Camera del lavoro(1003).
Infine, in merito alla costituzione dei soviet, si era definita "utopistica e antirivoluzionaria" la creazione di organismi comunisti in pieno regime borghese, dovendo essere i soviet - per gli anarchici - il "prodotto spontaneo della rivoluzione"(1004).
A Bologna, in quei primi giorni di luglio, i delegati dell'Uai (convenuti da oltre centottanta localit italiane in rappresentanza di circa settecento gruppi anarchici)(1005) approvarono due importanti documenti. Il primo, il "Programma anarchico" redatto da Errico Malatesta, "riuniva e rifondeva" come ha scritto Gianni Bosio "l'esperienza anarchica derivata da una vicenda decennale, calandola in un clima (...) largamente influenzato dalla egemonia di ispirazione marxista nel movimento operaio"(1006). In esso, dopo aver analizzato i mali che affliggevano l'uomo del suo tempo, Malatesta riaffermava la volont di rinnovamento e di trasformazione sociale degli anarchici:

Tale stato di cose [esistente nella societ capitalista] noi vogliamo _ radicalmente cambiare. E poich tutti questi mali radicalmente derivano dalla lotta fra gli uomini, dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all'odio l'amore, alla concorrenza la solidariet, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, all'oppressione e all'imposizione la libert, alla menzogna religiosa e pseudo-scientifica la verit.

Il "Programma anarchico" era per, sempre secondo Bosio, un programma "eminentemente propagandistico", volto a soddisfare esigenze di reclutamento; e, "se conteneva un afflato unitario, era povero di indicazioni politiche valide per l'azione"(1007), Queste si trovavano riunite nel secondo documento, intitolato "Il fronte unico rivoluzionario"(1008). Qui, dopo aver studiato la situazione italiana giudicandola rivoluzionaria ("non quale noi la vorremmo, ma che noi non possiamo rifiutare senza essere annientati"), si sottolineava l'esistenza, nel paese, della classica contraddizione marxista tra le forze e le forme di produzione. Se da un lato gli operai non potevano far a meno di chiedere aumenti salariali, pena la fame, dall'altro la borghesia non poteva concederli, pena una drastica riduzione dei profitto. Insanabile per gli anarchici, e anche per gli industriali, il dilemma appariva risolvibile solo ai dirigenti della Fiom, decisi a difendere a tutti i costi il carattere economico di un movimento rivendicativo - quello dei metallurgici e dei metalmeccanici, allora appena all'inizio - che, "secondo l'analisi marxista degli anarchici, era gi politico"(1009).
Scartati i partiti e le organizzazioni ufficiali come "incompetenti e incapaci all'opera rivoluzionaria", il documento congressuale proponeva una sistematica alleanza operativa su scala locale tra le varie forze sovversive, al di fuori di ogni struttura organizzativa preesistente. La base del fronte unico rivoluzionario non poteva essere, in sintesi, che "l'intesa locale di gruppi rivoluzionari d'azione fra individui anche di partiti diversi". Un'alleanza, come ha scritto Cerrito,

limitata al tempo dell'atto insurrezionale, dato che nel momento immediatamente successivo gli anarchici avrebbero cercato di attuare le loro idee, opponendosi alla costituzione di qualsiasi centro autoritario e trascinando le masse alla organizzazione diretta della nuova vita sociale, conformemente al grado di sviluppo e alla volont delle masse stesse, nelle varie localit(1010).

Sull'accoglimento della loro proposta da parte delle altre forze del movimento operaio gli anarchici non nutrivano illusioni. Sapevano che solo un lungo periodo di propaganda, reclutamento e organizzazione avrebbe permesso la diffusione di queste idee tra i proletari sottoposti alla disciplina dei "pompieri" politici e sindacali socialisti. Pure, anche di fronte all'ipotesi di uno scacco, non avevano nessuna intenzione di tirarsi indietro:

(...) la crisi che sta attraversando la societ attuale (...) conduce a un cozzo inevitabile tra proletariato e borghesia, fra le forze d'avvenire e la reazione. Lo rilevava nel Secolo Guglielmo Ferrero alcun tempo fa. La guerra civile  cominciata da alcuni mesi in Italia (egli scriveva); cieco chi non la vede! essa avr il suo esito (...): "o il governo e la monarchia cadranno - o la rivoluzione sar vinta!". Orbene, se altri diserta la rivoluzione, non possiamo disertarla noi, neppure in previsione d'una sconfitta.

L'importanza di queste deliberazioni sfugg agli uomini politici e ai dirigenti sindacali socialisti,(1011) ma non al governo e a tutti quegli anonimi benpensanti che da mesi assistevano terrorizzati al progressivo sfacelo dello stato. Scriveva uno di essi al primo ministro:

Interpelliamo V.E. per sapere quali provvedimenti creder di prendere, con tutta urgenza, circa l'ordine del giorno votato dal congresso anarchico di Bologna del 3 c. m. che, per la sua audacia, non pu rimanere inosservato - audacia che dev'essere repressa in tutti i modi e in tutto quello che sta in potere di V.E., magari col proclamare lo stato d'assedio in tutta l'Italia fin l'ultimo villaggio, facendo arrestare tutti questi carnivori umani, qualunque essi siano, ed imbarcarli per un bagno nell'OCEANO!!! Amen.(1012)

Da parte sua, appena finito il congresso, il prefetto di Milano, dopo avere vietato "per motivi di ordine pubblico" il comizio indetto dagli anarchici alla vigilia del processo contro i presunti complici di Bruno Filippi(1013), si affrettava a segnalare che "uno dei capisaldi del programma tracciatovisi dagli anarchici e sindacalisti  quello di creare un comitato di propaganda onde attuare un'unica direttiva rivoluzionaria fra anarchici, massimalisti e giovani socialisti". Allo scopo di promuovere "una comune azione rivoluzionaria", si prospettava la necessit di accordi tra anarchici, sindacalisti, giovani socialisti e lavoratori del mare per intensificare la propaganda antimilitarista (diffondendo migliaia di manifestini nelle caserme), coadiuvare nelle loro lotte i contadini pugliesi, impegnare gli operai metallurgici a non fabbricare armi, impedire la partenza di truppe. Bisognava insomma "fare il possibile" perch i socialisti aderissero alle iniziative anarchiche, "prospettando ad essi ed anche alla Confederazione del lavoro lo spirito delle masse, ora decisamente per l'azione diretta"(1014).
Ma Flores avvertiva anche un altro pericolo, sul quale cerc di mettere in guardia il governo con parole caute e imbarazzate:

In ottemperanza alle disposizioni emanate da codesto Ministero circa i comizi (...) anarchici, in breve periodo di tempo vennero qui vietate tre pubbliche riunioni indette da anarchici e di cui era stata data preventiva notizia alla questura (...).
I divieti furono in tutti i tre casi rigorosamente mantenuti anche di fronte a minacce di tentativi di inosservanza; ma per raggiungere lo scopo dovetti fare impiego di numerosa forza, che procedette pure a perquisizioni e ad arresti per misure di P.S.
Naturalmente i dirigenti dell'anarchismo locale hanno vivacemente protestato contro l'autorit di P.S. e di tale protesta si resero interpreti i giornali Avanti!, Umanit Nova e da ultimo anche Il Popolo d'Italia.
Per quanto la questura abbia cercato di volta in volta di giustificare il divieto col richiamo a inadempienze formali per il ritardo della presentazione della prescritta dichiarazione, gli anarchici hanno ormai compreso che il divieto per i loro comizi, essendo sistematico, dipende da un criterio di massima e non da particolari contingenze; e io ritengo che l'ulteriore applicazione rigorosa delle disposizioni ministeriali in materia potrebbe determinare una grave esasperazione degli elementi estremisti e avere ripercussioni di rappresaglie e anche di attentati terroristici, non nuovi in questa citt, specialmente nel caso di pubbliche riunioni consentite ad altri partiti.

Proprio per scongiurare tali possibili reazioni Flores comunicava di aver deciso, salvo contrordine da parte del ministero, di "esaminare di volta in volta, in relazione alle contingenze del momento e alle condizioni generali dell'ordine pubblico, l'opportunit di vietare o meno i comizi anarchici, in modo da consentire quelli che potessero apparire non pericolosi per l'ordine pubblico"(1015).
Non sappiamo se fu questo "ammorbidimento" della linea dura seguita fino a quel momento da Flores a Milano che gli fece perdere il posto. Certo  che la decisione di trattare gli anarchici "quasi" alla stessa stregua delle altre forze politiche ambrosiane non dovette incontrare il consenso di Giolitti. Troppo tardi, d'altronde, Flores proponeva di mutar indirizzo, quando la "grave esasperazione degli elementi estremisti" da lui paventata aveva gi superato il livello di guardia.
Lo stillicidio di stragi proletarie, la dura repressione poliziesca e le ultime cocenti sconfitte operaie (che invano i dirigenti sindacali socialisti cercavano di gabellare per vittorie) avevano ormai fatto saltare i nervi alle teste pi calde del movimento, stanche di rinviare per l'ennesima volta alle calende greche il tanto sospirato giorno della rivoluzione. E cos, ai primi di agosto, qualcuna di esse decise di entrare in azione, regalando un altro comodo pretesto a chi, con il valido incoraggiamento del governo, andava tenacemente adoperandosi per mettere fuori combattimento il pi attivo centro propagandistico dell'anarchismo italiano.


"PROTESTA UMANA"

La sera del 7 agosto 1920 l'economo del caff-ristorante Cova all'angolo di via Verdi con via Manzoni stava facendo i conti in un piccolo studio adiacente al vestibolo quando sent il rumore di un oggetto che rotolava sul pavimento. Spingendo lo sguardo oltre la porta aperta, vide un fagottino bianco dal quale si levava un fil di fumo. Un'occhiata bast. Dimenticati i conti, l'economo corse in cucina urlando: "Una bomba! Una bomba!". Un attimo dopo la bomba scoppiava, sfondando il pavimento, demolendo una parte del soffitto e mandando in frantumi, con gli specchi e i lampadari del ristorante, alcuni vetri della Scala. Nella sala, al momento dello scoppio, c'erano solo tre clienti: tre svizzeri che stavano sorbendo tranquillamente il caff e che furono subito arrestati come sospetti autori dell'attentato. Le poche persone che a quell'ora si trovavano in via Verdi - una portinaia, la figlia del padrone di un ristorante, tre o quattro passanti - videro due giovanotti, uno alto e uno basso, il secondo con la magiostrina, fuggire sparando alcuni colpi di rivoltella.
Era la seconda bomba che scoppiava al Cova quell'estate. La prima, lanciata da un'automobile in corsa poco dopo la mezzanotte del 26 giugno, aveva distrutto una saracinesca e causato la morte di un passante(1016). L'attentato del 26 giugno contro quel "ritrovo della borghesia epulona, gonfia di milioni e di spavalderie, di ufficialit parassitarie e viziose, di mantenute e pescicani, di commendatori ladri e oziosi"(1017), era stato messo in relazione con lo sciopero dei camerieri. Il questore aveva incaricato delle indagini Giovanni Rizzo, un suo giovane e ambizioso subalterno appena promosso vicecommissario(1018). Ma l'esito era stato poco incoraggiante. Rizzo infatti aveva potuto accertare solo che la macchina usata per il lancio veniva da Porta Ticinese.
Davanti al secondo attentato, sebbene incruento, i giornali proruppero in un coro di proteste. "La stampa borghese  coerente" rimbecc Umanit Nova. "Resta insensibile di fronte all'eccidio quotidiano; all'eccidio che lascia cadaveri sul terreno; ma s'indigna per la bomba che pur non  di tutti i giorni, la bomba che scalcina i soffitti, spezza i vetri e manda in frantumi i calici che sanno lo spumeggiar dello sciampagne (...)"(1019). Nell'analisi del fatto il quotidiano anarchico era per molto prudente. Pur non scartando l'ipotesi di una "protesta umana", cio dell'atto di un ribelle, uscito magari dai ranghi dello stesso movimento, nel tono dei commenti giornalistici Umanit Nova coglieva una nota sospetta, il segno, ancora incerto ma gi preoccupante, di un'orchestrazione preordinata. Che per gli anarchici, negli, ultimi due mesi, il clima di Milano si fosse fatto particolarmente pesante era indiscutibile. Al divieto di tenere comizi pubblici, arbitrario ma ormai consolidato, si erano aggiunte due novit: l'alleanza tra forze dell'ordine, arditi e fascisti cementatasi nelle giornate del "terrore tricolore" e l'ondata di violenze abbattutasi sugli arrestati (molti dei quali, come abbiamo visto, erano anarchici) nei giorni immediatamente successivi all'eccidio di fine giugno, quando non soltanto l'Avanti! e Umanit Nova ma persino un giornale moderato come Il Secolo aveva aspramente condannato i metodi della questura milanese(1020).
La sera del 9 agosto, mentre non si erano ancora spenti gli echi del secondo attentato al Cova, un'altra bomba esplodeva in un sottoscala del Palazzo degli Esercenti, lo stabile di piazza San Sepolcro dove l'anno prima aveva visto la luce il fascio milanese. Fu uno scoppio fragoroso ma innocuo che ebbe l'unico effetto di far sobbalzare sulle seggiole gli ufficiali in congedo dell'Unione lombarda raccolti in assemblea al piano di sopra(1021). Anche in questa circostanza, si lesse sui giornali, alcuni testimoni avevano visto fuggire dal luogo dell'attentato un giovanotto basso con la paglietta in testa.
Sulle orme di questo giovanotto, e di quello pi alto di lui notato in via Verdi, si gett ancora una volta il vicecommissario Rizzo. Assetato di rivincita dopo lo scacco di giugno, conscio del fatto che un secondo insuccesso poteva costargli caro, il pupillo di Gasti non perse tempo. E dopo alcune settimane, durante le quali si lasci che la stampa cittadina, priva di precise informazioni, gonfiasse ogni voce incontrollabile alimentando un allarmismo molto utile alla polizia, fu dato l'annuncio che il caso era risolto: il vicecommissario Rizzo aveva sventato un nuovo complotto anarchico, pi vasto e insidioso di quello dell'anno prima, assicurando alla giustizia ben due bande formate complessivamente da tredici terroristi.
Da un grosso fiasco a un successo clamoroso. Com'era potuto avvenire? A spiegarlo, con malcelato orgoglio, fu lo stesso Rizzo, chiamato a testimoniare durante il processo celebratosi l'anno dopo. E le sue spiegazioni devono essere riferite con una certa ampiezza se si vuol capire come la polizia "indagasse" negli ambienti sovversivi e a quali metodi non disdegnasse di ricorrere pur di conseguite i propri scopi.
Essendo risultato che i lanciatori della prima bomba al Cova si erano serviti di una macchina noleggiata nel rione Ticinese, dopo lo scoppio della seconda il vicecommissario Rizzo aveva fatto fare una retata in un locale pubblico del Carrobbio, il bar Roma, noto ritrovo di sovversivi. Un giovane impiegato tratto in arresto tra i primi - Tarcisio Robbiati - "tenne subito a dimostrare un alibi sostenendo che quella sera" (la sera dello scoppio della seconda bomba al Cova) "non era uscito un momento dal bar (...) Questa sua ostentata dimostrazione mi insospett. Ma il mio compito, devo confessarlo, fu assai agevolato dalla stessa leggerezza dei suoi amici. Essi si precipitarono subito in questura a portargli soccorsi e cibarie: regolarmente li feci fermare e trattenere, sottoponendoli, poscia, a serrati interrogatori". Cos, arrestando tutti quelli che andavano in questura a chiedere notizie di Robbiati, e presumibilmente minacciandoli di chiss quali conseguenze se non avessero vuotato il sacco, Rizzo raccolse "le prime notizie concrete". A fornirgliele fu un certo Muttini: ambiguo personaggio, spia infiltrata nel gruppo o semplice vittima di un poliziotto furbo, che "si dichiar buon amico di tutti gli altri ma completamente estraneo alle loro idee e alle loro azioni, parlando, per, con precisione di dettagli, di gite, di scambio di bombe, di progetti discussi e preparati tra i suoi compagni"(1022).
Questi progetti erano tre. Il primo riguardava l'inaugurazione di un vessillo cattolico in programma per l'8 agosto a Binasco, piccolo comune della Lombardia. Con alcuni compagni, tra i quali due presunti anarchici - un giovane di vent'anni, il meccanico Ottorino Marchetti, e la sua ragazza, la dattilografa diciassettenne Maria Pellegrini - e una persona che fu possibile identificare solo come "il matto di Porta Ticinese", Robbiati era andato a Binasco (disse Muttini a Rizzo) per disturbare la cerimonia e impedirne il regolare svolgimento: se necessario, anche a colpi di pistola. L giunti su un'automobile di piazza, i milanesi avevano dovuto per constatare di essere assai male informati: infatti la prevista manifestazione non era cattolica ma socialista. Scornati e delusi, avevano fatto ritorno a Milano.
Un secondo attentato, spieg il loquace Muttini all'attento vicecommissario, era stato ordito da Robbiati contro Bensi, uno dei segretari della Camera del lavoro, col quale l'anarchico aveva avuto un diverbio di carattere politico. Il 6 luglio, armati di bombe e rivoltelle, Robbiati e tre dei suoi amici erano intervenuti a un comizio organizzato dalla Cdl in una piazza cittadina. Ma Bensi non aveva preso la parola e l'occasione era sfumata.
Come luogo del terzo attentato era stato scelto il Conservatorio. L, il 29 luglio, Robbiati avrebbe voluto commemorare il regicidio di Monza gettando una bomba tra i partecipanti a un comizio per la Dalmazia. Ma all'ultimo momento, colto da improvviso timore, l'anarchico si sarebbe tirato indietro, passando la bomba al "matt". Davanti alle donne e ai bambini presenti neanche questo, per, avrebbe trovato il coraggio di agire. E cos anche il terzo progetto sarebbe sfumato come i primi due.
Questi, dunque gli "elementi concreti" raccolti dal vicecommissario Rizzo durante gli interrogatori di Muttini, che in cambio della collaborazione prestata venne scagionato da ogni accusa di complicit. Questi gli elementi che il poliziotto contest agli arrestati, alcuni dei quali finirono, a suo dire, per fare un'ampia e spontanea confessione.
"Da tali confessioni" spiegava Rizzo al processo "venne fuori l'esistenza di un secondo gruppo di sovversivi che facevano capo a un tal Mascherpa" (Siro, meccanico, diciannove anni) "sino ad allora ignoto alla P.S." E venne fuori, soprattutto, un particolare che il vicecommissario trov molto interessante: la "banda Mascherpa", partita dal Carrobbio per il centro la sera del 7 agosto verso le 21,30 dopo un misterioso abboccamento con Robbiati, aveva fatto ritorno al bar Roma solo verso mezzanotte(1023).
Le rivelazioni di Marchetti e dell'elettricista ventenne Pietro Marelli (i quali in tribunale, dopo aver negato di appartenere al movimento anarchico, se le rimangiarono, dichiarando di essersi inventati tutto perch in cambio delle loro confidenze il vicecommissario Rizzo aveva promesso di rimetterli in libert) portarono cos all'arresto di Siro Mascherpa. Depose Rizzo al processo:

La perquisizione ebbe un esito assai eloquente. La camera del Mascherpa si presentava come un vero e proprio arsenale. Accanto al letto, sul comodino, ovunque, si vedevano rivoltelle, esplosivi, cartucce e caricatori. Trovai anche una sciarpa da funzionario di P. S. Forse la destinava a quando sarebbe stato eletto commissario del popolo(1024).

Identica perquisizione fu eseguita il 16 agosto nel solaio di una casa del Carrobbio dove abitava un giornalaio, il ventiduenne Giuseppe Pederneschi, che, definito "anarchico" dalla questura e dalla stampa, in tribunale avrebbe confessato di non interessarsi di politica e di avere nella vita una sola grande passione: lo sport.
Ci che per nella sua deposizione il vieecommissario Rizzo dimentic di dire fu che in entrambi i casi la visita della polizia era stata preceduta da quella di una persona che, come avrebbe rivelato Umanit Nova, "da tempo bazzicava in certi ambienti anarchici a compiere opera di eccitamento e di spionaggio". Era stata questa persona a pregare l'ingenuo Mascherpa di tenergli per qualche tempo quattro bombe cariche, due rivoltelle e una certa quantit di cartucce ed esplosivo.

Il signore dal cappello di paglia aiut anzi premurosamente il compagno a nascondere tanto ben di dio; due bombe e le rivoltelle furono occultate ingegnosamente negli angoli pi reconditi della camera, e due altre bombe coi pacchi di esplosivi vennero nascoste in cantina. Poche ore dopo un delegato e vari agenti si presentarono alla casa del noto anarchico e difilato andarono nella camera delle due bombe e delle due rivoltelle e poi con tutta sicurezza si recarono in cantina a... scoprire il resto, portando poi il tutto in questura insieme alla vittima(1025).

Il giorno seguente il medesimo signore si presentava al giornalaio Pederneschi con un altro paio di bombe senza casa.

Egli stesso propose un nascondiglio assolutamente sicuro e le due bombe furono nascoste nel solaio e precisamente tra le travature e le tegole. Dopo due giorni, e cio il 16 agosto scorso, la questura preparava (...) la grande scoperta. Si rivolse al sindaco per ottenere dei pompieri capaci di arrampicarsi fin sui tetti e poi con tutti gli attrezzi del caso gli agenti e il delegato si presentarono all'abitazione al Carrobbio n. 1 e dopo una sommaria ricerca nell'appartamento coll'intervento dei pompieri si diressero direttamente al solaio, dove senza fatica scoprirono le due bombe poste fra le travi e le tegole.(1026)

Sulla persona di Dino Rimoldi - sedicente professore di mezza et, basso, calvo, baffuto - gravi sospetti cominciarono ad addensarsi. Taciturno e poco espansivo, Rimoldi era nel movimento anarchico milanese da circa un anno e ne frequentava attivamente le riunioni, astenendosi per quasi sempre dall'intervenire nel dibattito. Pi volte si era vantato di aver subito una condanna all'ergastolo per diserzione. Certo era, comunque, che aveva diviso il carcere di Poggioreale con due anarchici, uno dei quali si era affrettato a scrivere a Umanit Nova invitando i compagni a diffidare di lui(1027).
I movimenti del "professore" nei giorni successivi alla seconda bomba del Cova venivano cos ricostruiti dal quotidiano anarchico. Il 10 agosto, mentre Rizzo faceva piazza pulita dei sovversivi di Porta Ticinese, Rimoldi offriva a Marchetti e alla sua ragazza di metterli "al sicuro", e la sera stessa li portava a Seregno. Il giorno dopo era di nuovo a Milano, per non meglio precisate "commissioni". Tornato a Seregno nel pomeriggio, alle 3 di notte veniva arrestato da Rizzo nell'albergo dove aveva preso alloggio con i due giovani. Tradotti a San Fedele tutti e tre, Marchetti restava in camera di sicurezza mentre Rimoldi e la Pellegrini venivano rilasciati nel primo pomeriggio del 13 agosto. Lo stesso giorno la polizia "scopriva" l'"arsenale" di Mascherpa e lo arrestava. Schivati i compagni, quella sera Rimoldi partiva con la ragazza per Codogno. Tornato a Milano la mattina seguente, per altre indefinibili "commissioni", veniva nuovamente arrestato e rimesso in libert solo il 16 agosto, lo stesso giorno in cui Rizzo e i pompieri trovavano le bombe nascoste nel solaio della casa di Pederneschi(1028). Intanto la polizia aveva messo le mani sugli altri membri delle due "bande" sovversive: tredici giovani tra i diciassette e i ventitr anni; un impiegato, sette meccanici, un verniciatore, un giornalaio, un piazzista, una dattilografa e la commessa di un bar(1029).
Solo il 25 agosto, finalmente, si chiariva lo scopo della montatura. Quel mattino tre poliziotti entravano negli uffici di Umanit Nova sventolando un mandato di perquisizione. Spiccato la settimana prima dal giudice Carbone, il magistrato al quale era affidata l'istruttoria, il mandato era un'altra perla giuridica. Prendendo infatti le mosse dallo scoppio delle bombe al caff Cova e nel Palazzo degli Esercenti, esso ribadiva la necessit di accertare "se gli anonimi minatori pervenuti al caff Biffi e al caff Grand'Italia" (due locali che non avevano nulla a che vedere con le bombe di agosto sulle quali il giudice Carbone andava conducendo l'istruttoria e che quasi certamente erano stati minacciati dai camerieri in sciopero) "siano stati scritti con macchine esistenti presso l'Unione Sindacale Italiana o presso l'Umanit Nova"(1030).
Con un ponte davvero arditissimo si cercava di collegare il quotidiano anarchico alle bombe del Cova e di piazza San Sepolcro passando per le lettere anonime ricevute, durante il lungo e duro sciopero dei camerieri, dal Biffi e dal Grand'Italia. Se l'impresa fosse riuscita, tutti i compilatori del giornale si sarebbero trovati nella stessa barca con Robbiati, Mascherpa & C. Un'accusa di complicit nei "complotti" denunciati da Muttini sarebbe stata sufficiente per mettere al fresco l'intera redazione, e soprattutto per tenercela a lungo. Privato dei suoi redattori, il giornale avrebbe potuto essere costretto a cessare le pubblicazioni.
Che da tempo si cercasse in tutti i modi di incastrarne almeno il. direttore  provato da altri avvenimenti. La notte del 15 luglio, per esempio, un tubo di gelatina era esploso in Galleria. Il giorno dopo Malatesta veniva chiamato in questura, dove Gasti lo informava che uno dei suoi confidenti sosteneva di averlo visto d quelle parti pochi minuti prima dello scoppio. Il questore per sapeva che quel confidente era un bugiardo, aggiunse Gasti in tono rassicurante, perch i poliziotti addetti al suo pedinamento gli avevano garantito che al momento dell'esplosione il direttore di Umanit Nova si trovava ben lontano dal centro(1031). Lo stesso giorno la questura di Roma segnalava la presunta partecipazione di Malatesta a un complotto contro l'ordinamento dello stato "insieme al Vella Randolfo, un russo ed anarchici fiumani"(1032). Era uno strascico dell'abortito progetto di Giulietti, che per tutto l'anno avrebbe continuato a lasciarsi dietro una lunga scia di falsi allarmi. Un mese dopo, il 19 agosto, lo stato maggiore dell'esercito riprendeva la notizia aggiungendo di prevedere, nel corso del mese, attentati contro il primo ministro(1033). Il 26 agosto, infine, Malatesta tenne una conferenza sulla reazione e sulle vittime politiche in un circolo socialista di Greco. Il giorno dopo veniva nuovamente chiamato in questura perch da un altro confidente era giunto all'orecchio di Gasti che il direttore di Umanit Nova avrebbe raccomandato ai suoi seguaci di "andare armati a provocare la forza pubblica" alla manifestazione per la Russia in programma per il 29(1034). La verit era che Malatesta, durante la conferenza, non aveva nemmeno accennato a tale manifestazione(1035).
Quella del 25 agosto fu la quarta perquisizione subita da Umanit Nova nei suoi primi sei mesi di vita(1036) e, come le altre, non diede l'esito sperato. Il quotidiano anarchico, pur potendosi a ragione rallegrare per i "risultati pi che trionfali" ottenuti in cos breve tempo, era cos povero da non avere nemmeno una macchina da scrivere.
Che l'"affare delle bombe" fosse una grossa montatura ordita con la connivenza di poliziotti senza scrupoli fu ampiamente dimostrato al processo, che si concluse con l'assoluzione di dieci dei tredici imputati e con la condanna, per semplice associazione a delinquere, dei soli Robbiati, Marchetti e Mascherpa(1037). Nel frattempo, per, tutti si erano fatti quasi un anno e mezzo di carcere preventivo. E se Umanit Nova fosse rimasta coinvolta nel "complotto", questo s un vero complotto ai suoi danni, forse non si sarebbe pi ripresa.
Il bello  che a mettere le bombe, sia al Cova che al Palazzo degli Esercenti, erano stati proprio degli anarchici. Non quelli, tuttavia, che il vicecommissario Rizzo e il vicequestore Torsello, forse anche per mettersi in luce mentre Gasti era in ferie, avevano cercato a tutti i costi di inguaiare. Furono Mariani e Aguggini, arrestati dopo la strage del Diana, ad assumersi la paternit dei due attentati e a spiegare perch li avevano commessi. Disse Mariani al processo:

Sono anarchico individualista e perci difensore della libert. L'attentato al Cova, del quale mi rendo pienamente confesso, (...) ebbe un'origine che  opportuno sia fatta conoscere. Il 22 giugno 1920 all'Arena di Milano ebbe luogo un comizio contro il rincaro del pane. A comizio chiuso, quando la folla degli operai partecipanti s'incammin verso il centro della citt, gli uomini d'ordine vollero dar prova della loro forza e della loro prepotenza e non appena la testa del corteo arriv in via Dante venne accolta da una scarica di armi da fuoco. Vi furono morti e feriti. Io mi trovavo tra quella folla e vidi con quale e quanto accanimento la guardia regia e gli agenti sparavano sui fuggiaschi. Vidi pure, da alcune finestre dei palazzi signorili di via Dante, parecchi borghesi che a loro volta sparavano rivoltellate contro il corteo. Da quel giorno cominciai a pensare che la borghesia aveva bisogno di un ammonimento e siccome in parecchi locali lussuosi del centro sapevo che i ricchi sghignazzando sulle miserie del popolo godevano ogni bene pensai che era appunto in quei luoghi che la mia azione doveva affermarsi. Alcun tempo prima, passeggiando lungo i viali del Villaggio dei Giornalisti, avevo scorto, ai piedi di una scarpata della ferrovia, una cassa abbandonata, frutto, si capisce, di qualche furto ferroviario. Siccome compresi subito che la cassa conteneva esplosivi, l'aprii e ne prelevai una parte. Fu appunto con quegli esplosivi che commisi gli attentati. Mi fu complice il mio compagno e amico Aguggini. Egli confezion l'involucro per gli esplosivi, io lo caricai.(1038)

Perch fu scelto il ristorante Cova? Perch a tutti era noto, spiega Mariani nelle sue memorie, che "i fascisti tenevano le loro riunioni in una sala sopra il vestibolo". Il piano dell'azione andava oltre il lancio della bomba. "Con lo scoppio di questa non volevamo uccidere nessuno; ma speravamo di provocare un'immediata reazione, sia da parte fascista che da parte della polizia, alla quale ci eravamo preparati a rispondere."(1039)
Mentre al processo Mariani altruisticamente dichiar di non conoscere nessuno degli imputati tranne Aguggini, del quale era compagno inseparabile da oltre un anno(1040), nel libro scritto trentatr anni dopo afferma di essersi accordato "con altri sette compagni", che la sera del 7 agosto si diedero convegno nelle vicinanze del Cova, "ciascuno armato di due rivoltelle e due bombe a mano"(1041). Questi sette compagni avrebbero dovuto, dopo il fatto, tirare le bombe e scaricare le armi sui poliziotti e sui fascisti sopraggiunti.
Dal giorno del primo attentato, quello che aveva causato la morte di un ex ufficiale, il ristorante era sorvegliato da una coppia di carabinieri. Ricorda Mariani:

Io con la bomba e l'Aguggini con le mani in tasca impugnanti le rivoltelle, mentre tutti gli altri ben disposti stavano pronti ad intervenire, come vedemmo i carabinieri avvicinarsi al vestibolo andammo loro incontro. Giunti che furono al solito punto, fecero il loro regolare dietro front. Noi entrammo, ed io accesi la miccia facendo poi ruzzolare la bomba il pi internamente possibile. Usciti rapidamente, avemmo il tempo di allontanarci di una diecina di passi prima di udire la forte detonazione. Tutti riuniti stemmo fermi un momento; sparammo diversi colpi di rivoltella per attirare l'attenzione; ma dato che era un semplice fuggi fuggi generale non potemmo fare di pi e ciascuno se ne and per proprio conto(1042).

Queste, dunque, le vere dimensioni del "complotto". Pochi giorni dopo le sette nuove reclute del gruppo, delle quali Mariani non ha mai fatto i nomi, furono arrestate. Lui, insieme a Boldrini e Aguggini, prudentemente part per la Svizzera, passando il confine alla stazione di Chiasso con l'aiuto di un berretto da ferroviere. O. C., meno conosciuto, restava a Milano.

Coi 7 di Porta Genova ne furono arrestati altre sette che nulla assolutamente sapevano dell'attentato. Su tutti, il commissario Rizzo prima e il giudice inquirente poi seppero inventare sufficienti prove per rinviarli a giudizio quali autori del lancio della bomba(1043).


LA RIVOLUZIONE MESSA AI VOTI

Nell'estate del 1920, in seguito a un dissidio di carattere amministrativo e personale con Nella Giacomelli, Mario Perelli lasci Umanit Nova(1044) Da una ditta genovese ricevette l'incarico di raccogliere inserzioni per una pubblicazione destinata alle Camere di commercio. Nonostante l'inesperienza, il lavoro gli and bene. La giornata del neo-agente pubblicitario finiva spesso al Grand'Italia, il lussuoso ristorante della Galleria. Cos, tra contratti e buone cene, Perelli pass il mese di agosto.

Io abitavo al rond Gagnola [oggi piazza Firenze]. Da quelle parti c' via Ruggero di Lauria, dove c'era l'officina dell'ingegner Romeo.
Una mattina sono a letto - non ho urgenza di andare a lavorare - quando sento un vociare, un tramesto. Mi alzo, vado gi. La Romeo s' messa in sciopero. C'era una controversia che si trascinava da un certo tempo, credevano di risolverla cos. Loro vanno alla Camera del lavoro, e io dietro. Pensavo: caso mai far un servizio per Umanit Nova.
Vado l, e la discussione pare che si allarghi, perch viene convocato il consiglio delle leghe. Quelli della Romeo non si muovono. Io non vado neanche a mangiare.
Verso le quattro c' la decisione: il consiglio generale delle leghe proclama l'occupazione delle fabbriche. Figurati, con la notizia calda! Attraverso Garlaschelli - il portinaio, che vendeva anche i giornali - cerco di avere informazioni precise. "S, ti assicuro, hanno deliberato cos." Via! Corro a Umanit Nova, porto la notizia(1045).

Il 1 settembre 1920 il quotidiano anarchico annunciava:

La presa di possesso delle fabbriche avvenne verso le 17 [del 31 agosto 1920] simultaneamente in tutti i 300 stabilimenti di Milano. La massa operaia dopo la serrata alla Romeo comprese subito che l'unico modo per impedire la serrata generale e l'occupazione delle fabbriche da parte della forza armata era di rimanere nei reparti, tutta, compatta e unita. Verso le 17 (...) gli operai abbandonarono i reparti, circondarono gli uffici, facendo prigionieri i direttori, i capiofficina, gli impiegati; tagliarono ogni comunicazione telefonica e posero delle sentinelle alle porte.

"Quale che sia la piega che prender il movimento" concludeva Umanit Nova " certo che da ieri le coscienze degli operai metallurgici si sono tese, si sono destate e han capito quale immensa forza possiede la massa operaia. E ci le sar d'auspicio per ogni eventualit rivoluzionaria."(1046) Ricorda Perelli:

Vien fuori Umanit Nova, con questo titolo qui, e subito si combina di fare una visita alle fabbriche occupate. Quella sera l, verso le sei e mezzo o le sette, andammo, mi pare, dalle parti di Porta Romana, non so se era la O. M. o la Brown Boveri. C'era Quaglino, Malatesta, io e ancora un altro o due. Mica tanti, quattro o cinque persone eravamo(1047).

Dice Quaglino:

Io ricordo che andammo alla Bianchi, che allora faceva le biciclette in viale Abruzzi, e alla Brown Boveri. Alle Fonderie Milanesi siamo andati un altro giorno per la morte di un compagno, che aveva fatto scoppiare una bomba(1048). C'era... c'era un entusiasmo enorme. Ma entusiasmo dentro la fabbrica.(1049)

Ricorda Perelli:

Ti avvicinavi a una fabbrica, di quelle grosse, e tutti i cancelli erano chiusi. Sul muro di cinta c'era una sentinella col fucile. E la porticina di ferro era difesa dalle guardie rosse, ormai si chiamavano cos, che facevano entrare le donne con la cena per gli operai.
Era una cosa! E un movimento! In un gran silenzio, tutti si davano da fare. Cosa facessero non lo so. Ma lavoravano intorno ai camion, li blindavano con certi lamieroni per poter uscire e occupare la citt. Preparavano la rivoluzione. Ti sentivi un brivido nella schiena e dicevi:  giunta l'ora, finalmente. E quasi non credevi ai tuoi occhi. Invece era la rivoluzione che cominciava. Tutti la prendevano sul serio. E il giorno dopo l'avevano presa sul serio anche i poliziotti, che stavano dall'altra parte della strada e mica si avvicinavano ai soldati della guardia rossa. Niente, facevano finta di non vederli...(1050)

La sensazione di Perelli, che la rivoluzione fosse cominciata, era condivisa da molti in quel momento. Si veda, per esempio, questo ricordo personale di Luigi Fabbri:

Uno spettacolo che mi dette quasi l'impressione del trionfo raggiunto fu quello che mi pass rapidamente davanti agli occhi tre o quattro giorni dopo, mentre tornavo in ferrovia a Bologna. Lungo la strada ebbi l'impressione di una regione in rivoluzione. Tutte quelle citt, paesi, e fino i pi piccoli villaggi della Lombardia e dell'Emilia, percorsi dal treno, davano la sensazione del movimento. Sulle fabbriche, stabilimenti e officine sventolava la bandiera rossa; ve n'erano fin sulle pi alte ciminiere. Nelle stazioni, nei passaggi a livello e in certi punti strategici, squadre di lavoratori sorvegliavano che non si trasportassero truppe da un punto all'altro, pronti nel caso a dar mano ai ferrovieri per arrestare i treni. Le automobili venivano fermate per ispezionarle. E a Bologna trovai la classe operaia in armi, come a Milano. In uno stabilimento vicino a casa mia mi mostrarono delle casse piene di bombe, pronte alla bisogna(1051).

Il 2 settembre l'Unione sindacale italiana invitava i lavoratori "a tenersi preparati all'urto decisivo in ogni centro industriale".

Preveniamo le Camere del lavoro, le sezioni tutte d'Italia aderenti all'Usi, che  molto probabile non si possa far giungere ovunque e in tempo le necessarie disposizioni della lotta: debbono quindi agire al momento opportuno con prontezza ed energia.(1052)

Ma gli operai chiusi nelle fabbriche intravedevano la possibilit di uno sbocco rivoluzionario? Si rendevano conto che era necessario uscirne al pi presto per estendere l'occupazione agli altri centri del potere economico e politico? Secondo Quaglino, no:

Si doveva uscire, certo. Giolitti lo aveva capito: fin che stanno dentro il pericolo non c'. Ma nessuno pensava di uscire. Gli anarchici volevano allargare il movimento, coinvolgere tutti gli altri lavoratori. Parliamoci francamente: uscire voleva dire essere armati. E il proletariato non lo era.(1053)

Diversa l'opinione di Perelli:

Occupare la fabbrica, occupare la citt. Questa fu la parola d'ordine, almeno per qualche giorno. Noi avevamo delle bombe, ricavate da tubi di ghisa, che erano per l'occupazione della citt, per affrontare la resistenza della polizia. Ma chi avrebbe fatto resistenza? Nessuno. Milano era nostra.(1054)

Ribatte Quaglino:

La nostra posizione era quella di Malatesta, che diceva: "Per abbattere la monarchia" - la questione era tutta l - "bisogna estendere il movimento di occupazione delle fabbriche. Bisogna che i marinai occupino le navi, i postelegrafonici gli uffici postali". Allargare il movimento. Sempre per via legale. Non si parlava di prendere il fucile e occupare la questura o la prefettura, che erano i centri del potere. Malatesta sosteneva che allargando il movimento si creava un vuoto di potere. Si sarebbe neutralizzata la classe borghese e si sarebbe fatta la repubblica. Tutto l. Solo questo poteva produrre un moto di smarrimento nella borghesia. Perch tu capisci che, finch ad essere occupate sono le fabbriche, la vita non muore. La gente andava a spasso, andava al cinema...(1055)

Ha scritto Luigi Fabbri:

Ci ch'egli [Malatesta] sosteneva allora in pubblico e in privato era questo: non potersi presentare mai pi un'occasione migliore per vincere quasi senza spargimento di sangue; estendere l'occupazione delle fabbriche metallurgiche a tutte le altre industrie e alle terre; dove non c'erano industrie, scendere in piazza con scioperi e sommosse locali, che distogliessero le forze armate dello stato dai grandi centri; dalle localit pi piccole dove non vi fosse proprio nulla da fare accorrere in quelle maggiori pi vicine; scesa in campo di gruppi d'azione di fiancheggiamento; armarsi nel pi gran numero possibile e intensificare la raccolta di armi. E cos via.(1056)

Anche Perelli, tuttavia, pare d'accordo con Quaglino quando afferma che le ripercussioni dell'occupazione delle fabbriche nelle citt furono assai scarse.

La gente accettava il fatto dell'occupazione e basta. Gli operai andavano, quelli che ci andavano, a fare la guardia. E dopo i primi giorni molti non ci andarono neanche pi. La cosa cominciava a trascinarsi. L'entusiasmo dell'inizio era sbollito. I camion non uscivano. I socialisti rifiutavano di assumere la direzione del movimento e i sindacati, che non avrebbero voluto, erano costretti ad accettare la responsabilit di quel movimento cos grande, pi grande di loro, per trasformarlo in una questione sindacale. Cos, ogni volta che andavi in una fabbrica occupata, il morale era sceso di due o tre gradi(1057).

Ha scritto Gianni Bosio, sulla scorta degli articoli sull'occupazione delle fabbriche pubblicati da Umanit Nova l'1 e il 2 settembre, che per sciogliere le difficolt alle quali il movimento andava incontro e per forzare la mano a chi era propenso all'attesa sia il quotidiano che il movimento anarchico, come pure la direzione dell'Usi, "puntavano, speravano, dichiarandolo, in un intervento brutale e armato dello stato: ci avrebbe fatto uscire, fra l'altro, il movimento dal corporativismo in cui era nato e si manteneva"(1058). Contemporaneamente, tuttavia, era anche molto forte la sfiducia nella volont rivoluzionaria dei sindacalisti della Cgl, per i quali si temette, fin dai primi giorni, che l'occupazione fosse solo "un bel gesto". Umanit Nova dichiarava:

Per noi anarchici il movimento  molto serio, e dobbiamo fare il possibile per incanalarlo verso una maggiore estensione, tracciando un programma preciso di attuazioni, da completarsi e perfezionarsi radicalmente, giorno per giorno, prevenendo, oggi, le difficolt e gli ostacoli di domani, perch il movimento non vada ad infrangersi ed esaurirsi contro gli scogli del riformismo.(1059)

Il 5 settembre lo stesso quotidiano "indicava nella difesa delle fabbriche il fronte unico della lotta proletaria"(1060) e prospettava l'opportunit di un incontro fra tutti gli organismi operai. Subito dopo, temendo che l'incontro non potesse aver luogo, o che da esso ci cercasse di escludere gli anarchici e gli iscritti all'Usi, il movimento anarchico rompeva gli indugi e passava all'offensiva. Forte della propria consistenza nella regione ligure, indiceva un convegno "per decidere l'estensione dell'occupazione e per creare, anche in una sola zona, il fatto compiuto del passaggio visibile e dimostrato dalla fase economica a quella politica"(1061).

A questo punto eran le cose quando l'Usi convoca un convegno a Sampierdarena la domenica sette settembre. Sono invitati e intervengono tutti i sindacati della regione ligure e di ogni corrente sindacale. A quel convegno (...) si fa presto strada l'idea di prender possesso del porto di Genova e di allargare l'occupazione tutta nella Liguria senza nulla attendere dai massimi dirigenti.
Questa volta si verifica un caso strano: la Confederazione del lavoro invia al convegno due suoi rappresentanti: uno dei massimi gerarchi, Colombino, e il compagno nostro Garino.
Lo sviluppo degli avvenimenti dimostr in piena luce l'abile manovra confederale: impedire una decisione di occupazione locale immediata allargata, come quella a cui abbiamo accennato. Ma l'intervento di Colombino non avrebbe che ottenuto un effetto contrario; ci voleva un compagno nostro, il quale - nella pi perfetta buonafede sulle intenzioni del Colombino - perorasse alla sua volta la causa della sospensiva. Della sospensiva, avvertendo che la Confederazione del lavoro si degnava di comunicare che tra pochi giorni sarebbe stato convocato da parte sua un convegno a Milano nel quale non sarebbe stata esclusa nessuna frazione sindacale e nel quale la decisione dell'occupazione generale si sarebbe potuto prenderla concordemente con tutte le forze d'Italia. Una tale impostazione delle cose non poteva che avere per risultato di convincere tutti i convenuti a Sampierdarena della ragionevolezza di non prendere una decisione affrettata. E cos fu(1062).

Il 7 settembre Umanit Nova ammonisce:

(...) gli operai si sono asserragliati nelle loro fortezze del lavoro scacciandone i capitalisti. Il governo  un'altra volta impotente a reagire e cerca un accomodamento e un compromesso con gli operai. Se riuscir a farli uscire dalle fabbriche, si rimanger poi abilmente tutte le promesse, magari anche quella della liberazione delle vittime politiche, e si preparer alacremente ad allestire nuovi mezzi di difesa e di offesa contro i lavoratori per salvare ancora una volta la baracca borghese. (...) Un'occasione cos favorevole per iniziare l'espropriazione dei capitalisti col minimo sacrificio di sangue non si presenter mai pi!

E, avendo forse raccolto le voci di una non improbabile compravendita, conclude il suo appello con un'invocazione di tono quasi biblico: "Operai (...). Guai a voi ed ai vostri figli se vi lasciate ancora una volta ingannare!"(1063).
Se  vero che gli anarchici, proclamando l'occupazione delle fabbriche "momento rivoluzionario" hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto "non (...) abborracciata e improvvisata"(1064) ma "di altissima responsabilit", una posizione che permette loro di trattare "un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l'avvio per la rivoluzione" con esemplare "coerenza propagandistica e politica", con "misura", "consapevolezza" e "diremmo quasi (...) gradualit"(1065), viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilit, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l'azione.
Il movimento anarchico e l'Usi i quali teoricamente erano spinti in avanti da un'analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cio di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un'azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.(1066)

Nonostante la sfiducia cominciasse a serpeggiare tra gli operai che occupavano le fabbriche ("si erano disamorati, avevano visto che diventava un bidone"(1067), Malatesta - che era stato uno dei primi a lanciare l'idea dell'occupazione e che qualcosa di simile aveva fatto sei anni prima ad Ancona durante la Settimana Rossa(1068) - continu a girare per gli stabilimenti. Il 7 settembre diceva alle maestranze della Bianchi:

Quale che sia la piega che prender il movimento, voi dovete essere pronti a tutto: esso pu estendersi a tutte le fabbriche, alle miniere, alla terra, ecc., senza che governo e borghesia abbiano la forza di arrestarne l'estensione e l'intensificazione. Ma se la forza bruta dei vostri padroni interverr, non dovrete spaventarvi per questo. Attorno a voi si stringe tutto il proletariato, si stringono tutti i sovversivi rivoluzionari d'Italia. Allora sar la lotta decisiva, e voi avrete iniziata la battaglia per la completa emancipazione dei lavoratori.(1069)

La denuncia, la distinzione, l'opposizione anarchica saranno per da questo momento "puramente verbali e scritte, tali cio da dare il crisma di credibilit all'azione confederale"(1070). L'8 settembre un "gruppo di operai anarchici" distribuisce nelle fabbriche di Milano un volantino:

Oggi non  pi questione di trattative e di memoriali. Oggi  questione di tutto per tutto: per voi come per i padroni. Per far fallire il vostro movimento i padroni sono capaci di concedere tutto quello che domandate: poi, quando voi avrete rinunciato al possesso delle fabbriche e queste saranno presidiate dalla polizia e dalla truppa, allora guai a voi! Non cedete, dunque. Avete in mano le fabbriche, difendetele con tutti i mezzi. Entrate in relazione tra fabbrica e fabbrica e coi ferrovieri per il rifornimento delle materie prime, intendetevi colle cooperative e col pubblico. Vendete e scambiate i vostri prodotti senza tenere alcun conto di coloro che furono i padroni. Padroni non ve ne debbono essere pi - e non ve ne saranno se voi vorrete(1071).

Il 9 settembre, dopo aver constatato che n l'Usi n la Uai sono state invitate al "convegnissimo" confederale in programma per il giorno dopo a Palazzo Marino(1072), Umanit Nova denuncia il tradimento. L'11 settembre - affidando, nota Bosio, "a uno sperato potere taumaturgico delle parole ci che doveva essere invece esito di una azione e di consenso politico"(1073) - lancia un appello alle forze operaie:

Metallurgici,
qualunque cosa stiano per decidere "i dirigenti", non abbandonate la fabbrica, non cedete la fabbrica e non consegnate le armi. Se oggi uscite dalla fabbrica, domani non vi rientrerete che decimati, dopo di esser passati sotto le forche caudine della tracotanza padronale.
Operai di tutte le industrie, arti e commerci; seguite "subito" i metallurgici nell'occupazione degli stabilimenti, dei cantieri, dei depositi, dei panifici e dei mercati.
Contadini, occupate la terra!
Marinai, occupate le navi!
Ferrovieri, non fate marciare i treni se non per la causa comune!
Postelegrafonici, sopprimete la corrispondenza della borghesia!
Una imprevista possibilit viene prospettata dalla occupazione delle fabbriche: quella di compiere una grande rivoluzione, senza spargimento di sangue e senza disorganizzare la vita nazionale.
Non lasciamocela sfuggire!
E voi soldati fratelli nostri, ricordatevi che quelle armi che vi hanno dato per difendere il privilegio e massacrare i proletari che anelano alla loro emancipazione possono essere adoperate contro gli oppressori e [per] la redenzione dei lavoratori tutti.(1074)

Parole inutili. Il 10 settembre, a Palazzo Marino, la rivoluzione era stata messa ai voti e rinviata a una occasione pi propizia.
Ricorda Perelli:

Dopo i primi giorni, ch'io sappia, non siamo pi andati in giro per le fabbriche. Il momento era passato. Eh, le cose bisognava farle di slancio. Malatesta insist fino alla fine, parlando e scrivendo(1075).
Per onor di bandiera, ma non ci credeva pi nemmeno lui. Non ci credeva pi nessuno. Dopo otto giorni era finito tutto(1076).

E gli anarchici, erano tutti d'accordo con Malatesta?

C'era una diversificazione di attivit. Chi faceva il suo giornalino continuava a farlo. Chi discuteva di Nietzsche o di Kropotkin continuava a discuterne. C'era una parte, la parte sindacalizzata del movimento anarchico, che partecipava attivamente anche perch era in fabbrica. Ma gli anarchici come... ideologia erano spezzettati. Ognuno aveva la sua chiesuola.(1077)

E l'Usi non era un momento coagulante?

No, l'Usi non aveva mai goduto di troppa considerazione tra gli anarchici. L'Usi, in fondo, era legalitaria, perch il movimento sindacale non esce dalla legalit: devi riconoscere un padrone e lottare con lui sul terreno dei fatti. Non c'era molto slancio verso l'Usi. La si considerava uno strumento per diffondere certe idee, non un organismo capace di far qualcosa. Nell'organismo non si aveva molta fiducia.(1078)

Ci fu la sensazione che le masse l'avrebbero pagata?

No, no, no. Il pensiero della "grande paura"? Credo che non li abbia neanche sfiorati. No. A Milano, almeno, and cos. Pochi capirono che si era perduta una grandissima battaglia(1079).

Scrive Gino Cerrito:

L'entusiasmo che animava gli anarchici durante le settimane di occupazione delle fabbriche  perfettamente rispecchiato dalle colonne di Umanit Nova. (...) Ma il movimento rimase slegato e quasi isolato localit per localit; mentre i dirigenti confederali, con il tacito consenso della pavida direzione socialista, coordinavano i loro sforzi con Giolitti per svuotarlo di ogni contenuto rivoluzionario, ostacolando altres il suo estendersi.
D'altra parte, dopo i primi giorni, il blocco borghese contro l'occupazione si irrigid e fu evidente che, facendo a meno del credito e dell'organizzazione bancario-commerciale a cui gli stabilimenti erano legati, il movimento non avrebbe resistito a lungo. Anarchici, comunisti, sindacalisti sostenevano in maniera differenziata che, per sopravvivere e trasformarsi in rivoluzione sociale, il moto avrebbe dovuto uscire dalle fabbriche e usufruire della solidarit coordinata della classe lavoratrice tutta. Sarebbe stata - scriveva allora Malatesta -la rivoluzione meno sanguinosa (...).(1080)

Tre volte nel dopoguerra, secondo Luigi Fabbri, le istituzioni monarchiche erano state a un pelo dall'esser rovesciate. La prima nel 1919, quando i moti del caroviveri si propagarono in tutta Italia "come una striscia di fuoco", qua e l favoriti anche da elementi militari. La seconda nel 1920, quando la rivolta militare di Ancona provoc uno scompiglio nel governo: allora "una mossa audace sarebbe bastata a far proclamare la repubblica, cui (...) era disposta favorevolmente anche una parte della borghesia". La terza fu rappresentata dall'occupazione delle fabbriche, finita la quale il governo avrebbe confessato di non aver mai avuto le forze sufficienti per espugnare "tante fortezze quanti erano gli stabilimenti" dove si erano trincerati gli operai.(1081)
L'occupazione fall e la responsabilit maggiore di questo fallimento fu dei socialisti.

Ma un po' di responsabilit (...) spetta anche agli anarchici, che negli ultimi tempi avevano conquistato un notevole ascendente sulle masse e non seppero utilizzarlo. Essi sapevano, per averlo mille volte detto prima e per averlo ripetuto nel loro congresso a Bologna (...), che cosa bisognava fare. Il governo e la magistratura, anzi, credettero proprio che gli anarchici avessero fatto quel lavoro di preparazione che tanto avevano propugnato.(1082)

Per questo, quando anche gli operai pi ostinati furono costretti a rientrare nei ranghi, la reazione si scaten. L'abbandono delle fabbriche fu "come il principio della ritirata per un esercito che aveva fino a quel giorno avanzato"(1083).
Mentre lo scoraggiamento si propagava nelle file del movimento operaio, il governo riprendeva animo. Una pioggia di perquisizioni e di arresti si abbatt sugli anarchici, che erano in quel momento il gruppo rivoluzionario pi aggressivo e meno numeroso(1084). Quando qualcuno chiese il loro aiuto, i socialisti spalancarono le braccia: che cosa avrebbero potuto fare? Gli anarchici furono lasciati soli. E su quella grande sconfitta del movimento operaio il fascismo costru il suo regno di violenza e di oppressione(1085).

UNA SPEDIZIONE FINITA MALE

Da Zurigo, dove si erano rifugiati dopo l'attentato al Cova, Boldrini, Aguggini e Mariani tornarono a Milano in settembre. L'occupazione delle fabbriche li aveva scossi ed entusiasmati. "Eravamo convinti" ricorda il terzo nelle sue memorie "che il popolo italiano si fosse finalmente deciso per il grande cimento rivoluzionario."(1086)
Se l'espatrio era stato un gioco da ragazzi, il rientro attraverso le montagne, pur con l'aiuto di una guida, fu difficoltoso. Partiti durante la notte, i tre giunsero a Luino a giorno fatto. Correttamente vestiti, tranquilli, disinvolti, passarono tra le guardie di finanza senza destare sospetti. Poi il viaggio continu fino a Milano.
A Giuseppe Mariani, di cui era evidentemente nota la dimestichezza con armi ed esplosivi, i compagni di lavoro che occupavano la Franco Tosi di via Borgognone chiesero di contribuire alla difesa della fabbrica procurando del materiale bellico. Senza farsi pregare, Mariani part subito per Vicenza con Boldrini, su un camion con autista fornito dagli operai dello stabilimento. Quella sera si fermarono a Brescia, dove il compagno Umberto Mincigrucci provvide a rifornirli di benzina.

Fummo accompagnati in un quartiere dove mi parve di vedere solo fabbriche e dove era necessario procedere con accortezza per aggirare gli ostacoli posti per la difesa, dando di tanto in tanto le parole d'ordine che cambiavano da tratto in tratto. In quel quartiere tutto e tutti avevano l'aspetto di qualche cosa di misterioso e nello stesso tempo di potente. Gli ordini, il luccichio di baionette innestate alle luci rapide delle lampadine a mano e i rumori di un cauto muoversi davano netta l'impressione di un campo di battaglia dove ci si preparasse per una difesa o per un attacco.(1087)

Passato per Verona e Vicenza, dove un guasto al motore lo obblig a una sosta di alcune ore, il camion giunse a Schio la sera del giorno dopo. Quella notte due compagni del posto guidarono i milanesi fino a un deposito di armi e munizioni nascosto in alta montagna. "L avemmo un cassone di materiale" ricorda Mariani "talmente pesante che per sollevarlo dovemmo faticosamente prestarci in otto."(1088)
Caricato il materiale sul camion, ebbe inizio il viaggio di ritorno. Il tempo era peggiorato. Una fitta pioggia, mista a chicchi di grandine, sferzava la stradicciola di montagna. Il veicolo era privo dell'impianto d'illuminazione e Mariani, seduto di fianco al guidatore, cercava di aiutarlo sollevando davanti a s la lanterna che teneva in mano.
Non andarono lontano. In una curva, alle porte di Malo, il camion usc di strada e si capovolse in un fosso. La benzina delle latte di scorta si rovesci sulla lanterna sfuggita di mano a Mariani e in pochi secondi le fiamme avvolsero il veicolo e il suo terribile carico.

Vi sono situazioni di pericolo che infondono, in chi ci si trova, una forza che non avrebbe mai in situazioni normali. Quello fu il mio caso, quello di Boldrini e Canavesi [Pietro Canavesi, un anarchico di Gallarate], che riuscimmo a sottrarci alle fiamme. Io, liberandomi da un gancio che m'aveva preso per il collo della giacca; Boldrini e Canavesi rompendo con un colpo di testa il copertone del camion. L'autista, inchiodato al suo posto dal volante contro il petto, sarebbe perito nelle fiamme senza il nostro rapido aiuto. Eguale aiuto, purtroppo, non potemmo prestare all'altro giovane socialista che, nel capovolgersi del camion, era rimasto sotto il cassone: le fiamme prima e poi lo scoppio dei proiettili e delle bombe, che si trovavano nella cassa ormai distrutta dal fuoco, ci costrinsero ad indietreggiare.(1089)

Il rumore delle esplosioni svegli di soprassalto gli abitanti del paesino, che si affacciarono allarmati alle finestre mentre i superstiti, con le vesti a brandelli, sparivano nel buio. Tenendo a braccetto Boldrini che, ustionato alle mani e al viso, non ci vedeva pi, Mariani raggiunse la casa di un compagno. Qui i quattro scampati alla brutta avventura poterono cambiarsi. Poi, mentre Boldrini veniva ospitato nella baita di un pastore, Mariani e gli altri due, dopo una lunga marcia notturna per viottoli e mulattiere, raggiunsero una piccola stazione ferroviaria e salirono sul primo treno in transito(1090).
Un morto, un ferito, il camion distrutto: peggio di cos non sarebbe potuto andare. Stranamente, n le indagini sul camion uscito di strada n quelle sulla vittima dell'incidente approdarono a nulla. Nessuno scopr mai da dove il veicolo era partito e chi aveva accompagnato il caduto nella sfortunata spedizione.
Tornato felicemente a Milano, la sera stessa, con Eugenio Macchi, Mariani and da Malatesta per informarlo dell'accaduto e per chiedergli se poteva occuparsi di far portare Boldrini a Milano, dove sarebbe stato curato meglio. La risposta di Malatesta fu un semplice: "Sta bene". Cos, con la macchina della Camera del lavoro, l'anarchico veniva trasferito a Milano e nascosto in una casa di viale Monza. Ma per Boldrini, smanioso "di avere le cure della mamma", la clandestinit era un peso insopportabile. E una notte il ferito fu portato a casa sua(1091). Di quella decisione, poco saggia, si sarebbe ben presto pentito.


LA FRECCIA NEL FIANCO

" tempo di capire che Borghi ci  infinitamente pi vicino di Daragona [sic]" avevano scritto Zinovjev e Bucharin quell'estate in una lettera aperta ai socialisti italiani(1092). "Malatesta, in tempo di rivoluzione,  meglio di D'Aragona. Fanno delle sciocchezze. Eppure sono elementi rivoluzionari. Noi abbiamo combattuto insieme con i sindacalisti e gli anarchici contro.Kerenskij e i menscevichi. Abbiamo mobilitato migliaia di lavoratori in questo modo. In tempo di rivoluzione occorrono dei rivoluzionari" aveva ribadito il 10 agosto, con la sua voce dolce e quasi femminea, il presidente della Terza Internazionale(1093).
Per questo il segretario dell'Usi era stato invitato in Russia, dove aveva potuto entrare fingendosi un ex prigioniero di guerra sordomuto, dopo un viaggio rocambolesco finanziato da Umanit Nova, e dove aveva risposto alle ansiose domande di Lenin sulla situazione politica italiana. Era stato un colloquio molto franco. Se l'anarchico non aveva persuaso il bolscevico, il bolscevico non aveva persuaso l'anarchico. Ma la stima reciproca era rimasta, anche dopo che l'italiano aveva manifestato il proprio dissenso su alcuni nodi della politica comunista.
L'occupazione delle fabbriche sorprese Borghi in Russia. Partito in fretta e furia per rientrare al pi presto in Italia, a Berlino il segretario dell'Usi trov una lettera di Virgilia d'Andrea in cui lo si avvertiva che un misterioso mandato di cattura, del quale nessuno aveva mai sentito parlare, era stato spiccato contro di lui(1094).
Il 20 settembre, quando Borghi arriv a Milano, l'occupazione delle fabbriche era agli sgoccioli. In meno di una settimana sarebbe iniziata la restituzione. Il primo incontro del segretario dell'Usi con Virgilia, Malatesta e gli amici pi intimi ebbe luogo all'Hotel Diana, dove Borghi dorm la prima notte in attesa di chiarire la faccenda del mandato di cattura(1095).
I fatti all'origine di questo mandato risalivano ai giorni del congresso anarchico di Bologna. In quell'occasione, su un tram, era avvenuto uno spiacevole incidente tra alcuni "ragazzacci" e due congressisti, uno dei quali era appunto Borghi. "Lasciali fare, sono dei poveri fessi" aveva detto il segretario dell'Usi quando il compagno si era risentito per certe frasi pronunciate dai primi. Solo il giorno dopo, nell'albergo bolognese che ospitava una parte dei congressisti, i due anarchici erano venuti a sapere che i provocatori del giorno prima non erano propriamente "ragazzacci" ma guardie addette al loro pedinamento. Poi Borghi era partito per la Russia e, durante la sua assenza, il suo compagno era stato incarcerato(1096).
Emesso il 20 luglio dalla regia procura bolognese per "oltraggio e favoreggiamento" (oltraggio alle guardie e favoreggiamento nei confronti del compagno), il mandato era rimasto ineseguito per l'assenza di Borghi dall'Italia. Col ritomo dalla Russia del segretario dell'Usi, esso parve subire un'improvvisa trasformazione. Il 22 settembre veniva infatti consegnato a Virgilia d'Andrea un mandato di comparizione che invitava Armando Borghi a presentarsi personalmente al giudice alle 9 del mattino del 20 ottobre(1097).
Il giorno dopo, 23 settembre, squilla il telefono all'Unione sindacale.  il nuovo prefetto di Milano, Alfredo Lusignoli(1098), con l'offerta di Giolitti di mettere uno o due rappresentanti del sindacato "anarchico" nella commissione incaricata di preparare la legge sul controllo operaio, la "grande conquista" dell'occupazione. "Rispondemmo" ha ricordato Borghi "che noi eravamo contrari a ogni istituzione che potesse imbracare il movimento operaio, che non collaboravamo col parlamentarismo e col regime borghese, e che non intendevamo nominare nessun delegato"(1099). Il fatto merita di essere riferito almeno per un motivo: se l'Usi avesse accettato l'invito di Lusignoli, il suo segretario con ogni probabilit sarebbe entrato nella commissione, ridiventando una persona perbene ed evitando quasi certamente di far la fine del compagno bolognese.
Mentre il segretario dell'Usi, respinto il concordato Giolitti-Olivetti-D'Aragona, riprendeva la propria attivit, parlando a Milano, Sestri Ponente e Verona(1100), il direttore dell'Avanti!, stizzito dall'atteggiamento fortemente polemico di Borghi verso i socialisti, apriva le colonne del suo giornale a una grave insinuazione: il segretario generale dell'Usi, nei giorni "caldi" dell'occupazione delle fabbriche, si sarebbe trattenuto a Berlino per sfuggire al mandato di cattura. Sull'organo del partito socialista piovvero le smentite dell'interessato, ma Serrati prefer ignorarle. E contemporaneamente, con singolare metamorfosi, "il mandato di comparizione subiva una nuova trasformazione e ritornava mandato di cattura"(1101).
Ha scritto Armando Borghi, con un'immagine piuttosto efficace, che la conclusione della vertenza metallurgica potrebbe paragonarsi a una freccia mortale piantata nei fianchi del movimento operaio, una freccia di cui nessuno sul momento parve accorgersi. Dopo l'occupazione delle fabbriche "le masse sindacali sentivano confusamente di essere state sconfitte, ma non vedevano chiaramente n come n da chi. Perci continuavano a pensare come se non fossero state sconfitte"(1102). Ma la freccia aveva aperto una ferita inguaribile, e della conseguente emorragia quello che meno sembrava curarsi era proprio il partito socialista, sconvolto dalle recriminazioni tra comunisti, massimalisti e riformisti.
Se Turati, dal canto suo, notava che Serrati, "partito per la Russia bollente, ne [era] ritornato ghiacciato" e accusava l'Avanti! di far propaganda alle posizioni massimaliste, "anzi anarchiche", spingendo cos gli operai a leggere Umanit Nova e a "trovarne giuste le idee", Nofri riferiva che lo stesso Serrati aveva detto a Lenin che "quello della Russia non era socialismo n comunismo ma vera anarchia" e Baldesi si abbandonava a una girandola di pettegole insinuazioni sui compagni di partito: D'Aragona avrebbe "misurato uno schiaffo" a Graziadei; il convegno tenuto a Milano dai socialisti era stato "un manicomio"; Tuntar era "un morfinomane", Bombacci "un beone", Gennari "un nevrastenico", Lazzari "il balocco di tutti". Difficile non vedere, tra le righe del telespresso col quale Lusignoli trasmetteva a Giolitti queste "piccanti" informazioni, la legittima soddisfazione di un fedele servitore dello stato di fronte alle prove d'incapacit e allo sfacelo dei suoi nemici(1103).


"SOGGHIGNA, LIETO, IL VECCHIO DI DRONERO"

No, non cantate, no. Questa  perduta,
Forse, per sempre, splendida battaglia!
L'avvilimento vostro oggi ben fiuta
Chi, con leggi, vi stringe e vi attanaglia.

No, non cantate, no. Ponete il lutto
Su le bandiere... sotto il cielo nero......
Il folle sogno, illusi,  ormai distrutto.
Sogghigna, lieto, il vecchio di Dronero.(1104)

Cos, di l a poco, in una cella di San Vittore Virgilia d'Andrea avrebbe malinconicamente commemorato la fine dell'occupazione delle fabbriche. E che in quel momento "il vecchio di Dronero" stesse effettivamente sogghignando era abbastanza verosimile. Nella situazione di rissa al vertice e di forte disorientamento alla base del movimento operaio venutasi a creare dopo la conclusione della vertenza metallurgica il governo aveva infatti gi ripreso a tessere alacremente le sue trame per liquidarne l'ala anarchica e ridurre al silenzio il suo giornale.
Da Bologna, ai primi di ottobre, il prefetto Visconti dava notizia di un'intesa tra Unione anarchica laziale, Unione anarchica bolognese ed estremisti della sezione socialista romana per un'azione antimonarchica e antimilitarista preceduta da un'intensa propaganda rivoluzionaria nell'esercito e nelle masse. L'azione, concertata il 2 ottobre, avrebbe dovuto consistere in "atti di terrorismo contro le pi spiccate notabilit e autorit e contro i ritrovi dei ricchi." Non mancava la solita precisazione secondo cui il denaro necessario sarebbe stato fornito da "stranieri" per nuocere al governo e "screditare sempre pi l'Italia all'estero"(1105).
E il 3 ottobre chi ti capita a Bologna se non il "noto Borghi Armando", col pretesto di una visita alla madre ma con chiss quali vere intenzioni? Visconti  disorientato. Sa che sul segretario dell'Usi pende un mandato di cattura, ma  anche al corrente del fatto che n la questura di Milano n quella di Genova, donde Borghi proviene, hanno ritenuto di eseguirlo. Che il governo abbia impartito "speciali istruzioni" al riguardo? Visconti si affretta a chiederlo a Roma, mentre dispone un accurato servizio di sorveglianza(1106).
La visita  breve. La sera stessa Borghi riparte per Milano(1107). Dove, intanto, le indagini della questura locale hanno confermato l'esistenza del complotto. E che razza di complotto! Risulta infatti a Lusignoli che Malatesta, Borghi e altri anarchici del gruppo di Umanit Nova, Schiavello per i socialisti estremisti e alcuni sindacalisti non meglio identificati si starebbero tutti adoperando "per iniziare prossimamente da Roma un movimento insurrezionale nella penisola, con la collaborazione di tutti gli elementi estremi delle principali citt, come Torino, Brescia, Bologna, Genova, ecc.". La direzione del movimento si troverebbe a Roma e la data per lo scoppio dei moti, non ancora fissata definitivamente, "potrebbe coincidere con la festa del giorno 11 novembre p.v.". Mentre Schiavello "avrebbe ordinato che tutte le armi utilizzate test per la difesa degli stabilimenti metallurgici siano tenute pronte in attesa del segnale", altre armi "si starebbero raccogliendo ovunque", d'accordo con elementi militari(1108).
Lusignoli confidava a Giolitti di aver notato, in quei giorni, "un'insolita attivit nel campo estremista anarchico e sindacalista". Il 4 ottobre, per esempio, c'era stato un gran viavai nella sede dell'Usi; e nel pomeriggio Malatesta, Borghi e altri anarchici e sindacalisti locali e di altre citt, venuti a Milano per concertare una prossima manifestazione pro Russia e vittime politiche(1109), si erano riuniti in un locale vicino alla stazione ferroviaria per prendere accordi rimasti segreti.

Si dice che si tratterebbe di creare un fronte unico rivoluzionario contro il riformismo. E per tale riunione dov forse prendere gi accordi a Bologna il Borghi, il quale, portatosi col giorni sono, ne ripart subito la notte, e telefonava all'Umanit Nova, perch ne fosse avvertito il Malatesta, di essere arrivato nella notte (...).(1110)

Il 7 ottobre, nuovo grido d'allarme del prefetto di Bologna. "Partecipo" telegrafa Visconti a Giolitti "che ieri  giunto improvvisamente e senza alcuna segnalazione il noto Malatesta Errico che si  recato presso il maestro Fabbri [a] Corticella."(1111)
L'abilit con cui Borghi e Malatesta "seminavano" i loro angeli custodi preoccupava e infastidiva il governo, che gi il 2 ottobre aveva raccomandato a tutti i prefetti del regno di segnalare sempre per telegrafo i movimenti dei sovversivi e degli anarchici pi pericolosi ai colleghi delle province dove questi erano diretti (non dimenticando di informare "sempre" il ministero dell'interno degli spostamenti di Borghi e Malatesta)(1112) e che, vistosi ripetutamente beffato, rinnovava la raccomandazione una settimana dopo(1113).
Intanto, con grande sollievo di Visconti, per tutta la giornata dell'8 Malatesta non aveva lasciato Corticella, dov'erano andati a trovarlo diversi compagni bolognesi(1114). L'11 ottobre il prefetto annunciava:

Pare che permanenza Bologna noto anarchico Malatesta Errico sar questa volta assai pi lunga precedenti. Egli sta svolgendo opera attivissima indicendo frequenti riunioni fra gli elementi anarchici pi noti si ritiene per concretare la linea di condotta degli anarchici stessi e dei sindacalisti durante l'ulteriore pi acuta fase decisiva della grave vertenza agraria e nei riguardi della pronunciata manifestazione del giorno 14 corrente a favore delle cos dette vittime politiche e contro la politica del governo verso la Russia(1115).

Il 12 ottobre, domenica, Armando Borghi e Virgilia d'Andrea andavano a Trieste per inaugurare il vessillo del locale Sindacato ferrovieri. Gi da qualche mese la citt era in balia dei fascisti, e nemmeno quel giorno mancarono le aggressioni. Ma il comizio indetto dai ferrovieri non fu disturbato. Gli oratori poterono parlare tranquillamente(1116) e altrettanto tranquillamente ripartire per Milano. Quando Borghi, per, scese dal treno, in fondo alla banchina vide una persona che conosceva bene. Era il vicecommissario Rizzo, che lo dichiar in arresto(1117).
Lo stesso giorno partivano da Milano altri due lunghi rapporti prefettizi nei quali Lusignoli, valendosi di notizie fiduciarie ottenute da persone "attendibilissime", forniva nuovi interessanti particolari sul "complotto".
Nella preparazione dei moti insurrezionali previsti per il mese di novembre gli estremisti "sarebbero appoggiati dagli anarchici, dai sindacalisti dell'Unione sindacale italiana e anche dai repubblicani dei vari centri, esclusa, per, la Romagna". Erano stati questi stessi estremisti, precisava il prefetto, a volere la nuova agitazione postelegrafonica del 14 ottobre, cos come sarebbero stati loro a capeggiare quella dei tessili che, notava allarmato Lusignoli, "porterebbe all'occupazione degli stabilimenti". Secondo questi estremisti, la Cgl andava perdendo sempre pi terreno, essendo le masse "stanche dei suoi metodi, i quali non fanno che dilazionare la rivoluzione". Il prefetto era anche in grado di confermare che ai moti insurrezionali in corso di preparazione avrebbero partecipato "elementi militari" tra i quali alcuni aviatori che "dovrebbero volare per lanciare bombe su Roma, (...) su Fiume e altre citt". Il centro dell'organizzazione era Brescia, dove "i capi delle Guardie Rosse di Milano" sarebbero andati a prendere entro brevissimo tempo "20 mitragliatrici e altre armi" sottratte a quel deposito e custodite da loro fiduciari l residenti(1118).
Nel secondo rapporto il prefetto di Milano ampliava il quadro della situazione italiana, situandolo in un contesto internazionale e facendo i nomi dei principali cospiratori. Nell'attuale momento politico, scriveva Lusignoli, "la massa degli operai propenderebbe per la frazione massimalista diretta dal noto prof. Gennari, il quale dispone di larghi mezzi che gli sarebbero forniti dalla Russia (...)". A contendersi la direzione del movimento erano, secondo il prefetto, i socialisti, i sindacalisti e gli anarchici: tutti "concordi", per, nel voler "compiere lo sforzo insieme". Nella scelta tra Gennari e Borghi gli estremisti si sarebbero orientati verso il secondo che in caso di rivoluzione, notava Lusignoli, "seguirebbe le orme di Trotzkij, inaugurando contro la classe borghese il sistema del terrore".
I migliori elementi rivoluzionari, affluendo nel nostro paese dalla Svizzera, dalla Francia, dall'Austria, dalla Germania e dall'Ungheria, al momento opportuno avrebbero preso le redini del movimento. Ma il vero centro motore era ovviamente la Russia, dove si nutriva la convinzione che l'Italia potesse diventare il focolaio di un nuovo vasto incendio rivoluzionario europeo. E "appositi centri bolscevichi" diretti da comunisti e anarchici erano in corso di fondazione nelle principali citt del regno.

Il movimento dovrebbe iniziarsi a Milano entro due mesi, dopo la scissione che avverr nel partito socialista, [e] dovrebbe essere preceduto da atti di terrorismo alla "irlandese" e con sequestro di persone di grossi pescicani e industriali in modo da produrre il panico e far fuggire la borghesia e capitali all'estero, in modo da provocare disoccupazione [,] agitazioni, miseria [,] e preparare cos la rivolta della massa.

Gli anarchici, in particolare, si stavano adoperando per creare l'occasione che avrebbe dovuto accendere di entusiasmo gli operai e pensavano, secondo il prefetto, che "un'agitazione pro vittime politiche, bene impostata, potrebbe portare a scioperi, occupazioni e quindi ai moti".

Essi cercano in tutti i modi di provocare la reazione, e nei loro circoli si discute con un certo senso di sorpresa la politica del governo che mette in serio imbarazzo gli agitatori estremisti, i quali non vorrebbero che i governanti andassero incontro ai desideri della massa e che l'Italia monarchica desse il regime di libert attuale che permette di estrinsecare la loro attivit in condizioni migliori di quelle permesse nei paesi europei che erano ritenuti finora pi liberi(1119).

Se davvero gli anarchici, come ogni tanto qualcuno li accusava, fossero stati favorevoli alla politica del "tanto peggio", non avrebbero dovuto aspettare a lungo per veder esauditi i propri desideri. Lusignoli stava ancora scrivendo il suo rapporto, o forse lo aveva appena finito, quando l'arresto di Armando Borghi torn ad arroventare l'ambiente.


MANCATO ASSASSINIO

Il 14 ottobre 1920 si svolse in tutta Italia la manifestazione pro vittime politiche e pro Russia rivoluzionaria concertata dieci giorni prima a Milano. Il suo scopo principale doveva essere quello di ottenere, con un'azione "immediata ed energica", la liberazione di tutti i proletari carcerati. Contemporaneamente si voleva imprimerle "un carattere sempre pi accentuato di solidariet con la rivoluzione russa e di protesta contro qualunque atto, da parte del governo, di aiuto e di favoreggiamento alla controrivoluzione"(1120).
Bisognava che fosse, scrisse Umanit Nova la vigilia, "una manifestazione efficace per la sua imponenza e ammonitrice per la sua compattezza": una manifestazione di tutto il proletariato italiano "deciso a imporre il basta a una politica di subdola reazione che svolge le sue trame insidiosamente sia ai danni delle masse lavoratrici nostrane e dei nostri militanti di avanguardia; sia associandosi a quella pi complessa azione reazionaria internazionale che aspetta la parola d'ordine da Londra e da Parigi" per "ristabilire lo czarismo in Russia e restaurare una grande monarchia danubiana...".
Gli anarchici italiani, che non avevano mai esagerato i meriti della rivoluzione russa, non erano disposti a esagerarne neppure le manchevolezze. E poich ritenevano che tra le cause della sua degenerazione la pi importante fosse il blocco decretato dalle potenze occidentali, non soltanto facevano propria la causa della Russia ma proclamavano la necessit di "generalizzare la rivoluzione" per salvare la repubblica dei soviet e dare al suo sviluppo un nuovo indirizzo e un nuovo impulso(1121).
Gioved, 14 ottobre, per due ore Milano si ferma. Dalle tre alle cinque pomeridiane cessa il lavoro nelle officine, s'interrompe la circolazione dei tram, gruppi di fattorini invadono le centrali telegrafiche e telefoniche per imporre la sospensione di ogni attivit, nelle stazioni i ferrovieri incrociano le braccia. Sotto un cielo plumbeo dal quale cadono ogni tanto improvvisi scrosci di pioggia, in una citt presidiata dalla forza pubblica(1122), quattro grandi comizi si svolgono in quattro diversi quartieri(1123). Di una vittima politica, soprattutto, si parla. L'arresto di Armando Borghi  troppo recente per non suscitare l'indignazione generale. E da parte dei ferrovieri si protesta con veemenza e si giura che non partir nessuno dei treni che dovrebbero tradurre a Bologna, per il processo, il segretario dell'Usi(1124).
L'imponente manifestazione, subito definita "anarchica" dal Corriere della Sera(1125) si svolge e si conclude nel massimo ordine. Verso sera, per, quando la citt ha ormai ripreso il suo aspetto normale, un clamoroso incidente avviene in piazza del Duomo. "E alla guardia rossa ci romperemo le ossa" si mettono a gridare una trentina di fascisti per sfottere operai che, reduci da uno dei comizi, stanno aspettando il tram. Alcuni di questi ultimi, evidentemente anarchici, rispondono alla provocazione inneggiando a Malatesta. Allora un ex ardito si stacca dalla squadra dei fascisti, raccolta come sempre all'imbocco della Galleria, si avvicina a un anarchico e fa l'atto di percuoterlo. Questi (secondo il rapporto del questore) estrae una rivoltella e preme il grilletto. Dai portici i fascisti rispondono al fuoco. Credendosi presi di mira, si mettono a sparare anche i dodici carabinieri che presidiano la Galleria, subito imitati dalla truppa (che in gran parte si d per intelligentemente alla fuga). I carabinieri rovesciano una grandine di colpi anche dentro la Galleria, sparando all'impazzata e "senza motivo" (ma qui il prefetto censura il subalterno con un pi appropriato: "risposero al fuoco")(1126); e nella sparatoria cade un conte romano che aveva, per sua maggiore disgrazia, appena chiesto d'iscriversi ai fasci(1127).
Quella sera, come se non bastasse, entrava in azione anche il gruppo di Giuseppe Mariani. L'anarchico mantovano riconosce, nelle sue memorie, che in due mesi lo stato d'animo suo e dei suoi compagni era molto cambiato, per la delusione di "aver visto inutile una preparazione rivoluzionaria che ci era costata tanti sforzi e sacrifici"; per l'umiliazione di una sconfitta (la fine dell'occupazione delle fabbriche) che "ne lasciava presagire altre"; per il desiderio di far qualcosa che "desse l'impressione ai vincitori che in tutti i vinti le speranze di un riscatto non erano naufragate nel tradimento dei dirigenti della Ggl"; per l'esasperazione, infine, prodotta dai maltrattamenti riservati agli arrestati "rossi". Fu soprattutto quest'ultima la ragione che decise Mariani, Aguggini e il misterioso O. C. a dare alla polizia "una lezione che potesse servire di esempio"(1128).

Confezionai due bombe: una a orologeria, mediante acidi, e una a miccia. La prima da far scoppiare mezz'ora dopo la seconda per colpire la polizia corsa sul posto. Il luogo scelto per nasconderla fu il piazzale Cavour in un angolo del quale, tra l'hotel e il politecnico, erano ammucchiate molte pietre.
Una sera, tra le ore 20 e [le] 21, riusciamo a nascondere la bomba a orologeria sotto le pietre, dopo di che, mentre io e O.C., alla distanza di una diecina di metri, teniamo sotto la minaccia delle rivoltelle due giovanotti e una ragazza, la figlia del portiere del politecnico, che il caso aveva condotti proprio al centro della piazza, l'Aguggini si porta davanti all'entrata dell'hotel, accende la miccia e fa ruzzolare la bomba che scoppia quasi subito(1129).

La realt  sempre pi sorprendente della fantasia. Caso volle che nel preciso momento in cui Aguggini faceva ruzzolare la sua bomba due dei camerieri dell'albergo stessero cercando, come in un melodramma ottocentesco, di rubare i gioielli di una baronessa dall'appartamento che questa vi occupava. L'esplosione svent il piano ladresco. Da una finestra dell'albergo uno dei due camerieri fu visto fare strani segnali e la polizia, accorsa dopo lo scoppio, lo arrest, accollandogli immediatamente la qualifica di anarchico(1130). Seguivano l'arresto e la denuncia del complice(1131). "Cos" commenta Mariani "l'attentato fu attribuito a loro come se avessero voluto distrarre l'attenzione degli ospiti dell'hotel onde rendere pi facile la loro impresa."(1132)
Le due bombe di piazza Cavour fecero pochi danni e nessuna vittima. Ma il rumore, ancora una volta, fu grande. E il giorno dopo le retate di anarchici ripresero. Racconta Quaglino:

Io fui arrestato quel mattino, per primo. Vennero gli agenti, nella mia camera ammobiliata di corso Indipendenza, e mi dichiararono in arresto. Fecero una perquisizione, ma non trovarono niente. In questura ebbi un colloquio col commissario Di Mizio. Fu molto gentile: "Signor Quaglino, mi dispiace, devo mandarla a San Vittore". Non mi disse per quale motivo. Era un ordine da Roma, di Giolitti. Mi misero in una cella, con altri due detenuti per reati comuni, e restai l con loro due o tre mesi. E poi, non so come fu, forse si accorsero che ero un politico, e mi passarono nel braccio con Borghi e Malatesta(1133).

Parecchie decine di sovversivi furono arrestati quel mattino nelle loro case. "Fummo arrestati anche noi" ricorda Giuseppe Mariani "armati ancora di rivoltella; ma per due circostanze che hanno tutto del romanzesco (...) fummo semplicemente imputati di porto abusivo di armi." La prima circostanza consisteva nel fatto che prima di compiere l'attentato i tre uomini erano entrati in un bar di largo Garigliano del quale erano clienti abituali. L, dopo aver ordinato della birra, finsero di andare a prendere da fumare, lasciando sul tavolo i bicchieri mezzi pieni. Compiuto l'attentato, erano tornati al bar. Cos, quando furono arrestati, l'alibi, confermato da numerosi testimoni, li salv. La seconda circostanza, alla quale abbiamo gi accennato, fu quella del furto dei gioielli, per cui i sospetti caddero sulla coppia di camerieri(1134). Oltre agli arresti furono eseguite numerose perquisizioni, che fruttarono un bottino piuttosto scarso: cinque rivoltelle, qualche coltello, un modesto quantitativo di cartucce(1135).
Poi, a mezzogiorno, mentre si stava preparando il giornale, una ventina di agenti in borghese facevano irruzione negli uffici di Umanit Nova, in via Goldoni, perquisendo i locali e arrestando tutti i redattori presenti(1136). Per impedire l'uscita del quotidiano si tent di arrestare anche una parte dei tipografi - che, con un paio di eccezioni, non erano anarchici - e solo le energiche proteste di costoro riuscirono a sventare la minaccia. Scriveva Umanit Nova quello stesso pomeriggio:

Lo scopo di questa manovra  troppo palese perch occorra insistervi. Il governo vuole soffocare la nostra voce, che sa potente, e tenta di toglierci i compagni che pi danno la loro attivit al nostro giornale, credendo cos di togliere di mezzo i nemici suoi pi pericolosi(1137).

Mentre si perquisivano le abitazioni di Errico Malatesta e Gigi Damiani, entrambi assenti, le comunicazioni telegrafiche col giornale subirono un'interruzione. Un telegramma per la Camera del lavoro sindacalista bolognese, spedito verso le 14 - "Arrestata in massa redazione avvertite Errico urge ritorno stop. Invitate convegno organizzazione dare solidariet. Umanit Nova"(1138) - non sarebbe mai giunto a destinazione per ordine della prefettura di Milano.
Per il resto della giornata, mentre compagni e corrispondenti cercavano invano di telefonare, fu negata al quotidiano ogni comunicazione intercomunale. Un episodio abbastanza significativo veniva riportato da Umanit Nova il giorno dopo: "Un compagno che chiedeva [di] comunicare con noi fu, erroneamente, s'intende, messo in comunicazione con la questura!"(1139). Infine, verso le 19, guardie regie e carabinieri perquisivano la sede milanese dell'Usi, andandosene a mani vuote(1140).
Il bilancio di quella prima giornata si chiuse con un'altra trentina di arresti per misure di P. S.(1141) e con la reiterata richiesta, da parte del prefetto, di un congruo aumento della forza pubblica(1142). La sera stessa il questore, dopo aver chiesto al prefetto mille fanti, cento cavalleggeri e tre autoblindate per le sette del mattino dopo nell'eventualit di uno sciopero generale di protesta, era in grado di comunicare, sollevato, che - stando alle informazioni dei propri fiduciari - "non vi sarebbe intenzione" di proclamarlo(1143).
Arresti e perquisizioni continuarono con lo stesso ritmo durante la notte e il mattino seguente. "Per prevenire continuazione attentati e accertare responsabilit sono stati eseguiti 100 arresti" telegrafava il prefetto la sera del 16 ottobre(1144). Ma il bilancio dell'operazione appariva deludente. Tra gli arrestati, molti dei quali non avevano nulla a che fare con l'anarchismo, quattro erano stati trattenuti e denunciati per porto d'armi abusivo; i quattro redattori di Umanit Nova per cospirazione contro i poteri dello stato; i due camerieri "anarchici" dell'hotel Cavour per le bombe che non avevano messo; nove stranieri per accertamenti. E un'ottantina erano gi stati rimessi in libert(1145). Lusignoli aveva un diavolo per capello:

Arresti e perquisizioni anarchici hanno dato scarsi risultati. Disposta azione concordata tra questura e carabinieri che mi hanno dichiarato occorrerebbero fondi speciali per avere informazioni. Domani terr riunione vari corpi per intensificare azione della quale fin qui neppure io sono soddisfatto(1146).

Se non era soddisfatto Lusignoli, figuriamoci quanto dovevano esserlo gli anarchici da lui presi di mira. "Si tenta di assassinare Umanit Nova" titolava il giornale su tutta la prima pagina. E aggiungeva:

La prova che la reazione  rivolta - per ora - solo contro di noi  palese: gli arrestati, la lista dei quali, qui a Milano, aumenta di ora in ora, sono tutti compagni nostri, e del resto il questore di Milano ha dichiarato appunto che aveva dato ordine di arrestare non solo i redattori del nostro giornale ma anche tutti gli anarchici che potessero essere "utili ai fini della giustizia", e siccome i fini della giustizia sono cos imprecisi e variabili, e vanno dalla scoperta del complotto terroristico alla ricerca dell'oro bolscevico, cos i nostri compagni dovrebbero occupare per parecchio tempo quelle celle lasciate vuote dagli ufficiali e commendatori truffatori e ladri che il decreto d'amnistia ha rimesso oggi in libert.

Le vere cause della repressione erano da ricercarsi, secondo il quotidiano anarchico, non nelle due innocue bombette di piazza Cavour, che non avevano fatto male a una mosca, ma nel grande successo della manifestazione del 14 ottobre di cui gli anarchici, in tutta Italia, erano stati i pi attivi ed entusiastici promotori. Nella sua stoltezza il governo credeva, colpendo gli anarchici, di vibrare un colpo decisivo al nuovo fronte formato dai lavoratori. Ma in un sol caso, notava Umanit Nova,

il governo potrebbe avere ragione: se il proletariato italiano lasciasse passare, senza reagire, questa prima ondata di repressione, che  volta contro di noi, perch avverrebbe che tra breve, sconvolte le nostre forze, la reazione si volgerebbe contro gli altri gruppi e partiti sovversivi, e risalirebbe man mano fino ai pi rosei socialisti.(1147)

Ma il governo non  stolto, come credono gli anarchici. "Noi giochiamo la nostra carta e voi giocate la vostra" dice il questore a Repossi quando il parlamentare socialista va a chiedergli spiegazioni sull'"ondata di follia reazionaria, ordinata da Roma, per fonogramma, a tutte le questure del regno"(1148). Il guaio  che la carta del governo, in quel momento,  la migliore. E baster scoprirla per avere partita vinta.



Terza parte

GIUSTIZIA  FATTA

(...) i piani strategici, i complotti sono sogni di polizie impotenti (...)
Cesare Lombroso

La polizia  arte.
Giovanni Rizzo

(...) nella maggior parte dei casi quel che visto da lontano sembra scriteriato s'imponeva come una necessit agli uomini del tempo.
Arturo Carlo Jemolo


"ABBIAMO TOLLERATO FINO ALL'IMPOSSIBILE"

Il 16 ottobre la decisione di arrestare Malatesta  presa. "Malatesta che trovasi a Bologna sar arrestato appena torni a Milano" telegrafa Lusignoli al ministero dell'interno alle 20,25 di quella sera. "In caso di soverchio ritardo suo ritorno sar disposto arresto luogo sua reperibilit."(1149)
Questa decisione non fu solo il coronamento della vasta operazione repressiva condotta dalla questura milanese dopo l'occupazione delle fabbriche e la manifestazione del 14 ottobre ma anche un piacere reso ai benpensanti e a tutte quelle forze che, come i fascisti, stavano diventando anche a Milano il braccio armato della borghesia.
Lo stesso giorno, infatti, Lusignoli era stato visitato dal direttore del Popolo d'Italia. Questi gli aveva detto che i fascisti e i nazionalisti erano "fermamente decisi opporsi con ogni mezzo anche [il] pi violento contro intemperanze partiti estremi che portano Italia a rovina". Mussolini aveva particolarmente insistito "nel non voler pi oltre tollerare agitazioni funzionari e agenti pubblici servizi", cio scioperi di ferrovieri, tramvieri e postelegrafonici. E si era dichiarato pronto, con i suoi, a non uscire dall'ordine e dalla legalit, purch il governo avesse dato una buona strigliata a tutti i pubblici funzionari. In caso contrario, ammoniva, "non sarebbe risparmiato alcun eccesso".
"Debbo avvertire" spiegava Lusignoli a Giolitti "che queste opinioni vengono generalizzandosi in tutta Milano; classi medie non nascondono risentimenti contro indulgenza verso partiti estremi". Gli stessi forestieri affluiti nel capoluogo per partecipare al congresso della Societ delle Nazioni avevano fatto intendere chiaramente che "in molti il concetto di libert  esagerato", dovendo esso procedere "di pari passo con tutela supremi interessi Patria". Lusignoli trovava opportuno informare il primo ministro di questo "palese orientamento", sottolineando altres come l'"azione esercitata dopo scoppio bombe contro anarchici" avesse fatto "buona impressione"(1150).
Partito da Corticella la sera del 16 ottobre, alla stazione di Bologna Malatesta si incontr con i compagni Damiani e Venturini, venuti a salutarlo. Fermati dalla polizia, i tre anarchici furono accuratamente perquisiti. Ma dalle loro tasche, e dallo scarso bagaglio del partente, saltarono fuori dei semplici elenchi di indirizzi. Malatesta, in particolare, "non fu trovato [in] possesso [di] alcun documento che desse motivo [al] suo arresto"(1151).
Solo alle 2,50 del mattino(1152) il vecchio anarchico poteva ripartire per Milano, scortato da alcuni agenti investigativi e debitamente segnalato alla questura di quella citt(1153). Il diretto sul quale viaggiava raggiunse il capoluogo lombardo verso le 7,40. Dalla stazione Malatesta and subito a casa, in via Tiepolo, dove lo aspettava Carlo Frigerio, l'unico redattore di Umanit Nova - a parte Damiani, il redattore capo, che era rimasto a Bologna - ancora a piede libero. Fu mentre i due uomini erano a colloquio nell'abitazione di Malatesta che il commissario Di Mizio buss alla porta col mandato di cattura.
Malatesta, scrive Il Secolo nella sua cronaca, "non si mostr sorpreso" e "senza la minima osservazione" segu il funzionario al commissariato di Porta Monforte. Lo accompagnava Frigerio, arrestato insieme a lui. Doveva ancora suonare mezzogiorno quando.i due anarchici, dopo un'altra breve sosta a San Fedele, entravano nel carcere di San Vittore e venivano chiusi in due celle separate(1154).
Quella sera, dopo la campanella del silenzio, Armando Borghi ud un cigolo di chiavistelli e un rumore di porte sbattute. "Un nuovo aggiunto" pens. Poco dopo qualcuno apriva la "bocchetta" della sua cella, che incornici la testa del direttore di Umanit Nova, col suo sorriso e con l'immancabile pipetta.

Potei intrattenermi qualche minuto con lui. Era ottimista. Pensava a una delle solite scaramucce, incerti del mestiere. Ma io, quando lo vidi l, cessai di essere ottimista. Nitti nel 1919 [recte: 1920], quando Malatesta fu tratto in arresto, lo fece subito rilasciare per paura di una rivolta. Ma Giolitti, facendolo arrestare, non era uomo da rischiare lo smacco di mollarlo nelle ventiquattr'ore. L'affare era, dunque, molto serio.(1155)

Intanto il questore di Milano aveva convocato i giornalisti per illustrare le ragioni del provvedimento.

Gli ultimi gravi fatti verificatisi a Milano e in altri centri d'Italia sono frutto di una deplorevole propaganda di odio e di violenza. (...)
Sono oltremodo preoccupanti per l'autorit di P.S. le manifestazioni d'intolleranza e di odio che ogni giorno, per parte degli elementi che del Malatesta accettano le teorie, vengono commesse. Non una dimostrazione  ormai possibile senza che si abbiano a deplorare tentativi criminosi accompagnati dal sacrificio di vittime umane. A noi, preposti alla tutela dell'ordine pubblico e della pubblica tranquillit, spetta l'obbligo di tutelare la sicurezza dei cittadini. Abbiamo tollerato fino all'impossibile, ma dopo gli ultimi fatti dolorosi, i quali anche a Milano hanno causato vittime, l'inerzia nostra avrebbe potuto essere facilmente scambiata per impotenza. In considerazione di ci ho giudicato opportuno agire. (...)
Il codice penale ha articoli ai quali posso attingere per formulare accuse contro questi elementi turbolenti. Cos Malatesta, per i suoi inviti, per la propaganda orale,  incorso nei reati di eccitazione all'odio tra le classi sociali, e incitamento all'insurrezione e alla violenza, facendosi propulsore di atti delittuosi. (...)
Ho la convinzione di avere con me l'assentimento della parte pi sana della cittadinanza, di coloro cio che, pur ammettendo il libero dibattito delle tendenze e dei partiti politici, esigono che siano usati mezzi pacifici e civili(1156).

Sicuro di s e disinvolto in pubblico, Gasti doveva esserlo un po' meno in privato. Mentre segnalava l'arresto di Malatesta, Quaglino, Pagliai, Porcelli, Frigerio e Perelli, il questore di Milano, evidentemente consapevole della difficolt di formulare un solido capo d'accusa, si preoccupava di ottenere dal procuratore del re una proroga di tre giorni al termine consentito per la presentazione della relativa denuncia(1157). E Lusignoli, forse per tranquillizzare Corradini, si affrettava a comunicargli di essersi guadagnato la benedizione della magistratura:
Conferito con procuratore generale presso corte appello che ha convenuto nella legalit dell'arresto della nota persona, trattandosi di reato continuato, pel quale pu considerarsi attuale flagranza. Ha assicurato che l'autorit giudiziaria sar rigida nell'istruttoria del processo, aggiungendo che, dato arresto eseguito in flagranza, non occorre convalida.(1158)
Nonostante le assicurazioni di Lusignoli - che la sera prima aveva escluso la possibilit di uno sciopero generale di protesta per gli arresti seguiti alle manifestazioni del 14 ottobre - e la freddezza con cui il questore aveva giocato la sua carta, il timore che l'arresto di Malatesta potesse provocare vivaci reazioni tra i suoi compagni doveva essere ancora piuttosto forte se gi quella sera Gasti informava il prefetto che "anarchici avrebbero progettato attentati terroristici" contro le sedi del Popolo d'Italia, dei fasci di combattimento, della questura e della stessa prefettura(1159), mentre da Roma cos Vigliani faceva telegrafare a tutti i prefetti del regno:

Seguito arresto avvenuto oggi Milano anarchico Errico Malatesta non  improbabile che elementi anarchici si abbandonino ad atti di violenza e di terrore. Occorre pertanto che su tali elementi venga sempre pi esercitata vigilanza onde prevenire ed eventualmente reprimere con prontezza detti tentativi(1160).

Il primo ad accogliere l'invito fu Visconti, lo zelante prefetto di Bologna che, non essendo riuscito ad arrestare Malatesta la sera prima, cerc di rifarsi nei due giorni successivi. Dopo aver fatto perdere a una squadra di poliziotti quasi tre ore del pomeriggio domenicale per una perquisizione della Camera del lavoro di Mura Lame, in cerca di armi che nessuno riusc a trovare(1161), la mattina dopo spediva al ministero un allarmato telegramma:

In una riunione segreta di anarchici si sarebbe stabilito di trovarsi oggi in ora non nota ma che presumesi notturna nei locali del gioco del pallone in piazza Otto Agosto per accordarsi e organizzare il travestimento di anarchici con divisa militare da arditi con relativo ufficiale allo scopo di prendere munizioni e armi (compresi cannoni) nelle caserme e specie in quella Mammolo. Medesimi sarebbero gi provvisti di mitragliatrici(1162).

Cos, per scongiurare ogni possibile insurrezione di anarchici travestiti da arditi e armati di mitragliatrici e di cannoni, la mattina del 18 ottobre si procedeva all'arresto, nelle loro case, degli anarchici pi noti e influenti della zona, tra i quali lo stesso Luigi Fabbri(1163).


VERSO UN REGIME DI LEGGI ECCEZIONALI

L'arresto di Errico Malatesta punse sul vivo gli anarchici che per non si abbandonarono, come temeva il governo, ad "atti di violenza e di terrore". Nonostante le allarmistiche informazioni di Gasti, nei giorni che seguirono la questura milanese dovette intervenire due sole volte, e per fatti trascurabili: la sera del 18 ottobre, quando le guardie regie di sentinella intorno alla prefettura notarono sul muro di cinta due individui che, fischiando, facevano dei misteriosi segnali, e li misero in fuga con qualche colpo di moschetto(1164); e il pomeriggio del giorno seguente, quando due sovversivi vennero fermati con un pacco di volantini stampati alla macchia che cominciavano con le parole: "Errico Malatesta arrestato!" e che incitavano i lavoratori a occupare le fabbriche(1165).
Lungi dal compiere atti inconsulti, gli anarchici milanesi si limitarono a protestare energicamente dalle colonne di quel giornale che, con l'operazione dei giorni scorsi, il governo aveva cercato di ridurre al silenzio, proprio per dimostrare che, nonostante l'ampiezza inusitata dell'attacco, la loro voce era pi viva che mai; e sempre con la recondita speranza che l'azione dei compagni socialisti andasse un po' in l delle solite generiche mozioni di solidariet. Il 19 ottobre, dando la notizia dell'arresto del suo direttore, Umanit Nova scrive:

La borghesia era stata invasa da tal paura durante l'occupazione delle fabbriche nel vedersi completamente impotente davanti alla massa lavoratrice armata e padrona dei mezzi di produzione che ha compreso che bisognava tentare l'ultima carta prima che fosse troppo tardi, prima che i lavoratori si accorgessero che la vittoria tanto decantata li aveva in realt disarmati e resi nuovamente impotenti (...)(1166).
Per ottenere la liberazione di Malatesta Umanit Nova esortava i lavoratori dei campi e delle officine a occupare le terre e le fabbriche, i ferrovieri a fermare i treni e i marittimi a bloccare le navi nei porti, anche se questo avrebbe significato ingaggiare l'ultima decisiva battaglia contro i "moribondi e agitati rimasugli della nefasta borghesia italiana."(1167) Contemporaneamente, conscio della precariet della propria situazione, il quotidiano anarchico lanciava un appello ai tipografi. Il momento era grave. Umanit Nova, per volere del "poliziotto di Dronero", era ormai "in condizioni di non potersi pi pubblicare". Direttore, redattori e gerente si trovavano tutti a San Vittore. Travolto dall'attacco della "canea reazionaria", evidentemente decisa a strangolarlo, il giornale era "in agonia". Il "vecchio tipografo" che aveva sottoscritto l'appello concludeva, sdegnato:

Ebbene, compagni tipografi, dimostriamo di essere all'altezza dei tempi. Nessun giornale della borghesia deve vedere la luce se prima non sono stati messi in libert tutti i redattori di Umanit Nova. Compagni tipografi, impossessiamoci di tutte le tipografie e facciamo uscire tutti i giornali con la testata di Umanit Nova(1168).

Era una proposta originale, ma i tipografi fecero orecchie da mercante. Tutti gli altri lavoratori li imitarono, riducendosi - attraverso i loro capi - a pronunciare timide parole di solidariet con gli arrestati.
Che fare, dunque? Riconoscendo nell'"odiosa persecuzione" contro "centinaia" di anarchici italiani la precisa attuazione di un "piano prestabilito", le prime prove di un "regime del pugno di ferro" il cui avvento era stato favorito dall'abbandono, da parte dei lavoratori, della loro "posizione di battaglia", cio delle fabbriche occupate, Umanit Nova non aveva difficolt ad ammettere che "davanti a tutto un vasto piano organizzato di repressione non si possono contrapporre azioni isolate". Non un invito, dunque, al terrorismo, ma la responsabile consapevolezza che era necessario "inquadrare l'azione di protesta (...) nella situazione generale"(1169). Purtroppo la situazione generale era tutt'altro che allegra. Tra i lavoratori italiani, solo quelli della Spezia e di Carrara decidevano lo sciopero generale di protesta(1170). Tutti gli altri, nonostante Umanit Nova additasse loro a esempio i compagni carrarini(1171), si accontentarono di qualche mugugno. Fra i leader sindacali del momento il pi leale fu ancora una volta il segretario della Federazione marinara. Mentre la stampa italiana plaudiva, unanime, all'arresto di Malatesta - accolto con "grande soddisfazione" e interpretato come il primo passo verso il definitivo restauro dell'ordine e della legalit - Giulietti rilasciava un'appassionata dichiarazione:

In questo momento in cui i non pochi giornali della borghesia si scagliano contro Errico Malatesta sento il piacere e il dovere di esprimere a questo sereno e magnifico libertario la mia solidariet.
Dissento da lui, come dottrina e come metodo, nella lotta per la completa pacificazione e redenzione del genere umano. Ma ci non pu n deve impedirmi di ricordare, in quest'ora, ai lavoratori che Malatesta  in carcere perch "reo" di averli difesi e di difenderli con ardore sconfinato e perch il governo confida nella divisione delle loro forze e dei loro partiti di avanguardia.
Se i lavoratori facessero quindi sentire al governo il peso della loro unione, il governo troverebbe immediatamente le ragioni legali per mettere in libert l'indomito ribelle.
Questa unione deve perci formarsi subito e ad ogni costo agire con prontezza e decisione; diversamente Malatesta rester per molto tempo seppellito nelle patrie galere(1172).

Giulietti ha ragione. La sua  una profezia che puntualmente si avverer. Ma l'unione non si realizza, il movimento operaio resta inerte. La sua forza non trova un punto sul quale far leva. Lontani sono i giorni del trionfale rimpatrio dell'esule. E forse il suo arresto, in quel momento, non d troppo fastidio anche a chi atteggia il viso a compunzione.
Un breve sussulto si  avuto quando un gruppo di ferrovieri, tra i quali gli anarchici "contano" ancora molto, ha ricordato ai compagni che essi dispongono di un'"arma potentissima":

Come i lavoratori delle officine occupano i loro cantieri, quelli dei campi la loro terra, noi dobbiamo essere pronti a fermare non solo ogni movimento di treni, ma anche ad adoperare le ferrovie solo a vantaggio dei nostri compagni di lotta(1173).

Per qualche giorno una parola corre su molte bocche: ostruzionismo. Umanit Nova soffia sul fuoco:

Intensificate, perfezionate ancora un po' la rigorosa e doverosa applicazione dei regolamenti, in modo che tutti i servizi ferroviari vengano eseguiti con sempre maggior cura, colla massima perfezione possibile, per maggior sicurezza del pubblico...(1174)

Ma il fuoco, purtroppo,  di paglia. Se in Italia i treni ritardano, si affretteranno a spiegare i ferrovieri, la colpa non  loro. Non per ostruzionismo avvengono queste cose, ma solo per la pessima qualit del carbone fornito dagli alleati. E gli arresti degli anarchici? Sullo scottante argomento il Sindacato ferrovieri afferma di non aver niente da aggiungere "ai deliberati presi in unione ai maggiori organismi proletari"(1175). Qualcuno non  soddisfatto e vorrebbe un impegno pi preciso. Non gli resta che scrivere lettere sconsolate a Umanit Nova(1176), che dal canto suo pu solo prendere sconsolatamente nota della gelida dichiarazione.
Ma che dicono i "deliberati" dei "maggiori organismi proletari"? Sostanzialmente nulla. Alle affannose proposte degli anarchici, di fare qualcosa di concreto, di coordinare e promuovere un'azione che, anche se in tono minore, valga a mostrare alla borghesia che il proletariato non  uscito sconfitto dalla lotta dei metallurgici e ha ancora energie sufficienti per rintuzzare i sempre pi scoperti tentativi di soffocamento reazionario, i socialisti rispondono che il momento non  opportuno, che ogni azione proletaria aumenterebbe le probabilit di successo della reazione, che bisogna star fermi, sicuri della propria forza e compattezza, e tenersi pronti per l'avvenire. Non molto pi di questo, infatti, si pu ricavare dalle frasi "per tutti i gusti e per tutti i colori" del manifesto "sapor di malva" che gli organi direttivi del partito socialista e del movimento operaio italiano approvano a Firenze il 20 ottobre dopo una discussione durata parecchie ore(1177). Il fatto che questo manifesto rechi anche la firma dei rappresentanti dell'Usi e della Uai, in uno sforzo unitario destinato ancora una volta a fallire, e il fatto che gli anarchici romani ne abbiano stilato per conto loro un altro anche pi povero di indicazioni concrete(1178), non tappa la bocca irriverente di Umanit Nova che si sente, insieme al suo direttore, il bersaglio principale della repressione e che non si  mai voluta considerare l'organo ufficiale dell'Unione anarchica italiana.
La sua polemica va in due direzioni. Per l'Avanti!, dal quale si sente platealmente tradita (chi non ricorda la vignetta pubblicata otto mesi prima dal giornale socialista per salutare l'uscita del "confratello" anarchico?), Umanit Nova ha parole di contegnoso e addolorato rammarico. Tra il "gelido annunzio" dell'organo del PSI e il gongolante silenzio della stampa borghese il quotidiano anarchico confessa di preferire il secondo. Perch? Perch dal giornale di Serrati era lecito attendersi "almeno un senso di maggior partecipazione". C' una nube, purtroppo, che "offusca l'orizzonte del divenire socialista".  la nube dell'antiautoritarismo anarchico, nel quale il futuro stato socialista pu scorgere solo un pericolo. Per questo si  infranta l'"illusione del fronte unico rivoluzionario". Per questo "nel momento della sventura gli amici di destra non sanno fare che poche parole di convenienza, la gelida convenienza che a volte pu sembrare uno scherno atroce"(1179).
Punto sul vivo, l'Avanti! si rifugia nell'ironia. Chiede: volevate un trattamento di favore? Non  questo, rispondono i "cugini".

Solamente, ci aspettavamo che un giornale difensore degli interessi delle classi oppresse, anzich limitarsi a dei commenti troppo gelidi, avesse pubblicato rilievi atti a richiamare l'attenzione delle sue molte migliaia di lettori operai sul fatto che il governo della borghesia ha commesso un atto che lede il diritto costituzionale della libert di stampa. L'arresto al completo della redazione di un quotidiano col relativo sequestro dei libri di amministrazione non  un avvenimento che entra nella cronaca ordinaria della vita cittadina, ma che [la] trascende, per entrare nel dominio dei fatti politici che interessano tutta la nazione(1180).

Il discorso non fa una grinza. E del disagio di molti socialisti si renderanno interpreti quei lettori dell'Avanti! che, senza rinnegare la propria fede politica, si affretteranno a esprimere al quotidiano anarchico quella solidariet di cui l'organo del loro partito  stato cos avaro. Scrive Vincenzo Aulisio da Forl:

Cara Umanit Nova, nell'ora in cui tu sei rimasta sola sul terreno a combattere contro la reazione che imperversa, ti giunga il mio gride di solidariet, di sdegno per l'apatia dei dirigenti del partito socialista.
Socialista, io; ma rivoluzionario, giovane che ama e odia, io sono con te. (...)
 stato arrestato Errico Malatesta, la redazione di Umanit Nova, e non una protesta vibrata  stata lanciata.
Tutti quelli che, nell'ora in cui il governo si mostrava debole, inoffensivo, arrendevole, si chiamavano rivoluzionari, oggi che questo governo comincia a mostrare i denti, oggi che la borghesia vuol fare la reazione, battono in ritirata mostrandosi vili nel momento della lotta; (...)(1181)

Scrive un altro lettore da una cittadina della Basilicata:

Nell'ora grigia che attraversiamo, la mia coscienza socialista m'impone di protestare contro il profondo silenzio ufficiale del mio partito di fronte all'imperversare della bufera reazionaria.
Alle prime notizie dell'arresto di Errico Malatesta pensai che una immediata ed energica azione proletaria avrebbe imposta la liberazione del generoso rivoluzionario.
Ma invece della protesta venne il manifesto del "preparatevi e vigilate"! Il governo sorrise felice di questa decadenza e strinse i freni, accanendosi negli arresti e nelle perquisizioni, imprigionando e imbavagliando.
E il proletariato italiano, che pure chiese nelle piazze il ritomo di Malatesta in Italia, rimase silenzioso (...)(1182).

Per la stampa borghese, che tace sul trattamento riservato a quelli che non ha mai considerato dei "colleghi" ed esulta per l'arresto di Malatesta, Umanit Nova ha soltanto disprezzo.

Da quando la stampa quotidiana pass nelle mani di gruppi finanziari, industriali e commerciali, col preciso scopo di influire sulla pubblica opinione al fine di interessi pecuniari inconfessabili, i giornalisti diventarono degli spregevoli strumenti di corruzione e di inganno.

Da allora  con l'aiuto di queste "coscienze comprate a un tanto la riga" che

si preparano o si inventano gli entusiasmi guerreschi e patriottici dei cittadini, si instillano gli odii fra i popoli, si varano i grassi affari coloniali, si ottengono i dazi protettori che arricchiscono una stretta cerchia di filibustieri dell'industria e del commercio, (...) si sabottano le leggi e i codici (...), si preparano i salvataggi di tutti gli avventurieri della politica e della sciabola e si inveisce e si aizza ferocemente contro chi smaschera quel cumulo di infamie e di immondizie morali(1183).

 questa stampa, naturalmente, a pubblicare col dovuto risalto una nota dell'Agenzia Italiana sui "severi provvedimenti che il governo starebbe per adottare contro i provocatori di disordini, da qualunque parte essi vengano". In che cosa consisterebbero questi provvedimenti? Si tratta di misure indispensabili, spiega paternamente l'agenzia. Per mantenere l'ordine interno, non potranno pi essere consentite "dimostrazioni di carattere sedizioso sia all'aperto, sia con biglietti d'invito in luogo pubblico". Ma non basta. I procuratori generali delle corti d'appello, "naturali tutelatori della legge", saranno invitati a "una pi stretta applicazione del codice per quei reati di stampa che, o sotto forma di vignette, o sotto forma di articoli, mirassero al disprezzo delle istituzioni e all'incitamento all'odio fra le classi sociali"(1184).
Se la stampa borghese accoglie i provvedimenti del governo con la soddisfazione di chi vede finalmente esaudito un suo antico desiderio, quella socialista li prende sottogamba. Il decreto che permette i soli comizi elettorali non ha alcun valore, scrive l'Avanti! con aria di sufficienza, e le altre disposizioni lasceranno il tempo che trovano. Ma intanto nulla si fa e nulla si propone per dimostrare sul terreno dei fatti che la forza dei lavoratori  davvero tale da permettergli di buttare i decreti nel cestino(1185). Solo gli anarchici, favoriti dal fatto che ne stanno gi sperimentando l'applicazione sulla propria pelle, sembrano vedere con chiarezza il pericolo che essi rappresentano.
"Dopo la soppressione della libert individuale" scrive Umanit Nova "avremo anche quella della libert collettiva (...)."(1186) Quanto, poi, ai reati di stampa, "si potrebbe dire che un fatto che fino a ieri non costituiva reato oggi (...) diventa un delitto". Si tratta chiaramente di una "ridicola e assurda (...) ingerenza di un ministro che fa pressione sopra l'autorit giudiziaria perch amministri la giustizia non con criterio legale ma con criterio partigiano". Quale il vero scopo di tutto questo?

Giolitti vuole spingerci dolcemente, senza scosse brusche, verso un regime di leggi eccezionali... Vuole insomma che le voci anarchiche siano definitivamente messe a tacere. Il nostro rigidismo rivoluzionario  un pericolo permanente per la sicurezza della conservazione sociale. Col socialismo, nei momenti difficili, si scende a patti. Coll'anarchismo mai (...)(1187).


"MALATESTA VAL BENE UNA MESSA!"

Al riparo di queste nuove "leggi eccezionali", sotto lo stimolo di un allarmismo artificiosamente costruito e alimentato dai prefetti(1188), in un clima reso favorevole dalla campagna della stampa borghese(1189) e dall'imbarazzato silenzio di quella socialista, nell'inerzia di un partito socialista i cui capi, l'occhio rivolto alle imminenti elezioni amministrative, stanno avviandosi verso la scissione di Livorno e di una classe operaia ancora stordita dopo il knock down di settembre, il governo colpisce ancora.
Il 18 ottobre Virgilia d'Andrea, che dopo l'arresto di Borghi reggeva la segreteria dell'Usi, aveva scritto ai membri del consiglio generale per confermarne la convocazione a Bologna:

Vi preghiamo di non mancare perch  urgente necessit riunire e vagliare tutte le nostre forze in un periodo in cui il governo tenta una reazione in grande stile. La riunione del consiglio generale dell'Usi subito dopo il giorno 20, in cui al tribunale di Bologna verr pronunciato il verdetto sul conto del nostro segretario generale Armando Borghi e sul segretario camerale di Seravezza, Attilio Fellini, sar di una influenza indiscussa sull'esito del processo. Nessuno, quindi, manchi; noi dovremo dire una chiara parola, dovremo prendere un risoluto atteggiamento anche in vista dell'arresto di Errico Malatesta e dei compagni redattori di Umanit Nova(1190).

Il 21 ottobre quasi tutti i segretari regionali dell'Usi erano affluiti nei locali della Camera del lavoro di Mura Lame quando la polizia interveniva arrestando i presenti (ventinove persone) e traducendoli nel carcere di S. Giovanni in Monte(1191).
Il "nuovo passo in avanti della reazione" provocava un duro commento di Umanit Nova.

L'arresto di tutti i segretari regionali dell'Usi ha uno scopo chiaro e preciso: togliere ai 300.000 organizzati dell'Usi le menti direttive, per lasciare i lavoratori aderenti ad essa senza una guida che possa coordinare le loro azioni. Si sa che i lavoratori iscritti a questa organizzazione sono animati da un forte spirito combattivo, e la prova di ci si  che in questi giorni solo nei centri dove sono in maggioranza i sindacalisti e gli anarchici  stata tentata un'azione di protesta contro la reazione (...).

Rivolto ai lavoratori organizzati nell'Usi, il quotidiano anarchico li esortava a premere sulla borghesia per ottenere la liberazione dei compagni scegliendo tra due diversi modi: o "con l'azione di massa", dimostratasi cos efficace durante l'ultima agitazione metallurgica; o "con un'azione singola di gruppi, iniziando una vera guerriglia all'irlandese"(1192).
Solo i minatori del Valdarno, dov' forte l'influenza anarchica e sindacalista, rispondono all'appello: non certo iniziando la guerriglia ma sospendendo il lavoro nelle miniere di lignite(1193). Scioperi generali si hanno a Sestri, Carrara e Piombino(1194), ma le azioni sono sporadiche e isolate. Il 25 ottobre i sindacalisti arrestati a Bologna vengono scarcerati e rimpatriati col foglio di via(1195): tutti tranne Virgilia d'Andrea, tradotta a Milano lo stesso giorno per essere denunciata dal questore per gli stessi reati contestati a Malatesta e ai redattori di Umanit Nova(1196). Armando Borghi - denunciato con la sua compagna, e per le medesime ragioni -restava invece a Bologna per espiare, nelle carceri giudiziarie di quella citt, il mese di reclusione al quale era stato condannato il 20 ottobre per oltraggio alla forza pubblica(1197).
E intanto Umanit Nova, il vero obiettivo della macchinazione, come se la passava? Nei primi tempi non troppo bene. Assorbito lo choc iniziale, era comunque abbastanza viva per smentire categoricamente l'annuncio, diffuso dalla Stampa di Torino, di un'imminente chiusura(1198):

Operai, contadini! La stampa borghese s' affrettata a diffondere per tutte le citt d'Italia la notizia che Umanit Nova cessava le proprie pubblicazioni. Il colpo di testa della reazione aveva infatti tale intento. Ma invece Umanit Nova vive, pi forte e pi combattiva di prima(1199).

Una conseguenza negativa, comunque, ci fu. Volont, il quindicinale anconetano che in agosto aveva sospeso le pubblicazioni per il trasferimento a Milano di una parte dei suoi redattori e che si era ripromesso di tornare in edicola in novembre, annunciava di non poter uscire finch gli stessi redattori non fossero stati messi in libert(1200).
Quanto al quotidiano, a una settimana dalla prima "folata di reazione" la barca di Umanit Nova stava andando ancora alla deriva. "Arrestati gerente, direttore e redattori" scrivevano preoccupati i compagni che li avevano volenterosamente sostituiti "siamo costretti a compilare il giornale alla men peggio, sbandati un po' ovunque, perch fino ad oggi non siamo riusciti a racimolare una redazione stabile."(1201)
Le cose stavano cos quando partiva il siluro che avrebbe dovuto colarla a picco. La mattina del 25 ottobre la polizia si presentava in via Goldoni con un ordine di sequestro delle collezioni complete del giornale e di tutti i registri contabili(1202): "al fine" spieg Gasti al prefetto "di accertare [il] modo con cui l'Umanit Nova provvede alle spese della sua costituzione e pubblicazione"(1203).
Se il giudice Carbone ha emesso quell'ordine  perch, tra le carte sequestrate, si  trovato un telegramma da Brooklyn, firmato da un certo Biotto, col quale, il 20 settembre, si avvertiva il direttore di Umanit Nova dell'invio di quindicimila lire(1204). Da questo telegramma nasce un nuovo "complotto", una montatura che tutta la stampa italiana, imbeccata dal governo(1205), si affretta spudoratamente a gonfiare finch il pallone non le scoppier in faccia. Che cosa possono essere, infatti, quelle quindicimila lire se non una parte, forse solo una piccola parte, dell'"oro straniero", cio bolscevico, che riempie le casse di Umanit Nova?
Come Gasti, anche il giudice Carbone vede congiurati dappertutto. Non  un buon segno, ma in un certo senso si potrebbe quasi dire che ha ragione. Quello di Biotto  oro straniero:

Sono centinaia, sono migliaia di lavoratori italiani sparsi in tutto il mondo che dei loro sudati guadagni ne destinano una parte al nostro giornale. Sono dollari, sono franchi oro, sono sterline che giungono con un crescendo impressionante ad Umanit Nova, e i nomi dei nostri sostenitori sono stampati regolarmente sul (...) giornale.

Facciano altrettanto, conclude il quotidiano anarchico, i giornali della borghesia, pubblicando a chiare lettere i loro bilanci e i nomi dei finanziatori(1206).
Nonostante queste disavventure, ricorda uno degli arrestati,

al giornale si rimedi. Venne anche Molaschi a offrire la sua collaborazione, ma riuscirono a fare da soli. L'assenza di Malatesta non ebbe grandi conseguenze, perch Malatesta faceva propaganda in tutta Italia ed era presente in redazione s e no una met della settimana. Il giornale lo faceva Damiani. Con Damiani uccel di bosco, il giornale continu a uscire(1207).

Sotto l'impulso di Damiani, che per sotttarsi alla cattura si sposta da una citt all'altra tenendo i contatti da lontano, e nel tentativo di uscire dall'isolamento che la stringe, Umanit Nova lancia ai suoi lettori tutta una serie di fantasiosi appelli. Il 22 ottobre esorta:

Compagni! Poich il governo proibisce tutti i comizi sovversivi e permette soltanto quelli per la fiera elettorale, recatevi in tutti questi comizi per reclamare la liberazione di Errico Malatesta e di tutte le altre vittime politiche.
I lavoratori ascolteranno pi volentieri la vostra parola che quella dei politicanti e arrivisti di ogni colore(1208).

Il 27 ottobre:

Alla provocazione e alla prepotenza rispondete intervenendo compatti in tutte le feste patriottiche che si svolgeranno nei prossimi giorni in tutta Italia, per renderle pi solenni, portando alta la vostra voce e il vostro inno alla libert del pensiero e per il decoro della vera civilt italiana, reclamando la liberazione di Errico Malatesta e di tutti i redattori di Umanit Nova(1209).

Gi questa velata minaccia di mandare a catafascio le celebrazioni del 4 novembre  accolta con apprensione dalle autorit, che la sera dell'anniversario, constatata l'inerzia dei sovversivi, tireranno un respiro di sollievo(1210). Ma l'appello che far pi scalpore, concentrando sugli anarchici una nuova serie di misure repressive e di striduli attacchi della stampa, soprattutto di parte cattolica,  un altro ancora, rivolto "ai compagni e a tutti i veri rivoluzionari di Milano" e redatto nel solito stile tra il serio e il faceto:

Voi tutti avete certamente dei peccati pi o meno gravi sulla coscienza, [e] noi vi proponiamo un mezzo semplice per redimervi compiendo contemporaneamente un'opera buona.
Voi sapete che tutti i redattori di Umanit Nova sono in carcere, Malatesta  ammalato all'infermeria di S. Vittore all'et di 70 anni, il redattore Frigerio, cagionevole di salute, viene martoriato in una cella di rigore nei sotterranei delle carceri giudiziarie e per otto giorni non potr neanche ricevere il vitto dall'esterno (...)
Voi sapete che la magistratura ha sequestrato tutti i libri di amministrazione del nostro giornale e ha messo il fermo alla corrispondenza e su tutti i valori postali di Umanit Nova(1211).
Ebbene noi vi invitiamo a recarvi ogni domenica in gruppi compatti nelle duecento chiese di Milano a invocare dal buon Dio il perdono dei vostri peccati e la restituzione delle persone e delle cose che i perversi magistrati e questurini hanno confiscato.
Se pregherete con fede e costanza ogni domenica, il miracolo si compir!16

La ritrovata fiducia degli anarchici nella forza della preghiera, specie se "clamorosa" e recitata in "gruppi ben compatti"(1212), semin un certo panico tra il clero(1213), sempre un po' a corto di humor, e costrinse a un nuovo intervento il loro arcinemico, che il 28 ottobre tornava a farsi vivo in via Goldoni. Ma lasciamo descrivere l'episodio a Umanit Nova:

(...) questa volta la visita l'abbiamo voluta noi, e l'attendevamo con ansia smaniosa. Anzi, fin dal mattino avevamo fiutato, sulle ali del vento, l'odore di San Fedele che si avvicinava. Un titolone stampato su due colonne nell'Italia dei preti fu per noi il presagio che nel pomeriggio qualche visita gradita sarebbe venuta nei nostri deserti uffici. Cos fu infatti. Una visita di parata, stavolta, con camion e guardia regia immoschettata. E davanti a tutti - a guisa di colonnello di plotone d'assalto - il commissario Rizzo. (...) Il commissario Rizzo, un uomo di spirito, fece le cose per bene. Si port nella tipografia, chiam i tipografi e gli amministratori di Umanit Nova a comizio e fece loro un discorsetto commovente:
"Sentite, cari signori! Io son venuto a cercare i nuovi redattori di questo dannato giornale ma non li trovo. Sono evanescenti, spiriti aerei che volano nel cielo. Ditemi: chi sono essi?"
I comizianti si strinsero nelle spalle e l'oratore continu:
"Perch io terr voi tutti responsabili di ci che dovr accadere domenica nelle molte chiese d'Italia. La minaccia che Umanit Nova lancia  terribile, e io prevengo. All'uopo ho qui pronta una dichiarazione che voi tutti dovrete firmare..."
(...) Sorse allora la voce di un tipografo che, senza domandar la parola, disse:
"Egregio signor commissario. Io faccio il tipografo presso la tipografia Fracchia allo stesso modo che lo farei presso la tipografia Ranscetti."
Il commissario Rizzo, che ha la zucca pelata, si gratt la cute, impugn la peana e in calce alla dichiarazione scrisse una sottoindicazione:
"I tipografi e gli amministratori dichiarano di essere dei semplici dipendenti, ecc."
Cominci il giro delle firme e tutti firmarono(1214).

Seguiva una nuova perquisizione della tipografia, dove venivano sequestrate le bozze degli articoli gi composti per il numero di Umanit Nova di quel giorno. Prima di sera Gasti informava Lusignoli che "si  diffidato tutto il personale di redazione, di amministrazione e operaio che, verificandosi le violenze di cui agli appelli quotidiani (...), si proceder severamente contro di essi (...)"(1215).
Il bizzarro "invito alla preghiera" lanciato da Umanit Nova ai suoi lettori induceva Nella Giacomelli a scriverle una lettera di congratulazioni per la genialit della proposta ("Malatesta e compagni valgon bene una messa!"). "Intanto" faceva notare l'anziana militante, "lo sapete che ieri tutte le chiese di Milano erano piantonate da guardie regie?!!"(1216)
E non soltanto quelle di Milano, perch analoghe disposizioni erano state impartite dai prefetti di altre citt(1217). Due giorni di festa consecutivi sembravano alle autorit una tentazione troppo grande perch gli anarchici potessero resistervi. Invece passarono entrambi e non accadde nulla. Il 2 novembre l'Italia scriveva:

La buona notizia per i nostri lettori  questa: nessuna delle funzioni nelle nostre chiese, n domenica n ieri,  stata disturbata. Nessuno dei lettori di Umanit Nova ha raccolto l'invito pazzesco di chi la compone in questi giorni (...) Senza voler dire che ha certo contribuito all'esito della... manifestazione anarchica la bella reazione destata nei cattolici, specie nei giovani, non solo, ma in tutti i benpensanti, non possiamo neppure accogliere le giustificazioni quasi sicure di Umanit Nova, che si era scherzato. Oh! gli ingenui che vi crederanno, colleghi carissimi!(1218)

La minaccia di Umanit Nova - che, spiegava lo stesso giornale, "fu dovuta a un pensiero di malizia pi che a un'intenzione di fatto" - era un sintomo assai chiaro dell'isolamento in cui si trovavano gli anarchici dopo l'ultimo giro di vite. Non aveva torto, il Corriere della Sera, a ironizzare sui loro tentativi falliti di inscenare un moto di protesta, anche se poi si contraddiceva apertamente prendendo sul serio la minaccia di invadere le chiese. Se gli anarchici erano davvero "senza seguito e senza influenza", poteva chiedergli ironicamente Umanit Nova, a che pro arrestare in massa la redazione del loro giornale sotto l'accusa di "aver sconvolto l'Italia intera"?(1219)


DUE SPIACEVOLI VERIT

La tempesta reazionaria scatenata da Giolitti fa ballare la navicella di Umanit Nova ma non l'affonda. Il giornale regge, e regge bene. "Abbiamo improvvisato una redazione" scrive il 26 ottobre Roberto Rizza, offertosi come redattore responsabile al posto del gerente arrestato, al compagno bolognese Armando Picciuti. "Non [si] poteva [no] far cessare le pubblicazioni. A giorni completeremo tutto." Seguono alcune considerazioni sui "fondi": un campo dove "tutto procede come ai nostri calcoli". E gi si studia il modo di spostare la sede del giornale a Bologna, qualora non sia pi possibile stamparlo a Milano(1220).
Tre giorni dopo, quasi come una sfida a chi ha appena tentato di soffocarne la voce, il quotidiano anarchico apre una sottoscrizione tra i lettori. Traguardo: mezzo milione di lire, "indispensabile per dare a Umanit Nova una grande rotativa, la carta sufficiente e locali nuovi".

Noi sentiamo tutti i giorni - anche con tutta la redazione in galera - l'insufficienza delle nostre grame paginette. E come se non bastasse l'assillante quotidiana mancanza di spazio, ecco gli avversari a rimproverarci, come se si trattasse di un delitto in pi, il formato modesto, a schernirci per la nostra povert giornalistica.
Riflettano, poi, i compagni, che in questo momento affrettarsi a regalarci un mezzo milione significa anche affrettarsi a far sapere al governo... che ci vorrebbe morti, che gli anarchici d'Italia non intendono affatto scomparire, ma che intendono invece migliorare, ingrandire il loro quotidiano: il loro piccolo quotidiano di oggi che tanto fastidio, pur nella sua piccolezza, d a un governo forte e ai partiti ricchi di mezzi e di uomini. (...)
Ci si dir che il momento  difficile... Ma appunto perch il momento  difficile bisogna dar prova della massima attivit(1221).

L'apertura della sottoscrizione per il potenziamento del giornale a due settimane dall'arresto del direttore e della redazione  un atto di coraggio e di fiducia nella vitalit del movimento che, nonostante il progressivo deteriorarsi delle condizioni politiche generali, avr un successo superiore alle stesse previsioni degli anarchici. Gi il 12 novembre si comunica ai lettori il progetto di uscire "in GRANDE FORMATO col prossimo 1 gennaio"(1222). Il 18 dicembre "Simplicio" informa che "la sottoscrizione per il mezzo milione va a gonfie vele" e col "vento in poppa"(1223). Il 22 gennaio fa notare che, nonostante la reazione poliziesca e l'inizio in grande stile dell'offensiva squadrista, Umanit Nova conta "oltre quarantamila lettori (dato che ogni lettore si metta poi in tasca la copia del giornale senza passarla avanti)"(1224). Nella seconda met di febbraio  annunciato un programma di rilancio propagandistico del giornale a cura di Primo Parrini, incaricato di visitare, a partire dal 15 marzo, tutte le localit dove la diffusione del giornale " incerta, trascurata o mancante"(1225). L'8 marzo appare un grosso annuncio: "Cerchiamo una buona rotativa (che non sia un catenaccio) per l'ingrandimento del giornale"(1226). E la sera del 23, devastando la sede di Umanit Nova, i fascisti otterranno il risultato di bloccare la sottoscrizione a un passo dal traguardo: per l'esattezza, a lire 423.115,84(1227). Nell'inerzia generale - un vero balsamo per i prefetti, che vedevano finalmente "disorientati"(1228) i pi temibili tra i loro avversari - l'unico che non si era rassegnato all'arresto di Malatesta e che, secondo Lusignoli, "avrebbe fatto sapere ai dirigenti anarchici e sindacalisti che sarebbe [stato] disposto a "finanziarli" qualora intendessero intraprendere un'agitazione per loro conto"(1229) era Giuseppe Giulietti. Come la pensava il segretario della Federazione marinara?

Si tratta di un vecchio combattente libertario. Si pu e si deve combatterlo sul terreno della libera discussione ma non si pu n si deve imprigionarlo senza che abbia commesso alcun reato. Si  in pieno regime parlamentare; vi  un numeroso gruppo di deputati socialisti alla camera; eppure quell'arresto arbitrario  mantenuto. Giolitti sa il fatto suo:  sicuro che nessun gruppo alla camera oser disturbarlo. Qualche deputato spende ogni tanto qualche parola(1230) ma nessuno gli d retta, il governo non si degna nemmeno di rispondere e in barba alle leggi continua a tenere in cella il Malatesta. L'audacia aumenta: Giolitti si fa intervistare dal corrispondente di un grande giornale londinese e afferma che in Italia nessuno si accorge di quell'arresto(1231).

Che aveva detto Giolitti al corrispondente del Manchester Guardiani Che i lavoratori italiani erano rimasti cos poco impressionati dall'arresto di Malatesta che nessuno aveva pensato a protestare. E che l'anarchismo, in Italia, era osteggiato dagli stessi socialisti, i quali lo trovavano dannoso alle organizzazioni proletarie(1232). Due spiacevoli verit(1233) che Giolitti ripet a Giulietti quando questi, ripreso dagli scrupoli e deciso a troncare la "rappresaglia poliziesca", gli chiese un colloquio. Tra i due uomini si svolse questo dialogo:
Giulietti: "Eccellenza, che ha fatto Malatesta per essere trattenuto in carcere?".
Giolitti: "Sono in corso indagini. In Italia c' troppo disordine. Appena possibile sar scarcerato".
Giulietti: "Ma Malatesta  in prigione da molto tempo, e nessuna legge lo permette. Dica cosa ha fatto. Se ha commesso dei reati, io non vengo qui a difenderlo; ma se non li ha commessi bisogna scarcerarlo: Malatesta  vecchio, e voi potreste avere non pochi disturbi, alla Camera, con tanti socialisti".
Giolitti: "Forse i primi a essere scontenti, se lo mollassi, sarebbero non pochi di essi"(1234).
Il colloquio persuase Giulietti che la faccenda sarebbe andata per le lunghe. E in efletti l'istruttoria stava segnando il passo, nonostante l'impegno del giudice e il giro d'Italia dell'ispettore Gandino, il funzionario che era stato incaricato dal governo di rovesciare i cassetti di tutte le questure per portare alla luce del sole anche il pi piccolo elemento di prova contro Malatesta e i suoi seguaci(1235).


UNA ROTATIVA CONTRO IL RE

Il governo aveva un obiettivo: inchiodare tutti gli anarchici gravitanti intorno al quotidiano all'accusa di cospirazione contro i poteri dello stato. Nella denuncia di Gasti questa imputazione veniva al primo posto. Seguiva il solito contorno: eccitamento all'insurrezione, istigazione a delinquere, apologia di reato, eccitamento alla detenzione di armi, istigazione di militari a disobbedire alle leggi e a violare il giuramento e i propri doveri, vilipendio dell'esercito e correit in atti terroristici commessi da terzi con esplosione di bombe(1236).
"Opera di vera cospirazione contro i poteri dello stato ha finora fatto il Malatesta nel covo dell'Umanit Nova e fuori di esso" scriveva il questore. Ma poi, a sostegno di questa gravissima accusa, non poteva far altro che citare una sfilza di scritti giornalistici e una lunga serie di rapporti di colleghi su comizi e discorsi di piazza. D'altronde, a riconoscerlo era lo stesso Gasti.

Gli elementi specifici di prova [del fatto] che il Malatesta e i suoi cooperatori immediati si sono resi responsabili di cospirazione (...) contro i poteri dello Stato (...) si desumono principalmente dalla raccolta del periodico Umanit Nova, dove in ogni articolo  un infierire continuo di attacchi intenzionalmente demolitori contro lo Stato, il regime, le istituzioni, un continuo spronare alla rivolta con istruzioni, consigli e disposizioni anche di carattere tecnico per l'insurrezione e per il modo di attuarla con successo(1237).

Era dal florilegio di questi articoli acclusi alla denuncia che balzava evidente, "senza bisogno di altra documentazione", la colpevolezza di Malatesta e dei suoi complici.

Il Malatesta nel suo verbale d'interrogatorio assume l'intera responsabilit per tutti gli articoli anche non suoi pubblicati nell'Umanit Nova. Ci non elimina la responsabilit degli altri colpevoli ma dimostra che tutti operavano coll'annuenza del loro capo in concordia d'intenti e di metodi e che nella preordinata, sistematica, continuata azione esplicantesi col preparare negli animi e nei fatti la rivolta armata (...) concorreva e concorre tuttavia (data la natura permanente del fatto) quella mutua intesa, quell'intimo affiatamento, quella fusione di spiriti faziosi e criminali, diretti e tesi al sovvertimento dello Stato, nei quali si sostanzia l'elemento morale della cospirazione. E a meglio caratterizzare questo elemento di coesione perniciosa e attiva per il ben determinato scopo della rivolta armata occorre tener presente che gli altri qui denunciati sono col Malatesta in stretta amicizia, sono i suoi pi fidati proseliti, quelli che costituiscono il suo stato maggiore, che trascorrono la vita in continua comunione di pensiero e di azione, in continuo contatto con lui nell'angusta sede dell'Umanit Nova, la quale anche materialmente li vincola e li costringe assieme in una indivisibile consuetudine di vita, in un affiancamento quotidiano per ciascuna operosa ora della giornata. Che se questa cospirazione non sembra avere le caratteristiche tradizionali del segreto e della misteriosa congiura che hanno per lo pi qualificato nelle epoche trascorse questa specie di reato, ci dipende da due circostanze (...) e cio [d]alle mutate circostanze dei tempi e [d]alla audace iattanza assunta dai pi temibili sovvertitori dell'ordine giuridico e sociale i quali si credono cos forti da poter lanciare aperte sfide altre volte inconcepibili contro l'Autorit e la legge, e dipende altres da un'ingannevole apparenza, poich, se una parte (e di per s gi notevole) del corpo del reato  venuta a emergere in pubblico per la sfrontatezza e il criminoso ardimento dei colpevoli e per la necessit della loro propaganda e della loro azione (pubblicazioni e comizi), un'altra parte del corpo del reato, che pur dall'altra traluce con non dubbia trasparenza, rimane nei particolari pi gelosi nascosta nell'ombra dei segreti conciliaboli e degli insidiosi complotti(1238).

Per collegare Malatesta agli attentati dinamitardi degli ultimi cinque mesi Gasti introduceva nel codice penale un concetto del tutto nuovo: quello di "correit intellettuale e morale".

La concatenazione di causa ed effetto fra la propaganda del Malatesta e correi e gli attentati con bombe commessi da anarchici in Milano io la ritrovo nel vincolo di efficace influenza fra il fatto di chi, avendo come il Malatesta [un ascendente?] su una massa di esaltati, di illusi, di utopisti, suggestionabili e impulsivi perch socialmente e spesso intellettualmente squilibrati e perch frequentemente degenerati e deboli di volont per anomalie psichiche ereditarie o acquisite, esercita un prestigio e un fascino che pu talvolta essere anche incoscientemente subito, ed esercitando questo fascino se ne serve per incitare genericamente, e specificamente per inculcare la necessit del gesto vendicatore, la necessit della balistite per le strade e contro particolari vittime ben designate (Cova, Biffi, ecc.), e il fatto di chi, cos soggiogato e suggestionato, preso ormai dall'ossessione del gesto vendicatore, compie il delitto(1239).

Non bisognava poi dimenticare che su Cesare Bossi, il cameriere "anarchico" indiziato di complicit nell'attentato all'Hotel Cavour, era stato trovato un biglietto col nome di Quaglino e il numero telefonico di Umanit Nova.
E Borghi e la d'Andrea? Ma perbacco, rispondeva il questore, Borghi, Malatesta e la d'Andrea erano "compagni di propaganda indivisibili"; insieme avevano alloggiato in via Mauri 8, nella sede dell'Usi; insieme avevano partecipato a comizi rivoluzionari in Milano e in altre citt del regno; insieme si erano distinti, durante l'occupazione delle fabbriche, per l'opera di propaganda tesa a incanalare l'agitazione "verso un movimento pi vasto diretto ad abbattere le nostre istituzioni, incitando in Milano e altrove a detenere le armi per la rivoluzione che dicevano imminente"(1240). Che altro si voleva per estendere al segretario dell'Usi e alla sua compagna le accuse gi mosse agli altri sette?
Su queste due denunce, corredate e arricchite via via da tutto ci che l'infaticabile Gandino era riuscito a raschiare dal fondo delle pentole delle questure di mezza Italia, prese ad arrovellarsi il giudice Carbone, scontrandosi subito con alcune dure realt. La prima di queste era che nel codice penale il concetto di responsabilit morale non esisteva. La seconda che il biglietto trovato in tasca al cameriere, egli stesso solo "presunto complice" degli attentatori, oltre a non provare granch poteva benissimo essere un falso. La terza, e la pi dura di tutte, era che, anche nel regime instaurato da Giolitti, l'esistenza di una congiura contro la sicurezza dello stato aveva bisogno, per essere provata, di qualcosa di pi che un semplice fascio di ritagli. Notava a tale proposito il "Dr. Stokmann":

Fu sintomatico l'interrogatorio del gerente Pagliai, che ebbe luogo il 22 ottobre e al quale assisteva anche il procuratore del re. Al Pagliai venne contestata l'accusa di (...) cospirazione contro la sicurezza dello stato.
L'accusato rispose: "Io mandavo tutti i giorni tre copie del giornale alla procura; il procuratore del re avrebbe dovuto accorgersi, se non era un cretino, che il testo del giornale costituiva reato, anzich lasciare alla questura il compito di denunciarmi". Al che il procuratore rispose: "La denuncia viene sporta per l'opera da voi svolta al di fuori del testo del giornale e sotto la responsabilit della questura che ha eseguito le indagini"(1241)

Ma che aveva, in mano, la questura, oltre alle collezioni complete del giornale che si era procurata all'ultimo momento e sulle quali Gasti doveva aver passato un'altra notte insonne prima di stendere la seconda delle sue denunce? Nulla. Del testo del giornale, secondo le leggi vigenti, unico responsabile era il gerente. Solo quando gli articoli erano firmati la responsabilit poteva estendersi all'autore. Come avrebbe fatto, l'istruttoria, ad accertare il grado di responsabilit di Porcelli e Frigerio, per esempio, che svolgevano in redazione un lavoro di carattere prevalentemente tecnico? "A meno che" notava il "Dr. Stokmann", "tutti coloro che comunque hanno lavorato intorno a Umanit Nova vengano, per comodit di reazione, elevati al grado di gerenti responsabili... In questo caso per bisognerebbe estendere il processo a parecchie migliaia di persone perch coloro che danno vita al nostro quotidiano furono e sono ancora molti."(1242)
Paradossalmente, era ci che Gasti aveva cercato di fare con la sua prima denuncia, coinvolgendo tutti nel "complotto", dal "capo" degli anarchici italiani ai sovvenzionatori come Biotto. Ma Carbone non poteva seguirlo su questo terreno senza correre il rischio di trovarsi a mani vuote dopo aver fatto tutto ci che il "Dr. Stokmann" puntualmente anticipava:

E l'istruttoria, impossibilitata a trovar le prove di un delitto non compiuto, si dilungher in interrogatori senza fine, in perquisizioni senza costrutto, in persecuzioni assurde. Forse la mossa del questore, coadiuvato dal commissario Rizzo, mirava a uccidere Umanit Nova. Ma Umanit Nova non  morta. Questa  la nostra prima vittoria!(1243)

Se il giornale viveva, i suoi principali compilatori erano per tutti in galera, accusati di un reato assurdo: "Complotto contro lo stato, compiuto a mezzo di un giornale stampato alla luce del sole e letto quotidianamente da uomini di legge competenti..."(1244). Per oltre sette mesi a nessun magistrato italiano era mai venuto il dubbio che la pubblicazione di Umanit Nova, in s e per s, costituisse un delitto. Di fronte a questa considerazione non apparivano infondati soltanto gli articoli 118 e 120 del codice penale (che "parlano di "fatti"," notava il "Dr. Stokmann", "mentre Umanit Nova - purtroppo - non ha potuto dire che (...) parole"), ma anche il 134 e il 248, complotto il primo, associazione a delinquere il secondo: "delitti combinati alla luce del sole col permesso del procuratore del re il quale, in otto mesi di lettura quotidiana, non ha avuto mezzo di accorgersi che in via Goldoni 3 una macchina rotativa tramava contro la sicurezza del re e della patria". Per non parlare della rispolveratura del 246 e 247, i famigerati articoli sull'eccitamento all'odio di classe, ai quali nello stesso torno di tempo nessun giudice aveva sentito il dovere o il bisogno di ricorrere(1245).


DA UN COMPLOTTO ALL'ALTRO

Cos, per quanto Lusignoli si ostinasse a dipingere a Giolitti, nei colori pi foschi e tenebrosi, gli sconquassi che Malatesta e i suoi accoliti avrebbero fatto nel regno se fossero stati lasciati liberi di agire(1246), il 12 novembre il giudice Carbone era costretto a ordinare la scarcerazione del gerente e di tre redattori di Umanit Nova (Frigerio, Porcelli e Perelli) per insufficienza di prove quanto al principale capo d'accusa (la cospirazione contro i poteri dello stato) e per l'impossibilit di mantenere la custodia preventiva quanto ai reati minori, trattandosi di persone incensurate(1247). "L'edificio di accusa contro Umanit Nova si sgretola" titolava giubilante il giornale l'indomani(1248).
In effetti, anche se Gasti garantiva a Lusignoli che l'istruttoria si stava svolgendo nel migliore dei modi e con la "massima alacrit"(1249), pi Carbone si addentrava nello studio della causa pi doveva avere la spiacevole impressione di essere rimasto col pugno chiuso intorno alla proverbiale dozzina di mosche. Alla fine dli novembre, dopo averlo tenuto in completo isolamento per una quarantina di giorni (favorendo cos anche il diffondersi, verso la met del mese, di voci allarmanti sulle sue cattive condizioni di salute)(1250), il giudice istruttore autorizzava il primo colloquio di Malatesta con un familiare: colloquio che ebbe luogo "alla grata", cio nel frastuono assordante di altre diciannove conversazioni contemporanee (con disagio di Malatesta, che era un po' duro d'orecchio) e che dur dieci minuti(1251).
Il 30 novembre, dopo sei settimane di detenzione, veniva scarcerata Virgilia d'Andrea(1252). Lo stesso giorno il giudice istruttore faceva piazza pulita del "complotto". Per quanto si riferiva all'accusa di "istigazione a commettere attentati mediante materie esplodenti" (la famosa "responsabilit morale"), Carbone riteneva provata solo "una persistente apologia dei fatti congeneri avvenuti (...) a Milano, con la relativa esaltazione dei loro autori".

Nulla per sta a indicare l'esistenza di un concorso materiale e morale nell'esecuzione e nella preparazione di tali reati che direttamente avvicini l'opera dei loro autori alla condotta degli attuali imputati, onde arbitrario, allo stato degli atti, sarebbe persistere nell'addebitare ad essi una responsabilit maggiore di quella ad essi derivante per il semplice fatto dell'apologia e dell'esaltazione.

Quanto poi al reato pi grave, quello di cospirazione contro i poteri dello stato, l'accusa contro i prevenuti

si presentava nella sua origine aprioristicamente attendibile, sembrando strano e contrastante con la stessa capacit organizzatrice specie di taluno fra gli imputati che la persistente campagna di odio e di eccitamento alla rivolta si fosse esaurita in una morbosa eccitazione verbale, senza il costrutto di qualcosa di reale, idoneo a far tradurre in atto i propositi rivoluzionari.

La delusione del magistrato traspariva da ogni parola della sua ordinanza. Ma come! Questi anarchici che parlavano tanto di rivoluzione, e che avevano mostrato di possedere doti organizzative di prim'ordine, questi anarchici che sembravano cos pericolosi, che avevano fatto passare notti insonni ai questurini di tutta Italia, questi anarchici, alla resa dei conti, non avevano combinato niente. C'era di che indignarsi per la loro poltroneria. Giacch

nonostante che all'accusa di cospirazione si sia dato tutto il peso che meritava e che le indagini istruttorie si siano svolte nel modo pi coscienzioso, non  risultato allo stato degli atti che un qualche cosa di concreto ci fosse dietto la continua, sistematica violenza verbale della piazza e dei giornali (,..)(1253).

Miseramente sgonfiatasi la mongolfiera della cospirazione, il giudice Carbone cercava di salvarsi col paracadute dell'associazione sediziosa: un altro pretesto per attentare al diritto di associazione e restringere la libert di pensiero. Avrebbe commentato, dopo la scarcerazione, la stessa d'Andrea:

Dunque, l'arresto venne ordinato ed eseguito - come si pu dire? -in bianco... e la ricerca delle prove fu rimandata ad arresto compiuto; (...) in tal modo ogni sovversivo pu essere arrestato perch essendo un rivoluzionario si suppone che prepari la rivoluzione: e tutto questo significa fare il processo alle intenzioni. Caduta, dunque, la fantastica accusa di complotto, la magistratura avrebbe dovuto, di conseguenza, ridare la libert agli imputati; ma no, signori; il giudice istruttore volle gettare il salvagente al comm. Gasti, volle gettare un'ancora di salvezza a un processo che minacciava di affogare nel ridicolo (...)
E riusc nel suo scopo colpendo di un titolo di reato il diritto di associazione; associazione non pi di malfattori ma sediziosa per l'azione svolta con la penna e con la parola (...)(1254).

Il 25 novembre la Federazione anarchica lombarda aveva diffuso una circolare in cui si stimava urgente "iniziare una energica azione in difesa delle conculcate libert di pensiero, di stampa e di organizzazione". "Noi domandiamo soltanto" proseguiva il documento "che non si sottopongano dei cittadini che hanno liberamente e apertamente espresso le loro idee ed esplicato la propria attivit a un regime di eccezione."(1255)
Per la redazione di Umanit Nova la circolare era firmata da Cesare Norsa, il nuovo amministratore, che l'avv. Carbone fece subito arrestare sotto l'accusa di associazione sediziosa e apologia di reato(1256). "Sembra che quest'ultimo arresto" scrisse il Corriere della Sera "sia in relazione alla misteriosa destinazione che avrebbe avuto una parte notevole delle sottoscrizioni raccolte dal giornale anarchico."(1257) Si trattava, in altre parole, di un rilancio del complotto dell'"oro straniero". Con una variante: che di quest'oro stavolta, non era in discussione la provenienza ma la destinazione. Controllando i libri contabili di Umanit Nova il giudice istruttore aveva infatti accertato l'esistenza di un fondo di riserva di circa centomila lire e voleva sapere dov'era finito.
Convinto che il danaro fosse servito o dovesse servire a organizzare la rivoluzione in Italia, il magistrato aveva chiesto spiegazioni agli anarchici. E al loro silenzio aveva risposto con l'arresto di Norsa. "Non comprendiamo (...) come possa essere giustificato l'arresto del nostro amministratore" commentava Umanit Nova. "Egli assunse la carica il 1 agosto dell'anno corrente, e le sue mansioni erano quelle di registrare semplicemente gli incassi e le spese, e non aveva influenza alcuna sulla destinazione dei fondi del giornale. Un semplice impiegato, dunque (...)."(1258) L'8 dicembre il quotidiano anarchico rivolgeva al magistrato cinque "semplici domande":

Perch il giudice Carbone non si decide a chiudere l'istruttoria del processo Malatesta e compagni?
Com' che a tutti gli imputati in questo processo non  concessa la libert provvisoria?
Per quale ragione si  proceduto all'arresto dell'amministratore di Umanit Nova per una verifica contabile che si poteva eseguire assai meglio stando egli a piede libero?
Vi  una speciale ragione per cui la contabilit di Umanit Nova debba essere sottoposta ad un esame al quale vengono sottratti gli altri giornali?
Se vi  libert di stampa in Italia com' che, con continue angherie e prepotenze poliziesche, si tenta di ostacolare l'uscita di un quotidiano, solo perch anarchico?(1259)

Carbone, in realt, l'istruttoria l'aveva gi chiusa, degradando in associazione sediziosa la cospirazione contro i poteri dello stato. Era stato cos che, alla fine di novembre, aveva potuto respingere la domanda di libert provvisoria avanzata da Malatesta, Borghi e Quaglino(1260). Quello che neanche lui poteva immaginare era che le conclusioni della sua istruttoria sarebbero state respinte dal procuratore generale del re. "Il procuratore generale" scriveva Umanit Nova la vigilia di Natale, mentre Malatesta celebrava mestamente il primo anniversario del suo ritorno in patria fra le quattro mura di una cella carceraria(1261),

ha forse intuito che il processo per associazione sediziosa redazionale avrebbe fatto ridere anche i fusti dei lampioni e per non lasciare la presa, per non rovinare il comm. Gasti, sommo artefice di questo e di altri complotti, fa chiedere alla sezione d'accusa che si riprenda la cospirazione inghirlandata di associazione a delinquere(1262).

Mentre persino qualche giornale borghese comincia a scrivere che Malatesta "ora  in carcere e non si sa bene il perch"(1263), la sezione d'accusa presso la corte d'appello di Milano, tirata in ballo dal procuratore del re, convalida la decisione del giudice istruttore di negare la libert provvisoria e ribadisce l'esistenza di "elementi che inducono a credere i tre colpevoli di complotto terroristico". Cos, all'indomani dell'amnistia sfacciatamente concessa ai legionari fiumani dopo il "Natale di sangue", l'accusa di complotto tornava in primo piano.


IL CORPO DEL REATO

Dal giorno in cui la sezione d'accusa accoglie il ricorso del procuratore generale, ricacciando in alto mare un'istruttoria praticamente gi chiusa, un silenzio ancora pi pesante cade sul processo Malatesta. I rapporti della questura si ammucchiano sul tavolo del magistrato, senza aggiungere nulla di nuovo alla sua conoscenza della causa. E i mesi passano(1264). Sulla Scintilla di Napoli anche Francesco Saverio Merlino, che aveva gi denunciato il sopruso in una lettera all'Avanti! romano(1265), prende le parti del suo vecchio amico.

La libert della stampa non vale pi nulla, in Italia, se si tollera che il governo ordini, e la magistratura e la polizia, obbedendo supinamente, come sogliono, diano la caccia ai redattori, collaboratori, corrispondenti e perfino ai compositori di un giornale, obbligando gli uni (i tipografi) a rilasciare dichiarazioni e gli altri (i redattori e collaboratori) a giustificarsi per i loro scritti editi e inediti - e manomettano la cassa, i registri, le collezioni e i fasci del giornale?

Merlino confidava di aver posto questa domanda a uomini politici, giornalisti e ai "capoccioni". dell'Associazione della Stampa. Uno di questi, il pi "autorevole", gli aveva risposto pi o meno cos:

Col processo che s'istruisce contro Malatesta e Ci non si  inteso n s'intende colpire Umanit Nova come giornale, ma come centro di un'organizzazione costituita con lo scopo confessato di sovvertire lo stato. Le perquisizioni e i mandati di comparizione a redattori e collaboratori, e tutto il resto - se pure di fatto non si pu negare che possano avere per effetto di rompere la compagine del giornale - sono mezzi per la ricerca delle fila del complotto rivoluzionario o terroristico.  vero che gli interrogatori a redattori e collaboratori sono stati fatti sotto l'imputazione di associazione per apologia di reati ed eccitamento all'odio di classe (art. 247 in relazione all'art. 251 C. pen.) - ci che significa incriminare il giornale come giornale, o almeno voler passare attraverso di esso per raggiungere le persone che vi appartengono. Ma vedr (...) che quelle imputazioni verranno al momento decisivo messe da parte: non vi sar rinvio a giudizio, se ve ne sar, che per fatti specifici e determinati.

Tutto questo discorso, secondo Merlino, significava una cosa sola: ci che non era lecito come fine poteva essere giustificato come mezzo. In altre parole:

Io non ho il diritto di ammazzare un mio simile; ma se l'eliminazione pu essere utile per altri scopi potr sempre dire che non l'ammazzo come uomo ma, p. es., come detentore di un portafogli che io potrei pi utilmente impiegare.

La sostanza, nel caso di Umanit Nova, era che governo, polizia e magistratura avevano sguinzagliato i loro uomini nei suoi uffici arrestando, perquisendo e sequestrando a destra e a manca, imprigionando o intimidendo tutti i collaboratori. "Che significa tutto ci" si chiedeva Merlino "se non sopprimere, o tentare di sopprimere, il giornale?" E aggiungeva:

Vorrei vedere se un procedimento simile si adottasse per Il Popolo d'Italia, per L'Idea Nazionale, per Il Giornale d'Italia, per La Tribuna, ecc., (...) quale clamore non leverebbero uomini politici, giornalisti e giuristi contro l'attentato al quarto potere dello stato!

Dove si voleva arrivare con questi metodi di governo? Merlino confessava di non riuscire a spiegarselo.

Per conto mio, son tentato di ridiventare anarchico per tornare a gridare in faccia a questa magistratura disgraziata e pervertita che, come disse Guerrazzi, fa della legge coltello per colpire alle spalle gli avversari del governo: O anarchia della giustizia! O giustizia dell'Anarchia!(1266)

Il 28 gennaio, celebrando i primi cento giorni di carcere preventivo di Malatesta e Quaglino (per Borghi c'era una "giunta" di un abbondante mese in pi, "sanata" dalla condanna di Bologna), Umanit Nova chiede che gli imputati vengano giudicati al pi presto.

Curiosa storia, quella del nostro processo. Ci si arresta, o si tenta di arrestarci tutti, perch il questore ha tre quintali di prove in mano che avevamo ordito un tremendo, efferato, inaudito complotto. E per (...) dimostrare che in Italia violenze ed arbitrii non se ne commettono pi (...) si comunicano ai giornali non solo i piani e gli scopi del complotto ma anche i particolari pi tenebrosi di esso (...) per poi, dopo cento giorni, esser ancora a un supplemento d'inchiesta con la met degl'imputati ancora non interrogati.
Ebbene, francamente, il carro della giustizia cos non va avanti. E noi (...) vogliamo che vada avanti. NOI CHIEDIAMO DI ESSER GIUDICATI. (...) Noi non chiediamo amnistie fasciste (...)
Signori magistrati, per l'onore e il buon nome della giustizia della quale siete i rigidi e devoti sacerdoti: processateci. Ve lo chiediamo quasi in ginocchio(1267).

La beffarda richiesta ha un effetto immediato ma imprevisto. Ai primi di febbraio la magistratura milanese, anzich processare gli imputati ancora in carcere, libera Norsa, restituisce i libri contabili al giornale e, contemporaneamente, distribuisce tutta una serie di nuovi mandati di comparizione e riprende gli interrogatori. Si torna al complotto, e con esso al punto di partenza. Quella "cospirazione contro i poteri dello stato" che per il giudice istruttore alla fine di novembre non esisteva pi ora, dopo altri due mesi di meditazioni, torna miracolosamente in vita, e per mano dello stesso magistrato. In un articolo intitolato "Verso lo strangolamento di Umanit Nova" il quotidiano anarchico pubblica il nuovo elenco degli accusati, "tra i quali figurano puranco persone che neppure conosciamo di vista": oltre a quelli dei tre detenuti la lista comprende i nomi di Virgilia d'Andrea, Carlo Frigerio, Francesco Porcelli, Dante Pagliai, Mario Perelli, Luigi Damiani, Cesare A. Norsa, Cesare Agostinelli, Nella Giacomelli, Fioravante Meniconi, Luigi Fabbri, Pasquale Binazzi, Emilio Spinaci, Roberto Rizza, A.M. Fracchia, L. [recte: E.] Molinari, Vittorio Biotto, Mario Ballini [recte: Baldini], Riccardo Asperges(1268).
Se il rilascio "provvisorio" di Norsa dopo due mesi di carcere preventivo e la restituzione dei libri contabili possono significare e forse significano lo sgonfiamento del complotto dell'"oro straniero", la riapertura dell'istruttoria per cospirazione contro i poteri dello stato nei confronti di tutti i redattori e dei principali collaboratori e amici di Umanit Nova ha se non altro il merito di chiarire, anche ai pi ottusi, quale sia, secondo la magistratura, il vero corpo del reato. "Il quale corpo di reato (...)  il giornale; - niente altro che questo giornale, cos piccolo, cos giovane e gi cos delinquente." I delitti dei quali si accusano gli anarchici sono infatti tutti connessi all'esistenza stessa del giornale e vanno "dall'articolo scritto alla collaborazione finanziaria, dalla firma del gerente alla granata del fattorino"(1269).
L'ordinanza del giudice Carbone provocava un secondo intervento di Merlino:

Noi invitiamo tutti gli operai organizzati a meditare su questo documento, che non ha precedenti nei nostri annali giudiziari.
 la prima volta che si tenta [di] abbinare un sodalizio operaio [l'Usi] con un giornale politico [Umanit Nova]; e non potendoli colpire separatamente o direttamente - il sodalizio per quello che ha fatto, il giornale per quello che vi  scritto - colpirli insieme come "centri di preparazione" a generiche "insurrezioni rivoluzionarie".
Se il colpo riuscisse, sarebbe facile al governo disfarsi di qualunque organizzazione operaia o politica che gli procurasse qualche fastidio (...)
Sarebbe facile, p. es., applicare il sistema ai ferrovieri, che hanno un'organizzazione e un giornale che anch'essi potrebbero essere accusati d voler mutare violentemente le istituzioni. Non reclamano essi "le ferrovie ai ferrovieri"? E non  facile dimostrare che questa rivendicazione equivale a reclamare l'abolizione del diritto di propriet, istituzione fondamentale del regime attuale? E non si potr qualificare come un'insurrezione contro i poteri dello stato o almeno come una preparazione all'insurrezione ogni sciopero o tentativo di sciopero ferroviario? (...)
Stabilito il precedente giudiziario nei riguardi di Malatesta, Borghi e C, il governo avr nelle mani un'arma di cui si servir contro qualsiasi organizzazione che si trovasse a dover lottare anche per una semplice rivendicazione di classe; facendone arrestare i dirigenti e i membri pi attivi per tenerli sotto chiave una dozzina di mesi, se anche non riuscisse poi a mandarli in galera per una dozzina d'anni(1270).

Ribadiva Virgilia d'Andrea:

La verit  questa: gli arresti avvennero perch si volle che avvenissero; perquisizioni e ricerche fatte a centinaia non hanno approdato a nulla di positivo perch a nulla di concreto potevano approdare e allora, per non cedere le armi, si obbliga il giudice inquirente a perdere la vista da quattro mesi tra la collezione di Umanit Nova e quella di Guerra di classe per trovare - ed  sempre facile, quando si vuole - quelle parole capaci di regalare, a un povero Cristo, qualche anno di galera. (...)
Questi i fatti e le cose. Noi attendiamo, con tranquillit tutta nostra, di essere trascinati, in numero di ventidue, alle Assisi di Milano, e siamo sicuri che oggi come domani, domani come ieri, sar pi quieto e sereno l'animo nostro e dei nostri prigionieri che il cuore di chi ci accusa e di chi ci condanna(1271).


"IL GIUDICE CAPPONE"

Tra quanti attendevano di essere processati c'era anche Nella Giacomelli, che non solo mantenne l'invidiabile tranquillit ostentata da Virgilia d'Andrea ma da tutta la vicenda trasse lo spunto per una "fantasia esquimese in tre periodi con epilogo milanese" intitolata Il giudice Cappone(1272). Superfluo aggiungere che la storia del giudice Cappone presentava curiose concordanze e analogie con quella del giudice Carbone, sperdutosi gi da molti mesi nel labirinto di un'istruttoria apparentemente senza vie di uscita. Ma cediamo la parola al magistrato.

Giudice: "Quante perquisizioni abbiamo fatto fare?".
Cancelliere: "Seicentoquarantasette".
Giudice: "Risultati?".
Cancelliere: "Nessuno. Tutte negative".
Giudice: "Cio positive! Quando seicentoquarantasette perquisizioni, fatte in svariate localit, lontane l'una dall'altra, all'insaputa di tutti, ma fra gente che si ha ragione di ritenere in stretta relazione, danno risultati negativi, la conclusione che ne deriva per noi  positiva".
Cancelliere (fa il viso sorpreso).
Giudice: " sorpreso? Eppure  semplice. Seicentoquarantasette perquisizioni in casa di sovversivi, e notoriamente sovversivi, che non danno risultati, provano evidentemente che siamo di fronte a una cospirazione tenebrosa, sotterranea, a un complotto ai danni delle istituzioni. Se no, perch non si troverebbe niente? Dunque art. 120 del Codice Penale".
Cancelliere: "Non vedo per le prove...".
Giudice: "Le prove? Ma non gliel'ho detto? Il fatto che non ce ne sono prova che l'intesa c' e quindi c' il reato! Ci che  troppo negativo, troppo, capisce? ha una forza superiore a ci che  affermativo. (...) Infatti come potrebbe una cospirazione essere una cospirazione se lasciasse dietro di s prove e indizi? (...)".
Cancelliere: "(...) Gli arrestati per son tutti negativi e allora...".
Giudice: "Che ingenuo! Verranno proprio a dirlo a noi che cospiravano. Ma la stessa concordia che pongono nel negare dimostra luminosamente ch'essi sono d'accordo! Vede che non uno confessa? Non uno cade in contraddizione? (...) non uno si smentisce? Che vuole pi bella prova di questa? (...) Ma crede lei che questo anarchico Malavesta, dopo vent'anni di permanenza all'estero, ritorni in patria senza alcuna intenzione di complottare contro le istituzioni? Il giornaletto che dirige  una scusa,  fumo negli occhi; ci che deve contare per lui  un'altra attivit, quella che non si vede e che egli esplica in segreto, complottando, preparando piani, raccogliendo mezzi...".

Pi tardi, interrogando una donna che somiglia moltissimo all'autrice, il giudice Cappone le chieder di provare che i soldi da lei versati a un giornale anarchico nli sono serviti a scopi delittuosi. E a Luigi Morsa, che protesta per i metodi della magistratura ("Ma veramente, signor giudice, dovrebbe esser lei a provare quello che afferma. Lei lancia un'accusa. Ebbene, la provi"), Cappone risponde ridendo: "Ah, ah, ah! Che gente curiosa siete voi anarchici! Vi dite contro la legge e poi vi trincerate dietro la legge. Ma questo lo pu fare una persona che ha del rispetto per la legalit, una persona d'ordine, non voi.  un controsenso da parte vostra, una cosa illogica, una cosa... disonesta quasi!".
La logica di Morsa ha per fatto presa anche sul giudice che, rimasto solo, commenta tra s e s:

"Quell'animale ha ragione: io devo provare la loro colpabilit. Cretino! Se potessi provare non starei qui ad arrabattarmi a questo modo! Avrei gi chiuso l'istruttoria e mandato in galera tutti quanti! (Pausa) Che cosa stupida, per, questo provare quando il giudice ha gi formata una sua convinzione! Decisamente  un atto di sfiducia verso di noi che compie la legge quando pretende che si debba provare! (...) D'altronde l'accusa contro i prevenuti si presenta nella sua origine aprioristicamente pi che attendibile...  infatti strano, e anche contrastante con le stesse capacit specifiche degli imputati, che l'opera degli stessi si sia esaurita in una semplice eccitazione verbale, senza il costrutto di qualche cosa di reale, idoneo a far tradurre in atto i loro propositi di rivolta. N questi propositi essi tacciono. Il loro giornale li espone e li propaga..."

Sono, come sappiamo, le parole dell'ordinanza di Carbone. Che qui, nuovamente mutato in Cappone, ha la grande idea:

"Ma... e questo giornale, questo giornale che si confessa anarchico, e quindi nemico di ogni ordine costituito, nemico delle leggi e delle istituzioni, non potrebbe essere e costituire un'associazione sediziosa avente per iscopo l'incitamento alla disubbidienza delle leggi e all'odio fra le varie classi sociali? (...)".
Cancelliere: "Pu essere ammissibile (...)".
Giudice: "E per questa nuova istruttoria non occorrono prove. Basta il giornale. Un giornale che si confessa contro le istituzioni  necessariamente un sovvertitore delle istituzioni. (Riflettendo). S, la cosa regge, mi piace...  sostenibile... (Soddisfatto). Allora bisogna spiccare mandato di cattura contro tutti coloro che hanno rapporti, aderenze, simpatie con questo maledetto giornale: redattori, amministratori, tipografi, gerente, sottoscrittori, frequentatori, amici, lettori, abbonati, rivenditori, e farli eseguire subito (...)".

La mossa del giudice istruttore provoca una dura risposta del giornale da lui perseguitato: "(...) ci si processi pure (...); noi impegnamo i nostri amici a provvedere ai mezzi per sventare questo (...) complotto contro di noi".

Ma Cappone non ha paura di nessuno. L'articolo gli strappa una risata.
Giudice: "Che semplicioni, questi anarchici, che imbecilli! I loro amici! Che possono fare, i loro amici, dopo la tabula rasa che faremo del loro giornale?".
Cancelliere: "Qualche attentato...".


QUESTO PROCESSO NON S'HA DA FARE

Nella Giacomelli non era una donna violenta. Professava un anarchismo "critico e costruttivo, con una sicura base di cultura, soprattutto orientato in senso umanistico"(1273). Anche lei, tuttavia, aveva compreso che qualcosa era mutato. Il palleggiamento tra i vari organi della magistratura di quella patata bollente che era diventata l'istruttoria contro Malatesta e i suoi ventuno compagni, seguito fino ad allora dagli anarchici con ansia e irritazione ma anche, tutto sommato, con grande pazienza e autodisciplina, in febbraio aveva decisamente assunto tutto l'aspetto di una feroce presa in giro.
Dopo che la prima istruttoria aveva assolto gli imputati dalle accuse di cospirazione contro i poteri dello stato e di istigazione a commettere attentati terroristici; dopo che il procuratore generale del re aveva respinto queste conclusioni e imposto un supplemento di istruttoria; dopo che questo supplemento di istruttoria, avendo il giudice competente smesso di interrogare sospettati e testimoni, sembrava ormai concluso; dopo che gli imputati avevano chiesto a gran voce che il processo fosse celebrato al pi presto; dopo tutto questo, rispondendo all'interrogazione di un parlamentare socialista, il sottosegretario alla grazia e alla giustizia non soltanto ripeteva per filo e per segno ci che aveva gi detto due mesi prima in analoga occasione (rimettendo in cima alla lista dei capi d'accusa la cospirazione contro la sicurezza dello stato e l'istigazione a compiere attentati con esplosivi) ma osservava filosoficamente che, date l'indole e la gravit di tali imputazioni, le indagini relative non avrebbero potuto essere di breve durata(1274).
Poich erano passati quattro mesi dall'arresto di Malatesta e Quaglino, e pi di cinque da quello di Borghi, la risposta di Dello Sbarba significava una cosa sola: che il governo non aveva nessuna intenzione di rimettere in libert i tre anarchici ancora detenuti, ai quali dunque non restava che esercitare le lodevolissime virt della pazienza e della rassegnazione. Ma non occorreva essere degli esperti in psicologia per comprendere un'altra cosa: che una simile risposta, anzich sdrammatizzare la situazione, avrebbe rafforzato negli anarchici, rimasti fino ad allora rimarchevolmente tranquilli, la volont di "far qualcosa" per sottrarre i compagni a un destino considerato ingiusto.-Anche una persona di mediocre intelligenza avrebbe dovuto accorgersi che una simile risposta era incauta, arrogante e foriera di guai.
La prima reazione anarchica alle dichiarazioni di Dello Sbarba, che avevano avuto una eco larga e favorevole nella stampa borghese, fu una nuova richiesta di essere processati.

Perch noi vogliamo il processo, quel processo promesso e tanto strombazzato quattro mesi fa e che il governo non vuole pi, che il governo forse non ha mai voluto (...)
Quello per che il governo vuole  conservare in prigione Malatesta e Borghi per [un] tempo indeterminato, per il maggior tempo possibile, poich la detenzione di quei nostri compagni fa molto comodo a lui, governo, e anche ad altri(1275).

Ma il processo non era possibile perch il supplemento d'istruttoria non era finito (come si credeva) e i "tre quintali di carta straccia" delle prove si trovavano ancora nell'ufficio del giudice Carbone, il quale aveva ripreso gli interrogatori e continuava imperterrito a indagare.

Adesso siamo alle indagini su coloro che in un modo o nell'altro hanno partecipato alla contrattazione della carta per la stampa di Umanit Nova...
Poi sar la volta di coloro che hanno scopato i nostri uffici...
Poi quella del portiere...
Poi della levatrice che abita nella casa vicina...

Cos, concludeva il giornale, di l a tre mesi Fon. Dello Sbarba avrebbe potuto ripetere con animo tranquillo ci che aveva detto tre mesi prima a quanti gli avevano chiesto notizie di un processo che si sarebbe fatto solo quando fosse piaciuto a Giolitti(1276).
La difficile situazione giudiziaria nella quale molti di essi versavano non imped agli anarchici di celebrare con legittimo orgoglio il primo anno di vita del loro quotidiano.

Un anno di vita! Chi soltanto qualche mese innanzi che la rotativa mettesse alla luce la prima copia di questo nostro giornale avrebbe immaginato che il quotidiano degli anarchici d'Italia avrebbe vissuto, si sarebbe imposto come una necessit del nostro giovine movimento, che avrebbe resistito agli assalti furiosi e alle insidie di una bieca, spietata reazione e che - senz'alcuna interruzione - avrebbe raggiunto il primo anno di esistenza sotto gli auspici promettenti di un aiuto finanziario abbondante destinato al suo sempre maggiore sviluppo tecnico e alla sua crescente influenza morale?

Eppure quella che allora sembrava un'utopia oggi poteva dirsi una "magnifica realt" che tutti i compagni, in patria e all'estero, avevano contribuito a creare. "Presto sar raggiunto (...) anche il mezzo milione. Dopo di che potremo procedere alla tanto attesa trasformazione." Dalle colonne del suo trecentododicesimo numero Umanit Nova incitava i compagni a cooperare perch il giornale diventasse "pi vario, pi interessante e diffuso", uscendo dalla cerchia ristretta del movimento per "diffondersi e penetrare ovunque", "risvegliare le menti assopite dall'inganno del politicantismo", "plasmare coscienze ribelli", "ritemprare l'animo degli esitanti"(1277). Tentando un bilancio della situazione generale, un collaboratore scriveva:

In questo anno il movimento sociale in Italia si  sviluppato nel modo pi impensato, con un crescendo accelerato che sorpass ogni immaginazione. Quanto vi abbia cooperato direttamente e indirettamente questo nostro modesto foglio lo sanno coloro che ci stan facendo il processo, impauriti appunto dall'efficacia dell'opera nostra, dall'influenza che la nostra voce spregiudicata e onesta ha acquistato sulle masse proletarie.

Infatti non si poteva negare, secondo il trionfante articolista, che il movimento anarchico, e il quotidiano che n'era il portavoce, fossero sempre stati "lo stimolante anche dell'azione altrui, l'aculeo che pungeva alle reni quanti avrebbero pi volentieri voluto tornare indietro". Il commentatore notava poi con orgoglio che gli anarchici avevano avuto "il grande onore di essere stati i primi a essere colpiti dalla reazione": la quale tuttavia, passando su di loro, era ormai giunta a colpire anche quanti, come i socialisti, si consideravano pi forti e pi sicuri.

Dopo un anno noi possiamo dire che Umanit Nova  uno dei giornali pi certi di continuare a vivere di vita propria in Italia. Essa ha ormai l'esistenza assicurata; e solo la violenza potrebbe ucciderla.

Gli anarchici ritenevano di essersi conquistati il diritto di cittadinanza nel giornalismo quotidiano nel modo pi corretto,

per mezzo del consenso sempre crescente, sempre pi entusiastico, dei lettori, dei lavoratori, dei compagni. Consultate la nostra sottoscrizione, e poi diteci quale sia il giornale che in quest'ultimo anno abbia raccolto un contributo maggiore di offerte, una pi espressiva manifestazione di consensi e di simpatie.

Dal febbraio 1920 al febbraio 1921 nelle casse di Umanit Nova erano affluite, in sottoscrizioni, circa ottocentomila lire. Alle quali andavano aggiunte le centosettantamila raccolte prima dell'uscita del giornale.

Se volete un indice della forza anarchica italiana, aggiungete a queste sottoscrizioni quelle degli altri periodici nostri e le altre che per le vittime politiche raccolgono i due comitati anarchici nazionali di Milano e di Bologna (...) e voi vedrete che in Italia le masse si orientano verso l'anarchismo con un movimento che si accelera sempre pi(1278).

Pur essendo "da tempo dissenziente con Umanit Nova", anche Nella Giacomelli le scrisse una lettera in occasione del suo primo compleanno: una lettera - doveva poi spiegare lei stessa - che non apparve "per l'assenza del redattore-capo cui era stata personalmente indirizzata", ma forse anche proprio per il suo tenore. Il giudizio espresso dall'ex amministratrice del quotidiano anarchico non poteva divergere di pi da quello degli entusiastici celebratori citati.
Secondo la Giacomelli, il lungo armeggiare delle autorit intorno al giornale e ai suoi amici rischiava di creargli una fama immeritata, attribuendogli un'importanza e un valore che per lei erano "rubati", e si traduceva nella perpetrazione, ai suoi danni, di quel particolare reato che va sotto il nome di "millantato credito".

Le autorit non possono che fingere - per il loro specifico scopo di gravare la mano su te quanto pi ti fan figurare colpevole - questa importanza che ti attribuiscono, e ritenendoti un organo cos scellerato, capace di sconvolgere il mondo, di attentare alla sicurezza dello Stato e costituire un permanente pericolo per il regime, esse giocano una commedia, perch non possono ignorare che nel campo delle competizioni politiche e sociali l'opera che tu esplichi  delle meno influenti e delle pi trascurabili.

Per quanto potesse sentirsi offesa nel suo amor proprio da questa constatazione, Umanit Nova doveva confessare "di non aver pesato per niente sugli avvenimenti decorsi". Si era insomma limitata anch'essa, come tutti coloro che credono nelle fatalit storiche, a "sognare ad alta voce" e a "mostrare come fatto quello che in verit si era ben lontani dal poter fare".
Per questo Nella Giacomelli rifiutava di associarsi al "lusinghiero omaggio" reso dalle autorit al quotidiano anarchico. E anzi, proprio per svelare la loro malafede, preferiva mettersi sotto i piedi la "truculenta maschera" che esse gli tenevano sul viso. Umanit Nova non aveva proprio "nulla di terribile", e a provarlo sarebbe bastato il fatto che da quasi cinque mesi si sgolava inutilmente per ottenere la liberazione del proprio direttore.

Ora  evidente che si compie su di te, per calcolo di bassa polizia, una truffa, una truffa che  anche una perfidia ironica, perch si valorizza all'iperbole la tua potenzialit rivoluzionaria, [mentre] in realt tu devi constatare amaramente che l'opera tua non riesce neanche a scalfire la triplice crosta dell'indifferenza, dell'egoismo e della vigliaccheria che avvolge l'evoluta coscienza delle masse cosiddette proletarie!(1279)

Coerente con i suoi principi, Nella Giacomelli non chiedeva una revisione ideologica ("le idee sono un po' come gli articoli di fede: si manipolano quando si sta per diventarne miscredenti")(1280) ma un cambiamento di metodo, di morale, di educazione. Il suo era un invito a un esame di coscienza.
Perch da quando la rivoluzione sembrava divenuta l'unico scopo della propaganda anarchica, i problemi dell'educazione e del proselitismo erano passati in secondo piano e il movimento aveva cominciato a perdere la sua fisionomia. Si alimentava il fuoco delle passioni, ma non si faceva nulla per purificarle. Si valorizzavano esaltazioni e malcontenti, ma non si costruivano valori e coscienze. Compendiando il concetto in una frase: "Si creano dei ribelli, ma non si formano degli anarchici"(1281).


"GENEROSO DELIRIO"

Il trattato di Rapallo, risolvendo la questione adriatica, pose fine all'avventura fiumana. Abbandonato da Mussolini, D'Annunzio dichiar di preferire la morte alla resa. Fedele al motto che aveva coniato per i suoi legionari - Mori citius quam deserete - per qualche tempo si cull nella visione di una fine eroica e gloriosa. "Per Fiume, per le Isole, per la Dalmazia, noi otterremo tutto quel che  giusto" tuonava il 5 dicembre alla notizia dei disordini di Zara. "Ma, se questo non potessimo ottenere, se non potessimo superare l'iniquit degli uomini e l'avversit delle sorti, io vi dico sul mio onore di soldato e di marinaio italiano che tra l'Italia e Fiume, tra l'Italia e le Isole, tra l'Italia e la Dalmazia rester per sempre il mio corpo sanguinante."(1282)
Tre settimane dopo, durante il bombardamento di Fiume dal mare, bast una cannonata dell'Andrea Doria per fargli cambiare idea, togliendogli ogni desiderio di morire. "Poteva decapitarmi" dettava D'Annunzio il 26 dicembre, scandalizzato dal rischio corso, in un proclama agli italiani, "e risolvere d'un tratto ogni controversia e liberare d'ogni molestia il buon Governo del Re. Per sfortuna, la "testa di ferro"  stata soltanto incisa." Quel colpo di cannone un effetto l'aveva comunque ottenuto:

E, mentre m'ero preparato ieri al sacrifizio e avevo gi confortato la mia anima, oggi mi dispongo a difendere con tutte le armi la mia vita. (...) non vale la pena di gettarla (...) in servigio di un popolo che non si cura di distogliere neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia, mentre il suo Governo fa assassinare con fredda determinazione una gente di sublime virt come questa (...)(1283).

Era l'annuncio della capitolazione, come ha scritto Nino Valeri. Ma quell'annuncio si apriva con un appello che avrebbe ancora potuto far vibrare qualche corda in un cuore non del tutto indurito dal cinismo della politica giolittiana: "Ci sono di l dall'Adriatico italiani che, incapaci di sollevarsi e di fare giustizia, sentano almeno la vergogna?"(1284).
C'erano, questi italiani. E non erano tutti legionari. Anche tra gli anarchici, nonostante il brutto ricordo del mancato progetto rivoluzionario di gennaio, molti avevano continuato a sperare che la miccia di Fiume non si sarebbe spenta. In giugno Randolfo Vella aveva visitato la reggenza intervistando D'Annunzio (che si era detto favorevole al "comunismo senza dittatura") e pubblicando su Umanit Nova "un resoconto di intonazione ottimistica sulle cose che aveva veduto e le accoglienze che aveva ricevute (...)(1285)". Non altrettanto ottimistico il commento del quotidiano anarchico:

D'Annunzio  un debole. E sia; ma quando si  deboli si fanno madrigali e non gi il tiranno da palcoscenico. (...) Noi odiamo tutti i tiranni, tutti i dittatori; ma se essi hanno dell'energia, se tentano sul serio di applicare un loro programma, buono o cattivo, possiamo anche ammirarli (...). Ed  questo D'Annunzio che si appaga del titolo di "comandante" e poi permette, egli che dispone della forza militare, che si commettano a Fiume tante infamie e si rida delle sue disposizioni benevole, ed  questo D'Annunzio che dovrebbe instaurare il comunismo e fare di Fiume un centro d'irradiazione comunistica?! Via! per tali compiti ci vogliono altre tempre di uomini. D'Annunzio (...) vada a far dei versi(1286).

Lo stesso Giulietti non doveva aver perso ogni speranza di coinvolgere l'altro "comandante" in un moto rivoluzionario, se in occasione del convegno degli organismi proletari di Imola del 7 e del 16 dicembre 1920 aveva cercato di riproporre, col pretesto di un'iniziativa per la liberazione di Malatesta, l'idea "di sfruttare ai nostri fini il movimento dannunziano"(1287).
Alcuni degli italiani che sentirono la vergogna del bombardamento di Fiume e che, sia pure alla buona, a modo loro, cercarono "di sollevarsi e di fare giustizia" avevano purtroppo la disgrazia di vivere a Milano: una citt dove i "complotti" erano all'ordine del giorno e dove le autorit esercitavano sui "sovversivi" una sorveglianza quasi ossessionante. Cos il 28 dicembre, informato del fatto che la sera prima una decina di persone avevano tenuto un misterioso convegno dietro le scuole dei bastioni di Porta Volta, il questore prepar un'imboscata che, col favore di una nebbia fittissima, riusc alla perfezione.

Gli agenti si appostarono dietro le piante, circondarono la scuola, vigilarono senza essere visti tutti gli accessi. Mano mano che delle persone spuntavano agli ingressi della trappola tesa, venivano acciuffate. Un camion era pronto, a una certa distanza, a raccogliere gli arrestati. L'operazione di sorpresa riusc benissimo, in silenzio, animandosi soltanto allorch comparve l'anarchico Annunzio Filippi, fratello di quel Bruno Filippi che mor sfracellato dalla bomba da lui deposta dentro un ammezzato della Galleria. Avendo il Filippi scorto gli agenti nell'ombra, si diede alla fuga. Per riuscire meglio estrasse una rivoltella carica, come fu visto poi, di sette colpi. Il Filippi riusc a percorrere un breve tratto di corsa; ma vedendo che da ogni albero sbucavano guardie pronte a sbarrargli il passo si ferm, abbassando l'arma. Fu preso. Nelle tasche aveva una scatola di zinco contenente materie esplosive (...) L'arrestato possedeva anche otto detonatori(1288).

L'operazione termin verso mezzanotte. Il bilancio fu di trenta arrestati. Solo uno dei presenti, oltre ad Annunzio Filippi, risult in possesso di un'arma: il legionario Cesare Cerati. Delle trenta persone arrestate dodici furono rilasciate il giorno dopo, avendo potuto provare la propria assoluta estraneit al convegno. I diciotto trattenuti vennero classificati politicamente dal vicecommissario Rizzo, che aveva diretto l'operazine, in quattro gruppi: anarchici, ex arditi, ex legionari, dannunziani. A parte Cerati, che aveva passato la trentina, erano tutti ragazzi: il pi vecchio aveva ventiquattro anni, il pi giovane diciassette. Tra essi, oltre a Filippi e Cerati, c'erano gli anarchici Aurelio Tromba, fornaio; Ettore Aguggini, meccanico; Antonio Pietropaolo, studente. A piede libero, per complicit, fu denunciato il capitano Mario Carli, direttore della Testa di Ferro: il periodico dannunziano che in quelle settimane aveva svolto una vivacissima campagna contro il trattato di Rapallo, esortando gli italiani a imporre con qualsiasi mezzo al governo di riconoscere la reggenza del Carnaro e di sbarazzarsi della monarchia, del sistema parlamentare e del papato(1289).
Secondo le dichiarazioni rese alla stampa, la questura aveva accertato che lo scopo della riunione era di organizzare un attentato contro le centrali elettriche di via Gadio e di viale Elvezia. Piombata nel buio la citt, altri attentati sarebbero seguiti, secondo un preciso piano terroristico. Commentava Il Secolo, giornale non sospetto di simpatie rivoluzionarie:

Veramente noi ai complotti di questo genere crediamo poco. Saremmo ingiusti e avventati se, senza alcuna conoscenza precisa dei fatti, accusassimo senz'altro l'autorit di aver agito con leggerezza e con precipitazione. Ma non possiamo respingere le ragioni di dubbio che derivano dalla giovane et di taluni arrestati, dalla conosciuta attitudine visionaria dei supposti congiurati, dall'infantilit della trama che la stessa questura crede di aver scoperta e sulla cui traccia si  indotta ad agire(1290).

Ex legionari, ex arditi, dannunziani, anarchici: si tratta indubbiamente di un bel cocktail. Il Popolo d'Italia non pu far a meno di sottolineare la novit dell'alleanza, pur affrettandosi a denunciare questi "accordi che non possono avere alcun valore politico"(1291). I fascisti, che hanno appena portato a terrnine l'operazione di sganciamento dai seguaci di D'Annunzio, prendono subito le distanze dai nuovi compagni di strada che alcuni legionari sembrano essersi scelti:

(...) conosciamo quella gente e non c' mai passato nemmeno per la cosiddetta anticamera del cervello l'illusione di poter fare anche un sol centimetro di strada in comune. (...)
Non si concilia la teoria della diserzione coll'adempimento del dovere di Patria; non si mettono nello stesso seguito la Nazione e l'antinazione. (...) Non si fanno certe unioni "contro-natura"(1292).

Gli anarchici, dal canto loro, non rinunciano alle distinzioni: "Per la storia (...) ci teniamo a far rilevare un fatto: i fiumaroli in buona fede - pochini in vero - non vanno confusi coi fascisti perch un abisso li divide". E cos spiegano la presenza di alcuni dei loro tra i "fiumaroli":

Ognuno che conosce le nostre idee pu comprendere facilmente come la causa di Fiume non sia causa anarchica. Fu solo il miraggio di un'azione qualsiasi contro l'autorit che difende il privilegio dei padroni e che opprime il proletariato che anim questi nostri compagni.
Forse il complotto non esiste, perch potrebbe essere una sola intesa allo scopo di inscenare dimostrazioni clamorose.  un fatto che dei fiumaroli uno solo era armato di una semplice rivoltella. E una rivoltella non pu certamente bastare per rovesciare il governo. L'unico pericolosamente armato era l'anarchico Filippi il quale - more solito - sar quello che pagher per tutti(1293).

Il 5 gennaio, mentre il questore, secondo una prassi divenuta ormai abituale, chiedeva al procuratore del re sei giorni di proroga per le indagini(1294), Il Popolo d'Italia insorgeva contro la montatura definendola "una trovata di pessimo gusto" e chiedendo per tutti gli arrestati la scarcerazione e l'amnistia(1295). Il complotto, rincarava il giornale quattro giorni dopo, " morto prima di nascere (...) nel momento stesso in cui il questore, finalmente decisosi a uscire dal [suo] misterioso riserbo (...), raccomandava ai rappresentanti della stampa di non... esagerare". Mussolini non celava la propria irritazione:

(...) questo tenere in piedi per settimane e mesi storie e voci di complotti attorno ai quali i giudici di istruzione sudano quattordici camicie non significa affatto rendere un servizio alla Nazione che ha bisogno di tranquillit spirituale per riprendere a lavorare serenamente e per riacquistare e consolidare la fiducia degli stranieri. Invece no; sfumato un complotto a Roma, se ne inventa un altro a Milano; quello di Milano si sta sgonfiando ed ecco che a Roma o altrove un giornalone (...) ne tira fuori un altro, (...) anello di una lunga e interminabile catena di intrighi, di imbrogli e di speculazioni che tiene ancora questo nostro disgraziato paese alla merc di avventurieri o di sciocchi politicanti ambiziosi, di poliziotti allucinati e di magistrati inconcludenti (...)(1296).

Scaduti i sei giorni della proroga, la pratica passava al giudice istruttore. Tranne Cerati, Tromba e Filippi, tutti gli arrestati venivano rimessi in libert. Commentava Umanit Nova:

Cos si  liquidato il complotto anarchico-fiumarolo. Dei due anarchici trattenuti la stampa cittadina non (...) parler pi. L'anarchico sta bene in galera anche se nessun elemento di accusa viene a giustificare la sua detenzione. L'essenziale  che siano fuori i figli di pap, buoni mattacchioni che fanno dello sport(1297).

Aggiungeva Il Popolo d'Italia:

E dire che questo, nella mente del questore, doveva essere il complotto monstre, il grande complotto! Tanto grande che si sarebbe persino tenuto nascosto l'arresto dei giovani legionari e anarchici se i poliziotti non fossero stati colti con le mani nel sacco dai giornalisti. (...)
Imparer ora il questore a non fabbricare pi complotti? Si persuader, questo funzionario visionario, che il suo zelo  una forma di disfattismo pi pericoloso e pi malvagio di ogni altro, e che dalle sue invenzioni la Nazione riceve un danno eguale a quello che potrebbe venirle se realmente i complotti esistessero?(1298)

Di Tromba e Filippi, oltre che dell'ex legionario Cerati, non si parl pi fino all'estate, quando fu celebrato il processo. Il 21 luglio 1921 i tre imputati comparvero davanti alla corte d'assise di Milano dopo quasi sette mesi di carcere preventivo per rispondere, con Mario Carli e un altro ex legionario, imputati a piede libero, di complotto contro la sicurezza dello stato. Essi avevano, secondo l'atto d'accusa,

concertato e stabilito di commettere il fatto diretto a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, incitando con la stampa la cittadinanza a prendere le armi contro i detti poteri per la questione di Fiume, radunando persone a convegno a Milano le sere del 27 e 28 dicembre 1920, munendosi di armi da fuoco e di un ordigno esplosivo e stampando un supplemento straordinario del periodico Testa di Ferro, con un vibrato appello alla sommossa a mano armata (...)(1299).

"La sentenza della sezione delle accuse sembra credere di trovarsi proprio davanti a degli uomini capaci di aver messo, anche per poche ore, in serio pericolo la costituzione dello stato" commentava Il Secolo. "Povero stato troppo calunniato se si poteva pensare che sarebbero bastati cinque giovanotti poco pi che ventenni a sovvertirlo (...)."(1300)
Il dibattimento ridusse il complotto alle giuste proporzioni. Cerati disse che lo scopo della riunione era quello di preparare delle dimostrazioni per indurre il governo a togliere il blocco di Fiume. Filippi, la cui rivoltella era guasta, dichiar di non sapere che la scatola era una bomba. Gliel'aveva affidata uno sconosciuto e non gli sarebbe stato difficile liberarsene prima della cattura. Tromba, che l'anno prima era stato assolto in istruttoria dall'accusa di complicit nell'attentato al Biffi, asser di essere stato arrestato mentre curiosava in piazza Lega Lombarda. Carli spieg che in quelle settimane il suo giornale si era proposto di "riunire tutti i partiti rivoluzionari per purificare l'Italia"(1301). Scrisse Il Secolo:

Ottimi giovani, pieni di entusiasmo, accesi di "fiumanesimo", esaltati dalla parola ardente del Comandante, che tentavano d'inscenare sulle piazze di Milano dimostrazioni di simpatia alla causa di Fiume italiana(1302).

Marinetti e Alceste De Ambris, citati come testimoni, giustificarono il proposito degli imputati. Il secondo tent anche di leggere un messaggio di D'Annunzio, ma il P. M. si oppose e il presidente della corte glielo imped.
Scritta a Gardone il 20 luglio 1921, la lettera del "comandante" ricordava come, mentre a Fiume ferveva una battaglia disperata, l'"eroismo solitario di pochi" si fosse alzato "contro la sommessione di tutto il regno".

Tra quei pochi erano questi giovani legionari che, lontani dalla battaglia, non potendo accorrere, tentarono di riscuotere intorno a loro il popolo ingannato e addormentato, cercarono di gridare la verit sanguinosa contro la congiura del silenzio. (...)
Questi accusati, soli contro l'incuranza di tutti, soli contro l'insensibilit di tutti, soli con il loro dolore e il loro furore, vollero gettare il loro grido, vollero testimoniare la loro devozione a quei fratelli che laggi cadevano sorridendo verso le stelle annunziatrici del Figliuol d'uomo (...)
Cadendo, morendo, erano essi "i pi forti".
E questi giovani, che non hanno altra colpa se non di aver passato il limite in generoso delirio, questi giovani che per la Causa bella hanno sofferto senza un lamento la prigionia e l'oppressione, oggi sono anch'essi "i pi forti"(1303).

D'Annunzio non aveva torto a sperare nella clemenza dei "buoni giudici", che infatti assolsero tutti gli imputati dal reato pi grave, la congiura. Cerati sub una lieve condanna per porto abusivo di rivoltella. E Annunzio Filippi, l'anarchico, pag per tutti - come aveva facilmente previsto Umanit Nova - buscandosi due anni di reclusione e uno di vigilanza speciale per la bomba.
Il complotto anarchico-fiumarolo di dicembre fu dunque tutta una montatura? Risponde Mario Perelli:

Non fu una montatura. C'entravo anch'io. Fu un'iniziativa dei dannunziani milanesi che proposero, a noi anarchici, di fare degli atti dimostrativi, dandoci il materiale necessario. Aderimmo perch avemmo l'impressione che volessero davvero fare qualcosa: una specie di golpe, o roba simile. Erano tutti soldati. Io ero in gruppo con un certo D'Ormea, Luciano D'Ormea, un genovese, e con Cerati, che poi fece carriera nel fascismo. Eravamo in quattro - tutti gruppetti, come usava tra di noi - e avevamo un proiettile, bello grosso e pieno di esplosivo, col quale si decise di far saltare una caserma dei carabinieri. La sera che dovevamo fare quest'azione - Cerati, D'Ormea, io e un altro di cui non ricordo pi il nome - mi avvertirono che qualcuno aveva fatto la spia: Pasella era andato da Gasti e gli aveva spifferato tutto(1304). Allora io nascosi il mio materiale al Parco, in un cespuglio, e per non rischiare l'arresto me la svignai a San Marino.

Ma a voialtri, come anarchici, non pareva contraddittorio appoggiare i legionari?

Non credo che allora le considerazioni di natura ideologica pesassero molto sul comportamento dei compagni. Era una buona occasione per far qualcosa contro il governo, per creare un certo disordine... A noi andava bene. Tutto faceva brodo. Molti erano convinti che queste cose spingessero il paese verso uno sbocco rivoluzionario(1305).


"FAR SENTIRE CHE SIAMO VIVI"

Chiusosi il 1920 con l'ennesimo loro "complotto", il 1921 comincia per gli anarchici con l'ennesimo divieto imposto a una loro manifestazione.

Valendoci di un diritto consentito a tutti i cittadini, avevamo indetto per domani [14 gennaio] una riunione commemorativa di un grande scomparso (...). La riunione doveva essere pubblica perch tutti i lavoratori potessero ascoltare la parola di un nostro oratore illustrante la vita del poeta, del propagandista ed agitatore che fu Pietro Gori. Nulla quindi di insurrezionale o pericoloso per l'ordine pubblico.
Ma le autorit costituite hanno deciso che nessuna riunione pubblica si possa pi tenere nella "capitale morale" che sia indetta dagli anarchici. E la questura ci comunica che permetter l'annunziata commemorazione solo se avr luogo in forma privata.
In queste condizioni preferiamo rinunziarvi (...).
O ci si consente la libera esplicazione della nostra propaganda o ci si dica francamente che, a Milano, gli anarchici sono considerati fuori della legge(1306).

Della commemorazione di Pietro Gori, che avrebbe dovuto essere tenuta da Virgilia d'Andrea e Virgilio Manzoni nella casa del popolo, prenderanno l'iniziativa i socialisti, celebrandola il 17 gennaio e guadagnandosi i pubblici ringraziamenti dei "cugini"(1307). Ma il divieto offrir anche lo spunto per un esame, in parte autocritico, della situazione del movimento anarchico, e sovversivo in genere, nella "citt pi rossa d'Italia".
Proprio per questo, proprio perch ha la fortuna di trovarsi in questa citt, il questore di Milano

ha proibito una commemorazione in un locale chiuso e... non in piazza del Duomo: una commemorazione che altrove si  tenuta liberamente e che gi nella Maremma toscana ha radunato a pubblico comizio migliaia d'intervenuti che hanno liberamente sventolato centinaia di vessilli rossi e neri...

Gli anarchici, ammette Gigi Damiani, "non sono molti a Milano, e troppi di essi discutono di eccelse teorie sulla strafottenza dell'io (...)". Badi per il questore a non rallegrarsi troppo presto.

Commendatore, noi non facciamo dei bluff. Noi riconosciamo, qui a Milano, la nostra debolezza (...)
Noi qui, nella citt pi rossa d'Italia, siamo una minoranza che non ha saputo ancora valorizzarsi. (...)
Ma cresceremo, commendatore, cresceremo. E non tanto per effetto della nostra propaganda, quanto per merito delle vostre stupide violenze. (...)
Perch voi, commendatore, lavorate per noi meglio che noi(1308).

L'articolo provoca la risposta di "Un Compagno". Damiani non ha torto - osserva costui - a prendere in giro, con il questore e il proletariato tesserato, anche i troppi anarchici meneghini buoni solo a parlarsi addosso.

Perch oggigiorno il movimento anarchico nella nostra citt  purtroppo ridotto [a] questo. Verit amara, ma verit. Non atteggino la loro bocca a compiacente sorriso gli amici della Federazione anarchica lombarda. Anche loro, in questo triste affare, hanno una parte di responsabilit. Annunciarono sempre programmi di lavoro mirabolanti, ma dopo due giorni di attivit gli esponenti di questa Federazione si rendevano latitanti lasciando il lavoro a met o, peggio ancora, all'inizio.

Qual  dunque la situazione nel capoluogo lombardo? "A Milano vi sono degli anarchici che hanno della volont di fare qualcosa a profitto delle loro idee. Sono pochi,  vero, ma qualcosa possono valere." Purtroppo, per, vi sono anche degli individui che si dilettano a sparlare di tutto e di tutti, denigrando i compagni pi in vista. "Questa" afferma l'anonimo " la piaga caratteristica dell'anarchismo meneghino. Chiunque si assume un'iniziativa qualsiasi, prima di trovarsi contro gli agenti di pubbica sicurezza e il procuratore del re, si trova contro qualche "compagno" che insinua, che mette del malumore, che semina zizzania."
Bisognerebbe dunque isolare, una buona volta, i criticonzoli e gli invidiosi. Perch in campo anarchico, assicura lo scrivente, "l'abisso fra individualisti in buona fede e comunisti in buona fede non  poi tanto profondo". Di lavoro da fare ce n' tanto. Si pensi al problema delle vittime politiche. Qualcuno dice che il proletariato non lo sente, ma la realt  diversa. Il proletariato non lo conosce, perch l'unico giornale che lo tratta  Umanit Nova. Ma Umanit Nova " letta da pochi" e perci la classe operaia continua a restare all'oscuro. Contro il quotidiano anarchico la magistratura sta consumando "un arbitrio infame". Ma l'allarme non viene raccolto. "Ebbene, o compagni" continua la lettera "noi dobbiamo farci sentire per forza; noi, in tutte le occasioni, dobbiamo sottoporre al giudizio della classe lavoratrice il losco procedere della magistratura ai danni della propaganda anarchica (...)." In che modo? Con manifesti redatti in forma facile e sintetica, diffusi in ogni comizio, in ogni officina, nei pubblici ritrovi, affissi alle cantonate.
Ecco dunque una prima fase del lavoro.

Bisogner poi procedere con un'assidua opera di propaganda. Pochi sono i lavoratori che conoscono le nostre idee. Per molti l'anarchico non  che l'eterno malcontento, indisciplinato e violento. (...) Ci necessitano oratori, e siccome oratori non ve ne sono, bisogna farli. (...) Inoltre bisogna curare la diffusione delle pubblicazioni nostre, riviste, settimanali, opuscoli, libri. Intervenire a tutte le manifestazioni socialiste per portarvi la nota libertaria, farci sentire infine che siamo vivi e che contiamo qualcosa(1309).

Questa prima lettera aperta di "Un Compagno" offre a "Un altro compagno" lo spunto per una serie di osservazioni. Ci che rende perplesso il secondo -  chiaro che i due si conoscono piuttosto bene -  proprio il pulpito dal quale viene la predica.

Dopo anni e anni di propaganda scapigliata contro tutto ci che attentasse minimamente alla supremazia del proprio io, oggi di punto in bianco ci si viene a far della morale e a dirci che i risultati inevitabili di questa propaganda sono deprecabili. Di chi la colpa? Non certo di coloro che onestamente hanno tentato di fare qualche cosa ad onta dell'ostilit ambientale e talvolta dei dileggi e delle sciocche insinuazioncelle.
Si tenta di gettare il ridicolo (...) sulla Federazione anarchica lombarda, organismo sorto solo da pochi mesi, e ci proprio mentre questa - prendendo le mosse da un'odiosa proibizione poliziesca - si accinge a galvanizzare gli elementi ad essa aderenti per resistere ai colpi della reazione.
Che l'attivit della Fai sia stata limitata, nessuno lo nega; ma ci  dovuto anche al fatto che i suoi componenti, alieni da settarismo, hanno sempre tenuto le loro riunioni a porta aperta usando della massima tolleranza verso quegli stessi che, intolleranti, se ne approfittavano per disturbarle.

Per l'ultimo intervenuto nel dibattito quello che conta soprattutto  "fare". Una certa convergenza tra individualisti e comunisti potr realizzarsi solo su un programma di lavoro concreto. E il primo punto di tale programma dev'essere la liberazione di tutti quei compagni che sono ancora in carcere(1310).
In effetti la campagna pro vittime politiche va riprendendo slancio, anche se solo sulla stampa anarchica. Dal 16 gennaio Umanit Nova, per dimostrare l'ampiezza che ha ormai preso la "caccia al sovversivo"(1311), si  messa a contare i prigionieri. Ai compagni di ogni citt d'Italia si chiede che compilino una lista delle vittime politiche locali - anarchici, socialisti, repubblicani, operai organizzati o no, carcerati, processandi o condannati per qualunque reato d'azione o di pensiero, recente o risalente al passato - e la spediscano al giornale, che provveder a renderla pubblica. "Bisogna dimostrare la realt della reazione" ribadisce Umanit Nova "a chi si ostina a metterla in dubbio."(1312)
In poche settimane, grazie alla collaborazione dei suoi corrispondenti, il quotidiano anarchico sar in grado di pubblicare ben cinque lunghi elenchi di vittime politiche relativi a una settantina di localit(1313).
Intanto, il 18 gennaio, l'Uai ha lanciato ai lavoratori un appello contro la reazione che  anche un'analisi, dal punto di vista libertario, del momento attraversato:

Dopo un periodo di vive speranze e di fiduciosi entusiasmi, il proletariato tutto attraversa un'ora caliginosa di sosta e di incertezza (...). Nell'ora grigia noi anarchici vi rivolgiamo la parola nostra (...) per richiamare alla vostra memoria coloro di voi e di noi che sono caduti nelle mani dei comuni persecutori, dei nemici della classe operaia e della libert.
Voi ricordate le vicende degli ultimi due anni, le speranze di prossima liberazione, le lotte sostenute da tutti, o da categorie separate, o da lavoratori di singole citt. Ricordate le magnifiche occasioni, lasciate purtroppo sfuggire, e l'eroismo popolare in esse addimostratosi, da cui avrebbe potuto scaturire la definitiva vostra vittoria. Non faremo qui, o lavoratori, il processo a uomini e partiti che, appunto perch diconsi amici nostri, molta parte di responsabilit hanno dell'attuale precaria situazione. Ma, se ricordate le passate vicende, ricordar voi dovete anche le vittime generose che oggi ne pagano il fio nelle prigioni.
Non parole di discordia, ma d'unione vogliamo dirvi. Ma questa unione voi dovete farla, non aspettarla dal centro o dai capi; dovete e potete farla per una causa comune a tutti i cuori (...), la causa (...) dei processati, carcerati e condannati per motivi politici o che con la lotta politica si ricollegano. (...)
Lavoratori italiani!
Noi anarchici non abbiamo aspettato il momento cattivo per richiamare l'attenzione vostra (...) sulla situazione che si sarebbe creata se almeno in questa difesa delle vittime politiche non fossimo rimasti tutti per uno e uno per tutti. Voi sapete (...) che tutto abbiamo fatto da sette mesi per ottenere una unione effettiva che avesse la forza di imporre al governo la liberazione di tutte le vittime politiche e militari. (...)
Se non siamo riusciti non  colpa nostra, perch noi eravamo disposti, nella misura delle nostre forze, al molto e al poco, alle grandi e alle piccole cose, senza settarismi e senza preconcetti. Nel tentativo di trascinare l'opinione popolare, di unire le forze nell'azione, altri nostri compagni sono caduti (...). Ma anch'essi sono stati lasciati soli. Fatale errore! Che subito la reazione si sferr con rabbia insaziata contro le altre frazioni politiche e proletarie comunque avverse alle istituzioni.
Lavoratori!
Tutte le offese fatte alla classe operaia (...) trovano eco nel nostro cuore. Noi anarchici eleviamo la pi sdegnosa protesta e manifestiamo, contro i pretoriani bianchi del capitalismo, tutta la nostra solidariet coi colpiti; e invitiamo voi, o compagni di lavoro, a rintuzzare le offese con la massima energia (...).
Per la vostra libert e per la nostra, per le vostre vittime politiche e per le nostre, noi vi diciamo, o lavoratori, la nostra parola di incitamento. Ma se, pur essendoci ugualmente sacri tutti i colpiti, (...) noi particolarmente vi nominiamo uomini come Errico Malatesta, Armando Borghi, Pasquale Binazzi(1314) o Corrado Quaglino, non  perch vogliamo separarne la causa da quella degli altri, ma perch pi evidente nei loro casi  l'infamia perpetrata dal governo (...). Nelle loro persone, con la loro incriminazione,  minacciata in Italia la libert di parola, di stampa e di associazione di tutti i cittadini, e in special modo di tutta la classe lavoratrice.
Lavoratori! Compagni nostri!
Difendendo le vittime politiche, difenderete voi stessi!
Levandovi a protestare contro l'insano procedimento a carico di Malatesta e dei suoi compagni, impedirete un grave attentato alle poche libert politiche rimastevi! Liberando dalle patrie prigioni i reclusi per motivi politici e sociali, farete un primo importante passo verso la vostra stessa liberazione.
Osate, o lavoratori!
Solo che voi vi alziate in piedi in un gesto generoso di solidariet e di riscossa, le sbarre che imprigionano i difensori del diritto operaio e gli apostoli dell'ideale cadranno in frantumi.(1315)

Organizzato dall'Usi, la sera del 25 gennaio si svolse al teatro del popolo un comizio pubblico nazionale pro vittime politiche: quelli che gli anarchici chiamavano i loro "prigionieri di guerra"(1316). Nell'ampio salone gremito di lavoratori parlarono Virgilia d'Andrea, Bensi ("fra urli e fischi"), Amadeo Bordiga, uno dei Vella, l'on. Livio Agostini ("interrotto da grida e fischi"), Giuseppe Di Vittorio per i contadini delle Puglie. A nome della Fai, chiuse la manifestazione Primo Parrini.

Il comizio  riuscito movimentato assai. (...) Questa volta per la colpa degli incidenti rumorosi non  degli anarchici. (...) Le questioni interne del partito socialista non ci riguardano, ci interessa solamente l'atteggiamento delle masse sul quale cerchiamo d'influire con le nostre critiche e, fin dove ci  possibile, anche con l'esempio. Il successo del comizio di ieri ci ha perci convinti che in fondo all'anima popolare vibra ancora lo spirito generoso. La borghesia potr inveire fin che vorr, potr tendere agguati, potr reprimere; ma l'anima del popolo, dopo brevi momenti di sopore, si ridesta e insorge contro tutte le ingiustizie e contro tutte le prepotenze che vogliono soffocare la voce della giustizia e della libert.
Per questo abbiamo la certezza assoluta che l'agitazione pro vittime politiche arriver al suo scopo. L'essenziale  di far conoscere alle classi lavoratrici che la borghesia, per mantenere il suo privilegio di sfruttamento e d'autorit, non trascura arma alcuna, scavalcando le leggi che essa stessa ha scritto, adoperando metodi iniqui che sono vergogna per un paese civile. Le detenzioni di Malatesta, Quaglino, Binazzi, Borghi, detenzioni che si prolungano senza un perch.plausibile, senza una base concreta d'accusa, senza una giustificazione giuridica, non sono che gli episodi di questa vergogna e contro di essa tutto il popolo che lavora e che, malgrado tutto,  sempre generoso finir coll'insorgere(1317).

Lo stesso giorno, per, quasi a dimostrare che  ben decisa a non cedere le armi, la borghesia tende un altro dei suoi agguati. Un gruppo di circa duecento tra studenti e fascisti, raccoltisi davanti al Politecnico, attraversa il centro cittadino fino alla Galleria. Da l, dopo un'arringa di Umberto Pasella, attraversa la piazza del Duomo e imbocca via Dogana, dove c' una succursale della libreria dell''Avanti!'. Dentro ci sono una donna e un ragazzo. "Il negozio venne invaso, si ruppero vetri e mobili, si bruciarono i libri e si rub una cassetta contenente gli incassi (...) e una somma appartenente alla commessa."
L'impresa  compiuta senza che le forze dell'ordine si facciano vive. Umanit Nova scrive:

"L'abbiamo detto altre volte: il fascismo  l'ultima ratio della classe borghese. Fallito il partito popolare, falliti i gruppi di educazione sociale, fallite tutte le iniziative riformiste, non rimane altro che la forza bruta e violenta delle armi. Il governo, pauroso d'agire per iniziativa sua, arma la guardia bianca garantendole l'impunit, la protezione e la difesa(1318).


IL PERICOLO COMUNISTA

Il congresso socialista di Livorno, con la secessione della piccola ma agguerrita frazione comunista e la sua costituzione in partito, ridesta i terrori della borghesia. Se da ottobre, con l'arresto di Malatesta, lo spettro anarchico pareva esorcizzato, ecco presentarsene subito un altro, quello del marxismo rivoluzionario.
Il 1 febbraio 1921 il prefetto di Milano informa il governo che

gli appartenenti alla frazione comunista di questa citt (...) hanno qui costituito una sezione del nuovo partito con sede presso il circolo socialista di Porta Venezia, ove si  pure stabilita la direzione e l'amministrazione del nuovo periodico Il Comunista (...) organo del nuovo partito(1319).

Da quel momento sulla palazzina dell'ex dazio di Porta Venezia si concentra la trepidante attenzione delle autorit. Due settimane dopo Lusignoli riferisce urgentemente a Giolitti che

da parte degli iscritti alla sezione milanese del partito comunista si va esplicando attiva propaganda allo scopo di avere nuovi aderenti. (...) Sotto la direzione dell'on. Repossi e del noto Schiavello si dovr fra breve impegnare la lotta per la conquista delle organizzazioni [sindacali] e della Confederazione generale del lavoro (...). Si penserebbe anche alla preparazione armata e si farebbe a tal fine assegnamento, per la fabbricazione delle armi, sui metallurgici e sui chimici. (...)
Molti soci dell'Unione sindacale italiana e molti anarchici avrebbero gi dato la loro adesione al nuovo partito, e si noterebbe in tutti grande entusiasmo e vivo desiderio di lotta(1320).

Che la nascita del partito comunista abbia suscitato entusiasmo anche tra gli anarchici  vero. Se ne trova pi di una traccia sfogliando le pagine della loro stampa. La sera del 18 febbraio, in un circolo della Gagnola, uno dei Vella espone il punto di vista degli anarchici milanesi sulla scissione del partito socialista. Quando ha finito di parlare, il contraddittorio  chiesto "da un ex compagno, passato ora al comunismo"(1321). Il 22 febbraio, dopo aver fatto la cronaca di un comizio tenuto alla casa del popolo da Schiavello e Terracini per i "comunisti puri", spiegando che la partecipazione era stata scarsa perch la questura aveva impedito la diffusione dei manifestini e i giornali non ne avevano parlato ("Anche noi non abbiamo potuto annunciarlo perch nessuno venne ad informarci in proposito e nessun comunicato ci venne dagli interessati")(1322), Umanit Nova pubblicava ("senza entrare in merito alla questione che non ci interessa") la lettera che un comunista aveva spedito all'Avanti! in segno di protesta per il modo in cui il giornale socialista aveva descritto e commentato le cariche effettuate quattro giorni prima dalla polizia per impedire lo svolgimento di un comizio comunista, lettera che l'Avanti! si era ben guardato dall'ospitare:

E non ci saremmo mai aspettati che tu saresti giunto a tante piccinerie dimenticando che noi siamo i compagni di ieri, parte di quelli che, forse fra i primi, concorsero a darti la vita e la casa (...). Noi, usciti dal partito socialista con la sola camicia e senza possibilit di creare subito il nostro quotidiano (...), credevamo che tu tenessi in considerazione per lo meno quelle che sono le linee fondamentali e di principio di fronte al comune avversario. Ma oggi possiamo constatare che anche questo concetto (...)  abbandonato da te. I commenti e gli apprezzamenti di ci li faranno certo gli operai tutti e di qualunque tendenza(1323).

Non tutti gli anarchici, in verit, avevano salutato con lo stesso entusiasmo la fondazione del nuovo partito. Alcuni di essi, per esempio, erano convinti, e lo scrissero su Umanit Nova, che la "scissura socialista" non si basasse "su questioni di sostanza, ma sopra questioni d'apparenza", e che perci i "comunisti puri" fossero "poco dissimili" dai socialisti unitari. Reagendo alle sparate di Schiavello - che al consiglio generale delle leghe aveva detto: "La nostra fede ci porta a ritenere necessaria la violenza e la dittatura del proletariato..." - essi scrivevano:

I comunisti puri possono ancora far delle parole grosse. Sono un partito nuovo che non ha ancora avuto occasione di cimentarsi con qualche responsabilit e perci si possono prendere per buone le frasi tonanti proclamate dai suoi esponenti. Noi non giudichiamo gli uomini e i partiti dalle parole ma dai fatti, e solo dopo i fatti potremo dimostrare se il comunismo puro  un "bluff" piuttosto che una forza.

Concludendo in tono assai dubitativo: "Chiss. Forse anche il partito comunista d'Italia, per il proletariato rivoluzionario, potrebbe essere un'atroce delusione!"(1324).
Comunque fosse, le "parole grosse" dei comunisti suonavano minacciose all'orecchio del prefetto di Milano, sempre pi preoccupato per la situazione dell'ordine pubblico nella citt affidata alle sue cure. Il 1 marzo, dopo un colloquio col sen. Giacomo Vigliani, direttore generale della pubblica sicurezza, Lusignoli lo informava della situazione delle guardie regie a Milano: 1356 uomini in tutto, 1015 dei quali a disposizione dell'autorit di P.S.; 528 di questi ripartiti nelle sedici stazioni cittadine per servizio ordinario di pattuglia e vigilanza, 487 disponibili per servizio d'ordine pubblico; questi 487, a loro volta, ridotti per l'avvicendamento dei turni a 200 nelle ore diurne e a 80 in quelle notturne. "Per cui  urgente" concludeva il prefetto "[che] siano fatte rientrare le 100 regie guardie di rinforzo a Modena e i 200 carabinieri di rinforzo a Torino."(1325)
Una settimana dopo Lusignoli tornava alla carica, dichiarandosi nell'impossibilit di provvedere alle esigenze della sicurezza e dell'ordine pubblico con la "limitata forza" disponibile. "Se fin qui nulla  accaduto a Milano lo si deve, in gran parte, alle misure preventive adottate," concludeva "ma non  possibile che io seguiti ad assumere responsabilit se, senza neanche preavviso, si tolgono dei servizi predisposti per impellenti necessit."(1326)
Visti cadere i suoi appelli nel vuoto, Lusignoli si rivolse direttamente al fido Corradini:

Permettomi di dichiararti che cos seguitando e senza mezzi adeguati a fronteggiare la situazione, che  difficile, sono sul punto di dimettermi. Non te ne adontare, ma vedo che Milano  presa di mira nonostante le preghiere continue e reiterate che io ho fatto. N si dica che i battaglioni mobili non spettano a Milano, perch prima di essi si disponeva di assai maggiore forza. Solo per l'amicizia che mi lega a te non mi dimetto oggi stesso. Ti prego per di far provvedere entro le 24 ore. Io in queste condizioni non ci posso stare e non ci sto(1327).


E SE IL PAPA DOVESSE SCAPPARE?

Mentre il prefetto di Milano minaccia di far fagotto se non gli sar data tutta la forza pubblica che chiede, il questore arricchisce la propria collezione di complotti. Il 7 marzo Gasti trasmette a Vigliani la copia di un rapporto speditogli dalla Svizzera da "persona degna di fede". Nel documento, redatto in francese e datato 11 gennaio 1921, si dice che il gen. D.E. Nolan, capo dell'ufficio informazioni del ministero della guerra degli Stati Uniti d'America, ha ricevuto da fonte attendibile, tramite l'addetto navale americano in Svizzera, un "rapporto sulla preparazione per lo scoppio anticipato della rivoluzione nella primavera 1921"
In Italia, si precisa, "il partito socialista si trova adesso in una posizione d'attesa", mentre fervono "preparativi di un movimento generale nell'Europa occidentale" e "per una guerra in Russia". I preparativi sono "certi e sicuri, e si vedono ad ogni occasione". Ci che preoccupa l'estensore del rapporto  proprio il fatto che "le forze rivoluzionarie dell'Europa occidentale non sono mai state fino ad oggi organizzate tanto bene come ora". Si conosce persino la data. La rivoluzione avr luogo in primavera, e sar combinata con un'offensiva bolscevica contro Polonia e Romania(1328).
"Alcune delle notizie contenute nel rapporto" risponde Vigliani a Gasti una settimana dopo "(...) erano gi state fornite (...) dal cav. Var, rappresentante italiano alla sezione politica della societ delle nazioni. Gradir conoscere se sia dalla stessa fonte che V. S. ha avuto il rapporto."(1329)
In effetti il rapporto trasmesso da Gasti altro non era che il rapporto Var; e le informazioni contenute nel documento non si differenziavano da quelle pubblicate nell'Army and Navy Register del 19 febbraio 1921, che sarebbero state riprese un mese dopo dall'ufficio informazioni della marina italiana in uno dei suoi bollettini speciali. Tutti questi rapporti, insomma, non erano che copie pi o meno fedeli di un rapporto originario, basato su chiss quali "confidenze", che rimbalzavano da questa a quell'ambasciata, da questo a quell'ufficio informazioni, finendo regolarmente per tornare, come tanti boomerang, l donde erano partite. Vigliani doveva esserne letteralmente sepolto. Gi il 18 novembre dell'anno prima l'ambasciatore americano a Roma gli aveva fatto pervenire una "copia di traduzione di estratti dai verbali di conferenze di Inteletualli Revoluzionarii [sic] tenute recentemente in Olanda" che si riferivano al "movimento revoluzionario in Italia":

In Italia dove la rivoluzione  questione di giorni,  possibile che il papa e altri membri del Vaticano debbano fuggire in un altro paese, per esempio nella nostra nera Olanda. (...)
Rapporti ricevuti indicano che in Italia la propaganda rivoluzionaria incontra molto successo. Gli organismi rivoluzionari nelle pi grandi citt d'Italia hanno creato fondi della Croce Rossa allo scopo di assistere quei paesi scandinavi che i gruppi reazionari si stanno lavorando. (...)
Oggi l'Italia possiede stazioni riceventi per la telegrafia senza fili e oggi  possibile captare messaggi da Mosca.
Per la sicurezza dell'azione rivoluzionaria in Italia si  fondato a Genova un ufficio, a capo del quale si trova Malatesta, che ha lo scopo di conservare i progetti rivoluzionari per il movimento in Italia e in Spagna. Non  desiderabile che questi progetti ufficiali siano tenuti nello stesso paese dove si fa il tentativo di sventarli(1330).

E via di questo passo, trascurando bellamente il fatto, non privo d'importanza, che il capo dell'"ufficio rivoluzionario", Malatesta, in quel momento era gi in carcere esattamente da un mese e un giorno.
Verso la met di marzo ci si mettevano pure gli inglesi. Stavolta era un certo signor Mackenzie, capo ufficio controllo passaporti britannici, a trasmettere le sue preziose informazioni:

Si parla di un complotto intemazionale terroristico collo scopo di assassinare sovrani e capi di stato.
Tale complotto, che si sospetta di origine bolscevica ma organizzato da anarchici, implicherebbe anche sabotaggi su larga scala e distruzione di propriet. (...)
Tale complotto si connette con attivit dei comunisti per far scoppiare una rivoluzione simultaneamente in diversi paesi (...)(1331)


FUORI DELLA MISCHIA

Le simpatie di molti compagni per il nuovo partito comunista, che sembrava aver tolto la fiaccola della rivoluzione dalle mani di un partito socialista sempre pi diviso, spaventato e incerto sul da farsi(1332), e un profondo dispetto per le beghe che dividevano e paralizzavano il loro movimento, spinsero un gruppo di anarchici a staccarsi da Umanit Nova per fondare un giornale proprio. Il primo numero dell'Individualista, periodico anarchico quindicinale, usciva a Milano il 1 febbraio 1921. La sua sede era in viale Vigentina, dove abitava Ugo Fedeli. Redattore responsabile: Eugenio Macchi(1333).
Chi sono gli anarchici dell'Individualista? Lo spiegano essi stessi nel primo numero del giornale. "Noi siamo un gruppo di giovani operai" che, mentre "i partiti discutono di quale societ si orner il mondo", pretendono "la libert dell'individuo all'infuori e contro ogni societ". Noi

vogliamo (...) instillare, nell'istinto di ogni individuo, il germe della verit e dell'indipendenza. (...) E verso nessun sole dell'avvenire i nostri sguardi sono attratti, ma sulla realt del momento che fugge, sull'attimo che noi viviamo, perch noi non possiamo vedere oltre la nostra vita, e i nostri sforzi sarebbero inutili, se tesi a consumarsi in una speranza che domani una societ meglio costituita potesse raccoglierci ini una vita eternamente felice (...)(1334).

Secondo "taluni anarchici pettegoli", L'Individualista sarebbe sorto in odio a Umanit Nova e a Nichilismo, altro periodico anarchico milanese fondato l'anno prima(1335). E perch?

Perch qualcuno di noi ha osato, apriti cielo!, fare delle considerazioni piuttosto pessimiste sulle condizioni del movimento anarchico in Italia, e specialmente a Milano, malgrado l'esistenza di Umanit Nova. E perch taluni di noi, in date circostanze, sono stati trattati tutt'altro che con camaraderie da alcuni di Umanit Nova e di Nichilismo. (...)
Se  vero che noi allo stato attuale delle cose non sdilinquiamo di passione per Umanit Nova; se  vero anche che quasi tutti noi abbiamo in un primo tempo dato tutta la nostra solidariet e il nostro appoggio a Nichilismo, e in seguito tale appoggio e tale solidariet abbiamo cessata; tutto ci non autorizza nessuno, assolutamente nessuno a prestarci delle intenzioni che noi qualifichiamo senz'altro ignobili e che per conseguenza noi non possiamo avere. (...)
Noi (...) siamo individualisti, ma non di quelli passati attraverso il nulla per finire nel rivoluzionarismo di moda. E rimaniamo individualisti (...) poich siamo di quelli che l'individualismo considerano ancora e sempre la migliore essenza dell'anarchismo che non sia cucinato ad uso e consumo delle unioni, delle leghe, delle organizzazioni, ecc. ecc. (...)(1336).

Scontenti dei compagni e dei loro giornali, questi anarchici "dissidenti"; scontenti dell'apatia del movimento, ridotto a battersi per la liberazione di Malatesta e a compilare elenchi di vittime politiche destinati solo ad allungarsi; scontenti, insomma, un po' di tutto, alla maniera degli individualisti di un tempo; scontenti e nauseati al punto di proporsi di restare "fuori della mischia": "[Nella lotta tra fascisti e socialisti] noi anarchici individuaEsti comprendiamo vieppi la necessit di (...) rimanere neutri (...)". Dopo tutto, non sono contese "altrui"?

Noi abbiamo un naturale ed istintivo ribrezzo pel fascismo e lo odiamo. Ma come possiamo correre in aiuto a queste organizzazioni in pericolo, a questi organizzati aggrediti, se essi stessi si mostrarono sempre indifferenti quando gli anarchici, imprigionati e perseguitati in mille guise per un ideale di giustizia che dovrebbe essere pure il loro, malgrado gli appelli insistenti, quasi umilianti alla loro solidariet, furono abbandonati cos vilmente alla loro sorte?
I fascisti difendono una causa senza ideale; gli organizzati difendono un ideale senza causa; ma gli uni e gli altri difendono esclusivamente i propri interessi. (...)(1337)

Intorno all'Individualista al principio del 1921, come l'anno prima intorno a Nichilismo, si raccoglie un gruppo di anarchici amareggiati dalle delusioni del dopoguerra le cui posizioni, improntate a uno sdegno aristocratico e astratto, hanno il senso di un ritorno ai principi dell'individualismo pi purd. I fondatori dell'Individualista non celano la propria nostalgia per i tempi in cui "gli anarchici erano ancora pochini pochini" ma "votavano meno ordini del giorno ed agivano di pi"(1338). Di Nichilismo - l'organo in cui Molaschi e i suoi amici si erano proposti di "affermare i principi individualisti anarchici nel campo della lotta sociale; resistere (...) alla degenerazione socialista del movimento anarchico italiano; tentare di dar vita a un movimento artistico e letterario improntato da carattere schiettamente anarchico"(1339) - Ugo Fedeli era stato una colonna. All'Individualista lo seguirono Pietro Bruzzi, l'esaltatore del gesto di Filippi in Galleria, e Francesco Ghezzi(1340). Quali erano le loro idee?
"Io penso che il presente periodo storico sia tale per noi da non lasciar adito a nuove illusioni avveniristiche" scrive "Brutius" nel terzo numero. "La famosa "imminente rivoluzione" che continua a battere alla porta (...) sembra ormai... disgustata della poca dignit dei suoi vaticinatori, e il periodo "squisitamente rivoluzionario" pare oggi tramutarsi in periodo altrettanto squisitamente reazionario." Bruzzi trova che "la presunta situazione rivoluzionaria (...) in realt  stata esagerata, forse senza volerlo, attraverso una visuale dalle passioni di classe e dal fanatismo politico" e, dopo aver invitato i compagni a formare collettivit anarchiche, colonie, gruppi: "positive, pratiche realizzazioni", conclude:

Qualcuno dei nostri ha lanciato l'idea di un giornale quotidiano e lo sforzo compatto e sostenuto degli anarchici e dei simpatizzanti riusc allo scopo. Ora il quotidiano domanda mezzo milione di lire,  una somma favolosa per gli anarchici; eppure in breve tempo  gi quasi un fatto compiuto. Io non penso, lo dissi altre volte (e i fatti mi confermano nella mia opinione), che un quotidiano anarchico, anche se ricco di mezzi, possa servire a gran che per l'incremento del movimento anarchico poich la sua opera rimane pur sempre nel campo teorico ed astratto; ma poich gli anarchici sono capaci di escogitare immensi mezzi per un'opera di un'importanza cos relativa, perch non saprebbero trovarne altrettanti, se non di pi, per un'opera di necessit immediata e assoluta?(1341)

Pi secchi e apocalittici i contributi di Francesco Ghezzi. A chi viene a parlargli di riforme risponde: "Nessuna riforma  possibile tra le mura nere delle officine. Il fuoco ci vuole, il sabotaggio pi spietato, la diserzione pi ostinata"(1342).
Tra gli anarchici che mostrano di apprezzare il nuovo periodico c' una nostra vecchia conoscenza: Giuseppe Mariani. Il suo nome figura nella colonna "Pagamento giornali", a pagina 8 del numero 3, accanto alla cifra di lire 6. Siccome ogni copia dell'Individualista costava 30 centesimi, se ne potrebbe arguire che Mariani, a Mantova, ne aveva acquistate e si era impegnato a diffonderne una ventina(1343).
Riconosciuto idoneo alla ripresa del servizio nel dicembre 1920, Mariani era stato riassunto dalle ferrovie dello stato e assegnato alla stazione di Mantova il 2 gennaio 1921. Qui ebbe un posto all'ufficio merci, dove - come avrebbe testimoniato un collega al suo processo - pur non dissimulando le proprie idee "lavorava con assiduit" e appariva "calmo e mite"(1344). "Il ritorno a Mantova non valse per a farmi rompere i legami coi compagni di Milano" scrive Mariani nelle sue memorie; "anzi uno di questi, il Boldrini, volle seguirmi, stabilendosi a Mantova dove gli fu possibile trovare lavoro."(1345)
Per seguire Mariani a Mantova, dove fu assunto verso la met di febbraio come manovale in un cantiere per la costruzione di un ponte sul Mincio(1346), Giuseppe Boldrini aveva dovuto penare non poco. Era stato arrestato in ottobre, a casa sua, con lo stesso Mariani e altri compagni. Mentre questi ultimi avevano recuperato quasi subito la libert, Boldrini, reso particolarmente sospetto dalle ustioni riportate nell'incidente di Maleo, era stato trattenuto. Il 23 novembre, isolato e privo di contatti con la famiglia, stava ancora aspettando che gliene spiegassero il motivo. Cos scriveva Umanit Nova occupandosi per la prima volta di lui:

Durante le perquisizioni del mese scorso gli agenti recatisi al domicilio del Boldrini lo trovarono a letto con la testa fasciata. Interrogato da un funzionario (...) rispose di aver avuto delle scottature causate da una fiammata di benzina. L'intelligente funzionario (...) ordin l'arresto del Boldrini perch, a suo giudizio, le scottature furono prodotte dallo scoppio di dinamite(1347).

Quasi un altro mese dopo, sotto Natale, Boldrini risultava sempre in carcere. Umanit Nova, tornando a occuparsi di lui, gli cambiava il nome da Giuseppe in Giovanni: il che sta a dimostrare che negli ambienti del giornale non doveva essere troppo conosciuto(1348). Successivamente, in data imprecisata, l'anarchico veniva liberato e poteva raggiungere a Mantova il compagno.


SEQUESTRO DI PERSONA

Nel carcere di San Vittore, ricorda Armando Borghi,

noi eravamo tenuti in un raggio supplementare detto "l'intermedio". Fummo messi "ad alta sorveglianza", il che comporta il tormento di un occhio, quello del carceriere, che, non visto, vi spia a volont. (...) Col tempo, data anche la simpatia che godevamo tra i secondini "moderni", i freni furono allentati. Presto riuscimmo a comunicare con gli amici di fuori, legalmente e anche non legalmente. (...)
Pi tardi ci accordarono "l'aria", ed Errico, io e il pi giovane, Quaglino, (...) potemmo ritrovarci insieme un'ora la mattina.
Nel cuor dell'inverno Errico si ammal. Non voleva riconoscerlo, ma io la notte sentivo rintronare i suoi colpi di tosse. Alle mie premure perch si facesse visitare, ci scherzava su, ricordando che gi cinquant'anni prima Bakunin, credendolo addormentato e parlando con Cafiero, lo considerava "un povero giovane di corta vita". Il cappellano del carcere, un omone tozzo e bonario, si intener al punto da proporgli di inoltrare domanda per una stufa a riscaldamento elettrico. Errico ringrazi, ma non volle saperne.
Un giorno finalmente "marc visita". Dei due medici del carcere, uno umanissimo e l'altro sbirraccio, gli capit quest'ultimo. Lo fece spogliare nudo in un androne gelido e trov che stava benone. Io che ero presente protestai. Persino le guardie furono meravigliate. Ma Errico non si scompose, non protest(1349).

La vita del carcere non  una villeggiatura. Si comprende come possa suscitare legittime apprensioni per la salute dei detenuti nei parenti e negli amici a corto di notizie sicure. L'8 febbraio 1921 il comitato pro vittime politiche diramava la "non lieta notizia" che Armando Borghi era ammalato di petto. "Errico Malatesta" proseguiva il comunicato " sempre sereno ed  felice quando qualche compagno si reca a visitarlo. Egli  sicuro di se stesso ed  pronto ad affrontare la burrasca del processo, pronto a rispondere alle accuse ed a smontare la montatura del processo."(1350)
La pubblicazione del comunicato suscitava le proteste della compagna del sindacalista. "Armando Borghi non  ammalato di petto" faceva scrivere Virgilia d'Andrea "ma ha semplicemente qualche disturbo gastrico." "Dal canto nostro" ammoniva Umanit Nova "aggiungiamo che i compagni del comitato pro vittime politiche debbono essere pi cauti nel comunicare le notizie sensazionali..."(1351)
Mentre fuori della prigione, in diverse regioni d'Italia, dilagava l'offensiva del fascismo, i tre anarchici di San Vittore attendevano con pazienza che l'interminabile istruttoria aperta su di loro arrivasse a una conclusione. Il tempo pareva essersi fermato. Solo verso la met di febbraio, dopo quattro mesi di carcere, furono stabiliti i primi contatti con i difensori(1352). Malatesta ricevette anche una visita inaspettata. Il suo vecchio amico Francesco Saverio Merlino, che quarantatr anni prima lo aveva brillantemente difeso al processo di Benevento contro la "banda del Matese", era venuto da Roma per mettersi a sua disposizione. Ricorda Borghi:

Malatesta e Merlino si incontrarono nella mia cella. Tutti e due bassi di statura, segaligni, quasi somiglianti nell'insieme della persona, salvo il contrasto tra la chioma di Errico e la calvizie dell'altro, qualche residuo dell'accento meridionale in entrambi. Si abbracciarono e restarono muti, in una stretta lunga e ferma. Quale ingorgo di ricordi li ammutoliva cos?(1353)

Il problema era sempre quello: a quando il processo? L'istruttoria andava a rilento e la stampa anarchica se la prendeva col magistrato al quale era stata affidata, il giudice Giacomo Carbone. Nota Borghi:

Per dire la verit quel giudice mi apparve uomo onesto e scrupoloso, che avvertiva l'assurdit di imbastire un processo per attentato alla sicurezza dello stato su articoli di giornali e discorsi di comizi. Alle nostre proteste rispondeva imbarazzato: "La polizia sta indagando". Alla nostra obiezione che la polizia avrebbe dovuto indagare prima e non dopo averci arrestati, si stringeva nelle spalle come per dire: " logico, ma che ci posso fare io?"(1354).

Secondo il segretario dell'Usi fu il procuratore generale del re Antonio Raimondi - poi divenuto "stella di prima grandezza nel firmamento mussoliniano"(1355) - ad appellarsi contro l'ordinanza del giudice istruttore che, scartate la cospirazione e la complicit in attentati, aveva dovuto ripiegare sui reati di stampa e di parola. In seguito a tale appello la sezione d'accusa avrebbe ordinato un supplemento d'istruttoria, affidandolo a un altro giudice. Borghi scrive che Malatesta, Quaglino e lui ricusarono di rispondere al nuovo magistrato e protestarono presso il ministro della giustizia. E siccome il sottosegretario Dello Sbarba rispose all'interrogazione presentata dall'on. Buffoni solo verso la met di febbraio, questi fatti dovrebbero risalire al periodo precedente.
Ma il 16 febbraio 1921 Antonio Raimondi era ancora presidente della corte d'assise meneghina, e in tale veste stava anzi conducendo, nel palazzo di piazza Beccaria, il suo ultimo processo(1356). La sua nomina alla carica di procuratore generale del re era stata decisa dal guardasigilli Luigi Fera con decreto del 13 febbraio. Ma la notizia fu diffusa il giorno 16, provocando un caustico commento di Umanit Nova(1357). E solo il 5 marzo, stando alle memorie di Raimondi, egli prese il posto che fino a quel momento era stato del barone Eraclio Torella(1358).
In netto contrasto con Borghi, Raimondi sostiene addirittura di essersi adoperato per affrettare la conclusione del processo a carico dei tre anarchici: un processo divenuto "mastodontico", con la conseguenza di prolungare, "oltre il tollerabile", la loro detenzione.

Non per anco immesso nel mio ufficio, non avevo veste per ingerirmi delle procedure in corso: ma, trovandomi in sede, a contatto con la magistratura locale, conscio dell'importanza di quel processo, non mancai di interessarmi alla sua sollecita definizione. Lo istruiva uno dei migliori giudici del tribunale, Giacomo Carboni [sic], del quale conoscevo la valentia, la coscienziosit e lo zelo. Appresi con piacere che l'istruttoria stava per essere chiusa. Infatti il processo giunse alla procura generale due giorni dopo il mio insediamento(1359).

Fosse colpa di Raimondi o del suo predecessore, la sostanza non cambia. Come ha scritto Armando Borghi:

Era chiaro che Giolitti voleva tenerci dentro pi a lungo che fosse possibile: finch eravamo l, non gli davamo noia. Si commetteva contro di noi un vero e proprio sequestro di persona(1360).


LO SCIOPERO DELLA FAME.

Malatesta, Quaglino e io, nelle nostre conversazioni quotidiane, durante "l'aria", discutevamo della nostra situazione. Un'idea balen: lo sciopero della fame. Errico ci ammoniva: "Ragazzi, pensateci; non si scherza; una volta incominciato, bisogna andare fino in fondo"(1361).

A chi venne per primo quest'idea? Dalle parole di Borghi, il quale scrive che Malatesta prima li "ammon" e poi "accetto" la proposta, si direbbe che non fosse partita da lui ma da uno dei suoi due compagni: forse lo stesso Borghi. Quaglino, invece, l'attribuisce a Malatesta: "Allora, per queste lungaggini, Malatesta un bel giorno dice: "Se non celebrano il processo, noi facciamo lo sciopero della fame""(1362). Ma quando nacque l'idea dello sciopero? A questa domanda rispose lo stesso Quaglino poco dopo la sua scarcerazione in una lettera ai giornali(1363).

Arrestati, io, Malatesta e Borghi (...) per una sequela di reati esistenti solamente nella mente malata del Gasti, a tutto il 28 febbraio 1921 - ossia dopo mesi quattro e giorni dodici dal nostro arbitrario arresto - nulla si sapeva sulla nostra situazione: cio, se e quando e per quali reati saremmo stati rinviati alle assise!!
N lo sapevamo noi detenuti, n lo sapevano i nostri avvocati Costa, Levi, Buffoni, Bentini, Merlino.
Decidemmo allora - il 28 febbraio - di scrivere al sottosegretario alla giustizia, on. Dello Sbarba, informandolo che, se con tale istanza non ottenevamo di essere inviati a giudizio in giorno ragionevolmente vicino, avremmo ricorso all'unica arma di cui disponevamo per porre fine all'arbitrio: lo sciopero della fame.
Non avemmo nessuna risposta, nessuna promessa di rinvio o di scarcerazione. La nostra prigionia minacciava di prolungarsi indefinitamente, senza che la magistratura o il governo pensassero a farci processare. Noi si arrischiava di fare la figura dell'asino paziente e bastonato.

La decisione di attuare lo sciopero della fame non fu dunque frutto di avventatezza o impulsivit. E il governo ebbe notizia del progetto con largo anticipo.

Fu una determinazione studiata, vagliata fra di noi soli, e preannunciata diciassette giorni prima al sottosegretario sullodato. Non ebbimo intesa coi compagni di fuori; se qualcuno era a conoscenza della nostra intenzione erano il ministro della giustizia, Fera, e i magistrati.
Se lo sciopero l'avessimo combinato coi compagni di fuori per eccitare, ecc., non avremmo certo avvertito il tirapiedi di Fera, il quale, intelligentemente prevedendo le conseguenze del nostro atto, avrebbe fatto in tempo a regalarci il contentino che chiedevamo (rinvio a giudizio) impedendoci cos di eccitare, ecc. ecc.

Il persuasivo argomento di Quaglino - a sostenere che lo sciopero era stato concordato con i compagni fuori del carcere, per spingere i "sovversivi" milanesi ad atti inconsulti, era stato il questore in una conferenza stampa -  ripreso e confermato da Nella Giacomelli:

La comunicazione di questa loro decisione fu fatta telegraficamente pervenire al governo e alle autorit giudiziarie il 28 febbraio 1921. Governo e autorit non se ne diedero per inteso, non si commossero per nulla, non risposero neppure, e allora i detenuti, vedendosi preclusa ogni via per far riconoscere il loro diritto, cominciavano lo sciopero della fame (...)(1364).

Fuori del carcere, tra i parenti e gli amici dei tre anarchici, l'impazienza per la loro detenzione era cresciuta di giorno in giorno. Alla fine di febbraio Umanit Nova scriveva:

Pare (...) che l'istruttoria - o meglio il supplemento d'istruttoria - del processo intentato per ordine del comm. Gasti al nostro giornale e agli esponenti dell'Unione sindacale sia ormai chiuso. Dal gabinetto del giudice. Carbone il voluminoso incartamento sarebbe stato (...) una volta di pi rimosso negli uffici della procura generale alla quale spetta ora, dopo un minuto, e speriamo esauriente, spoglio degli atti processuali, degli interrogatori, delle perizie, dei... rapporti polizieschi, di pronunciare la requisitoria sulla quale a sua volta verr a pronunciarsi la lodevole sezione d'accusa che dovr decidere del rinvio o meno della causa ad un ruolo da destinarsi... con comodo. (...)(1365)

Il 6 marzo, a Bologna,  la madre di Armando Borghi, la "Tugneina", a prendere la penna per scrivere a Umanit Nova:

Permettetemi, come madre di Armando Borghi, di protestare contro la persecuzione a suo danno. Sono [una] vecchia sessantenne, e in malferma salute, e sono stanca di essere separata da lui, di saperlo in galera per nessun altro motivo che di pensare a suo modo e di esprimere liberamente quello che pensa, senza aver commesso alcun reato.
Non  la prima volta, da quasi venticinque anni di vita politica di mio figlio, che debbo soffrire questo dolore; ma mai come oggi  avvenuto ch'egli sia stato trattenuto in prigione per tanto tempo (ormai sono sei mesi) senza la pi piccola giustificazione, senza che si possa neppure sapere con precisione di che cosa egli  accusato.  una vera brutalit, questa, che si commette a danno suo e dei suoi compagni di prigionia, Malatesta e gli altri; ed  ora che la si finisca di martirizzare la gente a questo modo!(1366)

Mentre il nuovo procuratore generale del re, ricevuto l'incartamento del processo, ne affidava lo studio al sostituto Luigi De Sanctis, all'orecchio del prefetto, che evidentemente non era stato avvertito n da Fera n da Dello Sbarba delle intenzioni espresse dai tre anarchici, giungevano le prime voci di un possibile sciopero della fame. Il 13 marzo Lusignoli telegrafa:

Da informazioni confidenziali risulta che Malatesta e compagni dovrebbero prossimamente iniziare in carcere sciopero fame nella speranza di suscitare agitazione fra sovversivi per fare sollecitare processo(1367).

Lo sciopero della fame era una grossa "grana" in pi per un prefetto che, ossessionato dal problema dell'ordine pubblico, il 9 marzo aveva ripreso a tempestare la direzione generale di P.S. con le sue richieste di rinforzi. Ora andava approssimandosi una data che lo faceva tremare. E il 16 marzo, di fronte al silenzio della capitale, Lusignoli tornava alla carica:

Non avendo finora [ricevuto] preavviso dell'arrivo [dei] contingenti [richiesti], prego inviare pel 19 corrente un rinforzo di 300 militi fra carabinieri e guardie per l'importante servizio d'ordine pubblico del 20 (...). In tale giorno avr luogo, infatti, la commemorazione delle 5 giornate al monumento di P. Vittoria con corteo di associazioni patriottiche e con l'intervento di S.A.R. il conte di Torino e delle autorit civili e militari. Avr parimenti luogo al teatro del popolo, che  poco distante dal monumento suddetto, un comizio indetto dalla locale sezione socialista per commemorare la Comune di Parigi e l'inaugurazione di una lapide a Osvaldo Gnocchi Viani.  da temere la possibilit di incidenti che, se non si premunissero irecte; prevenissero] con adeguati servizi, potrebbero determinare gravi conseguenze. Occorre poi provvedere alla continuata vigilanza della Fiera campionaria, i cui stand in parte sono gi sorti e in parte stanno sorgendo sui bastioni della citt, e ci a prevenire furti che gi incominciano a verificarsi(1368).

A Roma, tuttavia, non dovevano aver capito la gravit della situazione se lo stesso giorno, invece di inviargli i rinforzi sollecitati, veniva chiesto a Lusignoli di mandare a Livorno dieci dei suoi agenti. Ossa che il prefetto si rifiutava categoricamente di fare, ricordando le commemorazioni in programma e anzi esigendo l'immediato rientro di altri dieci agenti da tempo distaccati a Bologna(1369).
La sera del 17 marzo, per iniziativa dell'Usi, nelle scuole del corso di Porta Romana si svolse un comizio contro la disoccupazione, la penuria di alloggi e il carovita che diede la misura dell'isolamento in cui si trovavano, dopo mesi di reazione questurina e fascista, gli anarchici e i sindacalisti milanesi.
Poco prima dell'ora fissata per l'inizio della manifestazione - sulla quale, oltre alla stampa borghese, aveva taciuto anche l'Avanti! - il corso di Porta Romana fu letteralmente invaso da dozzine di camion carichi di forza pubblica, spalleggiata da squadre di guardie regie a cavallo.

Chiusi cos tutti gli sbocchi d'accesso al palazzo delle scuole, il cittadino, per accedere al locale del comizio, doveva passare fra due ali di agenti investigativi i quali lo perquisivano minutamente accompagnando magari la perquisizione con domande sul perch e sul come si recava al comizio. Naturalmente furono moltissimi coloro che, seccati dallo strano metodo, tornarono sui loro passi non recandosi al comizio. Ed era quello che pi premeva alla questura, cio far fallire il comizio per mancanza di pubblico(1370).

Che tali fossero le intenzioni delle autorit  provato da un telegramma del prefetto:

Il forte servizio di sbarramento con camion e agenti che circondava la localit della riunione lasciando liberi adeguati passaggi per gli intervenuti che vennero tutti perquisiti impression gravemente i sovversivi sicch al comizio presenziavano solo poco pi di 200 persone(1371).

Secondo Umanit Nova, invece, lo scopo non era stato raggiunto:

Malgrado questi rigori il comizio  riuscito e la palestra delle scuole - contro il parere dei giornalisti conservatori che non c'erano - era letteralmente gremita(1372).

Oltre che dai discorsi di due sindacalisti e dell'anarchico Randolfo Vella, il comizio fu animato dalle parole del comunista Ravazzoli e dall'intervento di un legionario fiumano.
Il giorno seguente vari giornali scrissero che dei duecento presenti al comizio cento erano fascisti, e che il contraddittorio di questi ultimi era stato "coraggioso e brillante". Umanit Nova ribatt:

Precisiamo: i fascisti non c'erano. Vi erano per alcuni legionari. E fra legionari e fascisti ci corre molto! Il contraddittorio non ha avuto niente di coraggioso. Furono gli stessi organizzatori del comizio che esortarono il legionario (...) a esprimere liberamente il proprio pensiero. Ed egli accett l'invito perch sa che gli anarchici sono per la libert di tutti. Quanto dovrebbero imparare, in proposito, i liberali della borghesia!(1373)

I fascisti, se non erano in quella palestra, erano per in un'altra poco lontano.

Durante il comizio nel vicinissimo locale del liceo Beccaria erano riuniti oltre 200 studenti fascisti per esercitazioni ginnastiche. All'uscita alcuni gruppi di tali studenti si diressero verso il luogo del comizio ma, trattenuti dagli sbarramenti, furono invitati ad allontanarsi, ottemperando.

Tanto per non perdere le buone abitudini, la serata si concluse con l'arresto di tre anarchici(1374).
Il giorno dopo, soddisfatto per l'effetto delle misure di sicurezza adottate la sera prima ma anche preoccupato per il perdurante silenzio del governo a quarantott'ore dalle celebrazioni del 20 marzo, il prefetto rinnovava la sua invocazione:

Non essendomi ancora pervenuta assicurazione invio per domani 300 carabinieri e guardie regie chiesti di rinforzo (...) prego nuovamente che tale invio di forza avvenga immancabilmente poich caso diverso non potrei provvedere alle inderogabili esigenze servizio (...)(1375).


UNA VESCICA VUOTA

La mattina di venerd 18 marzo Malatesta, Borghi e Quaglino rifiutarono il cibo, iniziando lo sciopero della fame(1376). La notizia, che il prefetto di Milano trasmise al ministero dell'interno solo nel tardo pomeriggio del giorno seguente(1377), arriv a Umanit Nova mentre il giornale stava per andare in macchina(1378). I redattori fecero in tempo a scrivere un articolo di fondo e tre appelli, che occuparono due colonne e mezzo delle quattro della prima pagina.
L'articolo di fondo sottolineava il fatto che i tre anarchici detenuti a San Vittore avevano deciso lo sciopero della fame non per essere liberati ma per ottenere che dopo tanti mesi la sezione d'accusa si pronunciasse definitivamente sul loro caso.

Strano paese, nevvero?, il nostro, nel quale gli anarchici devono affrontare il suicidio per esaurimento acciocch le leggi dello stato, del quale sono nemici, siano applicate da coloro che se ne dicono sacerdoti e soldati. (...)(1379)

I tre appelli erano rivolti ai "lavoratori, sovversivi, uomini liberi d'Italia", ai "giornalisti borghesi" e agli anarchici. Il primo, stampato con grande rilievo tipografico, diceva:

Voi permetteste che Malatesta e compagni per "interessi superiori" venissero imprigionati cinque mesi or sono. Oggi quei nostri compagni hanno iniziato lo sciopero della fame chiedendo - non una libert che voi non volete dar loro - ma di essere processati.
Lavoratori, sovversivi, uomini liberi d'Italia! Noi vi chiediamo di lasciarli morire di fame. Cos non smentirete la vostra vilt.

Il secondo appello, senza richiamarsi "ad una solidariet professionale che tra voi e noi non pu esserci n deve esserci", chiedeva ai giornalisti borghesi "un atto di onest" Tutti coloro che, "accecati dall'odio di parte", avevano tenuto a balia il mostriciattolo del complotto concepito a San Fedele erano moralmente obbligati a chiedersi che fine avesse fatto. Perch c'era chi assicurava che si trattasse di una brutta fine: "Era gonfio di vento e un colpo di spillo di logica lo ha ridotto a una vuota vescica".
Agli anarchici, infine, Umanit Nova rivolgeva queste parole:

Fate il vostro dovere. Se attorno [a] voi vi sono dei fratelli che vi stendono, solidali, la mano, stringetela senza chiedere e senza concedere rinunce. Ma se, come altre volte, il vuoto sar intorna voi, avanti lo stesso; con maggior fede o con maggior disperazione.
Per un vecchio che ha data tutta la sua vita alla causa nostra e a quella dei lavoratori.
E per la vostra dignit.
Ma se poi credete che per chi conta oltre cinquant'anni di lotta, (...) per chi [] giunto ai settant'anni senza una medaglietta e senza una sinecura burocratica proletaria, sia degna e meritata fine morire di fame in una prigione, e [se] con voi lo credono i proletari d'Italia, Umanit Nova proclamer la sua vergogna, quella di aver rappresentato senza saperlo un partito di vigliacchi.
E coloro che scrivono questo giornale spezzeranno la loro penna e andranno incontro al loro destino, al destino che ci sceglieranno(1380).

Lo sciopero della fame ottenne subito un primo successo. Lo stesso giorno veniva notificata ai detenuti la sospirata requisitoria di De Sanctis: una requisitoria abbastanza sorprendente perch vi si chiedeva l'assoluzione di tutti gli imputati, sia di quelli in stato d'arresto che di quelli a piede libero, dal reato di cospirazione contro i poteri dello stato. Nel rinviare a giudizio gli imputati per altri reati minori, la magistratura era costretta ad ammettere che il "complotto" scoperto da Gasti non esisteva e non era mai esistito. "Sar evidente che il provvedimento risale a qualche giorno addietro," commentava Il Secolo "ma  altrettanto evidente.,, che  arrivato in pieno sciopero della fame."(1381)
Anche se Raimondi, nelle sue memorie, inverte l'ordine dei due eventi, nel tentativo di far sembrare una semplice coincidenza la notifica della requisitoria agli imputati e l'inizio dello sciopero della fame(1382),  chiaro che il primo fu l'effetto del secondo: il panico notato da Borghi nelle autorit carcerarie all'annuncio dello sciopero doveva essersi esteso alla magistratura.
La notifica della requisitoria, col suo aspetto di cedimento, incoraggi i tre anarchici a insistere nel loro tentativo.
Informava il prefetto in uno dei suoi dispacci:

Avuta detta notizia, Malatesta e Borghi dichiararono di continuare nello sciopero della fame nella protesta [recte: pretesa] di essere giudicati entro il 15 di aprile e di essere rinviati alle assise anche per il delitto di cospiratone, per cui  chiesta l'assolutoria. Il Quaglino invece ha dichiarato di continuare nello sciopero per solidariet col Malatesta e Borghi e anche allo scopo di essere messo subito in libert, dicendo competergli questo diritto, non comportando il titolo d'imputazione pel quale  chiesto il suo rinvio a giudizio la carcerazione preventiva per le persone non pregiudicate. In questo senso i tre detenuti hanno presentato una protesta, che  stata inviata alla procura generale, e un telegramma al ministero di grazia e giustizia, che  stato pure rimesso alla procura generale, da cui per  stato respinto al direttore del carcere(1383).

Quella sera si ebbe la prima pubblica manifestazione di solidariet con i tre detenuti. Per celebrare il settantatreesimo anniversario delle Cinque Giornate una compagnia dialettale meneghina aveva esumato e messo in scena al Filodrammatici un paio di lavoretti tolti dal pi trito repertorio patriottardo. Durante la rappresentazione, mentre in palcoscenico si inneggiava alla libert e in sala si battevano freneticamente le mani, un grido echeggiava dall'alto della galleria: "Viva Malatesta!". Era stato l'anarchico Frigerio che, preso a pugni, calci e bastonate dai patriottici spettatori, dopo aver corso il rischio di essere buttato in platea veniva "sottratto a stento all'ira della folla" e arrestato da alcune guardie regie. "Ristabilita la calma, la manifestazione riprese con pi calore al grido di "Viva l'Italia"..."(1384)
La mattina dopo alcuni giornali pubblicavano una dichiarazione dei tre anarchici digiunanti a San Vittore:

Da 5 mesi siamo detenuti per un complotto esistente solo nella fantasia del questore. Siccome non abbiamo altro mezzo per protestare contro la violenza che ci fu fatta e per obbligare le autorit a tradurci sollecitamente dinanzi ai giurati, siamo venuti nella determinazione di ricorrere allo sciopero della fame. Continueremo fino a che saremo morti di inanizione o ci sar assicurato il giudizio per un giorno ragionevolmente vicino.

"Quando l'imputazione  grave e l'istruttoria si prolunga oltre misura" aggiungeva l'avv. Costa a titolo personale "ci significa che le prove mancano o difettano."(1385)
E l'Avanti! commentava: "L'enorme ritardo che subisce il processo viene attribuito dal magistrato incaricato dell'istruttoria alla grande mole degli atti raccolti, ma questo fatto sta appunto a dimostrare che l'istruttoria  un bluff e che ha dato risultati completamente negativi"(1386).
"Lo sciopero della fame  un'arma di protesta terribile," scrisse in quell'occasione L'Ordine Nuovo "se si pensa che in Italia l'educazione civile della magistratura  molto lontana dal comprendere simili forme di protesta." Tutti sapevano che Malatesta era "vecchio e malfermo". Lo sciopero della fame avrebbe potuto "abbatterlo". Forse era proprio questo che desideravano "le canaglie della magistratura borghese". Ma i comunisti si auguravano che il proletariato rivoluzionario d'Italia non lasciasse compiere l'infamia, facendo sentire "a tempo" la voce della sua solidariet.(1387)
Anche la stampa borghese, per la quale Malatesta  sempre stato una spina nel fianco, prende una posizione di moderata simpatia. La consuetudine di prolungare oltre misura l'istruttoria dei reati politici, con la conseguente detenzione preventiva degli imputati,  una "costumanza deplorevole" di cui in Italia "abbiamo avuto molti esempi" scrive Il Secolo, forse un po' pentito del sensazionalismo fatto tante volte a spese degli anarchici; "e il gesto disperato di Malatesta e compagni non pu esser certo considerato privo di giustificazione o frutto di eccessiva insofferenza alla sorte comune delle persone prese tra gli ingranaggi della macchina giudiziaria." O rinviare a giudizio o concedere la libert provvisoria: gi da un pezzo si sarebbe dovuta fare una di queste cose.

Si obietter che la natura delle imputazioni non consente, per legge, il beneficio della scarcerazione provvisoria. Certo non siamo qui a chiedere privilegi per nessuno. Ma non possiamo ignorare che il materiale d'accusa contro Malatesta e compagni  costituito da pezzi di giornali e da parole pronunciate in pubbliche adunanze; che gli imputati datisi ora allo sciopero della fame non sono sospetti n di aver compiuto, n di aver ispirato atti terroristici; che l'accusa di cospirazione contro lo stato non regge nei confronti di un'azione di propaganda sia pure dissennata e perturbatrice (...); che infine il concetto dell'associazione a delinquere applicata all'attivit politica e giornalistica o sindacale rappresenta la pi grande assurdit giuridica che si possa immaginare(1388).

E persino Il Popolo d'Italia, verso il quale gli anarchici non sono mai stati molto teneri, prende le parti dei detenuti scrivendo che il trattamento riservato a Malatesta  "un grosso arbitrio", "un'offesa al dettato che "la legge  uguale per tutti""; e che "l'opinione pubblica, e in particolar modo quella fascista, non pu rimanere indifferente davanti a questo sciopero della fame". Non  ammissibile, infatti, che un cittadino italiano, quali che siano il suo colore politico e l'entit dei delitti che gli si addebitano, venga tenuto in carcere cinque mesi senza nemmeno dirgli se e quando sar processato. "Se Malatesta  innocente, rimettetelo in libert; se  colpevole, dopo cinque mesi avete l'obbligo morale e giuridico di farglielo sapere e di processarlo."(1389)
Fra tutti i giornali milanesi solo La Perseveranza, da gran tempo persuasa della "criminosa premeditazione" e della "prudente perfidia" degli anarchici, si confessa turbata e sorpresa per aver visto "organi importantissimi" presentare, in forma "atta a impressionare la bassa emotivit delle folle", il racconto di "questo tentativo di scimiottare, in riproduzione farsesca", la tragedia del sindaco di Cork. Per i forcaioli della Perseveranza lo sciopero della fame  solo un ignobile trucco che non deve intralciare il corso della legge n commuovere l'opinione pubblica, sempre cos pronta a indulgere a "una facile sentimentalit di bassa lega" e a dimenticare che i "martiri" e gli "eroi" non si tagliano nella stoffa degli "arrivisti della politica, avidi di farsi scala a salire con i cadaveri dei loro ingannati proseliti, degli inermi borghesi pugnalati e bombardati e dei carabinieri assassinati a tradimento!"(1390).
Il tono dell'articolo suscita l'indignazione degli anarchici. Tre di essi, tra i quali gli attivissimi Parrini e Perelli(1391), il pomeriggio del 19 marzo vanno a fare le proprie rimostranze(1392).

Ci recammo dal direttore, cav. Tommaso Borelli, e gli esprimemmo le nostre idee. Il colloquio si svolse in modo cortese, tanto che il direttore ci offr delle sigarette, che fumammo. Avemmo l'impressione che l'articolo non fosse stato compilato da lui. Comunque il cav. Borelli promise che non avrebbe avuto nulla in contrario a non pubblicare pi articoli del genere(1393).

Descrizione un po' troppo idillica di un incontro che forse non fu poi cos sereno e sul quale getter qualche ombra la testimonianza del marchese Francesco Sommi Picenardi, ex vicedirettore della Perseveranza, smentendone la cordialit e parlando di "velate minacce"(1394).
Col "telegrafo senza fili" del carcere la notizia dello sciopero della fame iniziato da Malatesta, Borghi e Quaglino raggiunge la sera stessa gli altri anarchici chiusi in San Vittore(1395). Trenta di essi, secondo la stampa(1396), si associano alla protesta. Il loro messaggio termina con un invito: "Compagni: noi carcerati compiamo il nostro dovere, voi compite il vostro."(1397)
Diverse le cifre di Lusignoli. Al prefetto risulta che gli anarchici entrati in sciopero della fame per solidariet con Malatesta sono soltanto sette:

Bossi Cesare, anarchico, imputato di complicit nell'attentato con bombe all'Hotel Cavour; Giorgetti Giovanni [recte: Giancarlo], anarchico, complice nel reato anzidetto e imputato di rapina; Sini Pietrino, anarchico, imputato di attentato dinamitardo contro il caff Cova; Legnani Angelo, anarchico, imputato di complicit nell'anzidetto attentato; Tromba Aurelio, anarchico, imputato di complicit nel complotto anarchico-fascista contro centrale elettrica di via Gadio; Filippi Annunzio, anarchico, imputato di complicit nel reato di cui sopra e di porto di bomba preparata per detto attentato; Castoldi Bruno, imputato di mancato omicidio e diserzione(1398).

A costoro, che insisteranno nello sciopero ancora per qualche giorno, Malatesta scriver:

Cari amici,
se voi fate lo sciopero della fame per solidariet verso di me e non avete nulla da reclamare per voi stessi, io vi consiglio e vi prego di cessarlo. Noi continueremo fino a che saremo morti o avremo soddisfazione. Per noi  gi abbastanza quello che avete fatto. Il sapere che altri soffrono per noi non potr che rendere pi penosa la nostra agonia(1399).

Non tutti, secondo Borghi, accettarono subito il consiglio(1400). Il secondo giorno dello sciopero Malatesta e Borghi

cercarono indagare sulle intenzioni dell'autorit circa i provvedimenti a loro riguardo, protestando in anticipo contro eventuali mezzi coercitivi di nutrizione. Siccome viene ad essi fornito vitto dall'esterno, hanno dichiarato di non volerlo pi ricevere, ma il direttore ha continuato a mandarlo loro in cella. A ci il Malatesta protest, dicendo essere sottoposto al supplizio di Tantalo, e butt il cibo dalla finestra. Anche Borghi fece altrettanto. Quaglino, che non riceve cibo dall'esterno, non ha mangiato la minestra ma ha conservato il pane. Il Malatesta e Borghi hanno dichiarato che si ribelleranno a ogni mezzo di nutrizione coatta, ritenendo che come inquisiti non possano essere sottoposti ad alcun atto coercitivo. Il sanitario che visita quotidianamente i detenuti li ha trovati (...) in buone condizioni. Qualche preoccupazione pu destare il Malatesta per la sua et e per l'arteriosclerosi da cui  affetto. Se, come hanno minacciato, il Malatesta e il Borghi non permetteranno pi che i fornitori inviino il vitto dall'esterno, il direttore li passer in infermeria(1401).

Quella sera, a Roma, si muove il parlamento. Due interrogazioni sul caso Malatesta vengono presentate al guardasigilli. Nella prima, firmata dal socialista Buffoni, si vorrebbe sapere quali provvedimenti abbia preso o intenda prendete il ministro, di fronte al fatto nuovo dello sciopero, per assicurare la definizione del processo. Nella seconda, presentata dai comunisti (primo firmatario: Bombacci), si chiedono le ragioni del ritardo e si pretende che sia posto immediato riparo al "sabottamento giudiziario" che ha spinto i detenuti allo sciopero(1402).
A Milano, la sera del 19 marzo, ci furono solo due incidenti, piccoli ma indicativi del fatto che la tensione stava crescendo. Il primo ebbe luogo al Filodrammatici, dove intorno alle 22 "gran parte delle invetriate del teatro furono infrante da un fitto lancio di sassi provenienti dall'esterno. Molte pietre raggiunsero l'interno del teatro andando a cadere sugli spettatori, senza per ferire alcuno"(1403). Si trattava, evidentemente, di una rappresaglia degli anarchici contro le bastonate prese la sera prima da Frigerio, peraltro gi rimesso in libert(1404).
Il secondo incidente ebbe luogo davanti a San Vittore. Qui, come informava il prefetto, "da tempo si tiene in permanenza (...) un nucleo di 12 guardie regie con due mitragliatrici". E qui, la sera del 19 marzo, durante il cambio delle sentinelle, "alcuni soldati gridavano: "Viva Malatesta!"". Avvertendo Cortadini che era stata aperta subito un'inchiesta, Lusignoli ne approfittava per chiedere ancora una volta rinforzi(1405).


PRELUDIO ALL'OFFENSIVA

Domenica 20 marzo, il giorno tanto temuto dal prefetto di Milano per il contemporaneo svolgersi di manifestazioni "patriottiche" e "sovversive", comincia con una sfuriata del rappresentante del governo. Mentre per settimane, proprio in vista di questa scadenza, Lusignoli ha martellato la capitale di richieste di rinforzi, la vigilia del giorno fatale uno dei suoi impiegati, certo Almansi, placa le inquietudini degli organizzatori della Fiera campionaria asserendo che di "forza" a Milano "ve n' molta". Venutolo a sapere, Lusignoli si sfoga telegraficamente con l'amico Corradini:

Ripeto che a Milano vien fatto un trattamento inadeguato; affermo che opinione di un impiegato irresponsabile non pu n deve prevalere sulle richieste di chi ha diretta responsabilit ordine pubblico.

Gi prima, per telefono, il prefetto aveva informato il sottosegretario che "oggi si fronteggia situazione a condizioni penosissime". I rinforzi richiesti gli erano stati negati proprio quando ce n'era pi bisogno. "Da mesi prego di essere tolto da queste distrette," protestava Lusignoli "ma invano. Lascio considerare a V.E. se questa condizione di cose possa durare."(1406)
Il prefetto aveva ragione di essere preoccupato. Gi la mattina presto, quando i tramvieri del primo turno si erano presentati alle rimesse per prendere servizio, gruppi di anarchici avevano cercato di farli scioperare in segno di solidariet con Malatesta, Borghi e Quaglino.

Una parte dei tramvieri ader subito all'invito, mentre altri risposero che prima di scioperare dovevano aspettare gli ordini della loro organizzazione. Ben poche, per, furono le vetture che uscirono in orario, anzi parecchie di quelle uscite ritornarono in rimessa, tanto che verso le 7,30 sembrava che lo sciopero fosse completamente riuscito(1407).

Il veto del sindacato ferrovieri portava alla ripresa del lavoro. Una ripresa "contrastata assai, perch una forte minoranza di tramvieri vi si oppose"(1408) A questo fatto, secondo Umanit Nova, erano dovuti gli incidenti che la stampa borghese fece dipendere da una sassaiola degli anarchici contro le vetture tramviarie che uscivano dalle rimesse. Il Secolo parla di "colluttazioni con scambio di bastonate" tra anarchici e tramvieri, scordando tuttavia che fra i tramvieri gli anarchici non erano pochi(1409). La Sera li accusa di aver sparato "anche qualche colpo di rivoltella"(1410). Pens la polizia, in ogni caso, a garantire ai tramvieri la "libert di lavoro" con alcune cariche contro gli anarchici, quattro dei quali furono arrestati: tra essi Gaetano Abbiati, gerente di Umanit Nova. Il servizio tramviario sub solo una lieve interruzione. Precisava il prefetto nel suo rapporto:

Nella rimessa di via Ceresio furono rotti alcuni vetri, ma avendo tramvieri reagito anarchici dovettero allontanarsi. Da uno di essi fu sparato un colpo di rivoltella in aria. Pronto intervento di funzionari e agenti ha frustrato i propositi degli anarchici e la circolazione dei tram, bench con qualche ritardo,  stata normalmente attuata(1411).

Verso le 10, mentre al Parco il comandante di divisione gen. Rocca passa in rivista duemila giovani dei battaglioni premilitari(1412), alla Camera del lavoro si tiene il comizio, indetto dalla sezione socialista, per la commemorazione della Comune di Parigi e di Osvaldo Gnocchi Viani. "I primi fischi sibilarono quando la musica, dopo [quello] dell'Internazionale, volle intonare l'inno dei lavoratori" scriver Umanit Nova. "Invano le seriche bandiere rosse ricamate in oro ballavano, agitate dalle braccia dei relativi alfieri. I fischi continuarono e s'infittirono ancor pi quando il tronfio Filippetti si present per parlare."
Il sindaco di Milano riesce a dire solo poche parole. Molti dei tremila intervenuti(1413) sono anarchici e comunisti ("tra costoro c', adesso, molta familiarit") che con le loro invettive gli impediscono di proseguire. Si grida: "Viva Malatesta! Vogliamo la libert per le vittime politiche!". E ancora: "Malatesta  in carcere e voi commemorate Gnocchi Viani! Pensate pi ai vivi e meno ai morti!".
Vella e Parrini arringano i presenti. Rimproverano ai socialisti la mancata partecipazione alla campagna pro vittime politiche e la "continua opera di disfattismo rivoluzionario" da essi condotta tra le masse. Dichiarano che gli anarchici, anche da soli, cercheranno in tutti i modi di impedire che il governo lasci morire di fame i loro tre compagni. Quando l'avv. Gonzales tenta di riprendere le redini del comizio, il teatro del popolo si  ormai trasformato in "una bolgia d'urli e di fischi". N Costantino Lazzari n Abigaille Zanetta riusciranno a riportarvi la calma(1414). Quella sera il prefetto telegrafer che anarchici e comunisti

avevano anche divisato turbare commemorazione Cinque Giornate e corteo. Ho ordinato sbarramento [di] tutte le vie convergenti a quella nella quale si  svolto corteo e ho disposto perquisizioni su larga scala, segnatamente locali comunisti(1415).

L'offensiva contro i comunisti comincia subito. Tra le undici e mezzogiorno una compagnia di bersaglieri circonda la palazzina dell'ex dazio di Porta Venezia, a due passi dal teatro Diana, e una squadra di agenti e guardie regie, agli ordini del commissario Birondi, bussa alla porta della sezione comunista. Scriver L'Ordine Nuovo:

Una visita della polizia era prevista, specialmente dopo le pretese rivelazioni sull'organizzazione della propaganda bolscevica in Italia fatte dai giornali borghesi. Merita di essere rilevato il fatto che proprio la perquisizione sia stata decisa per ieri, cio in un giorno in cui, dovendo avvenire una dimostrazione patriottico-fascista, era presumibile esistesse una maggior preparazione difensiva per l'eventualit di un assalto alle sedi proletarie(1416).

Come noter Umanit Nova, si  voluto "preparare la via libera" alla manifestazione fascista in programma per quel pomeriggio(1417).
Ordinato il fermo dei presenti, una decina di persone in tutto, Birondi esegue la perquisizione. Si trovano dieci rivoltelle, "cio un paio in pi di quelle regolarmente denunciate alla questura".
Estese le ricerche al solaio, saltano fuori tre bombe a mano, "portate, senza dubbio, pochi minuti prima dell'invasione poliziesca, da qualche spia o agente provocatore"(1418). Birondi trova anche, e sequestra, munizioni, scatole di polvere da sparo, una roncola e un pugnale. Deciso l'arresto dei presenti, il commissario li fa uscire dalla palazzina perch siano tradotti a San Fedele. Ma l'insolito spiegamento di forze intorno all'ex dazio nel momento in cui il passeggio  pi fitto - sono quasi le 12 di un giorno festivo - ha destato curiosit. Un gruppo di persone improvvisa una dimostrazione di simpatia per gli arrestati, "inneggiando al comunismo e a Lenin". Birondi ne ordina l'arresto immediato, portando cos a ventuno il numero dei fermati(1419).
Chiusa e presidiata da un drappello di bersaglieri(1420), la sede del P.C.d'I. sar nuovamente invasa la mattina dopo dalla forza pubblica, assistita da "cani da guerra", che la occuper militarmente. Scrive L'Ordine Nuovo:

La polizia forse sperava che nel pomeriggio o nella notte di ieri i fascisti provvedessero a completare la sua opera, invadendo e devastando per proprio conto la sede del partito. Poich il fal  mancato, l'autorit ha deciso di intervenire lei stessa per impedire che la centrale comunista riprendesse a funzionare.

Questa volta i locali sono vuoti. Da ventiquattr'ore nessuno vi ha pi messo piede. Si sequestrano tutti i documenti e si porta via una scure che serviva a spaccare la legna per il riscaldamento. L'occupazione militare, protesta L'Ordine Nuovo, " un vero e proprio tentativo di immobilizzare il movimento comunista italiano, rendendo impossibile il funzionamento del partito.. Il sequestro illegale della sede e dei documenti d'amministrazione di un partito  un fatto gravissimo". La questura ha compiuto "un vero e proprio colpo di mano". Ma un atto del genere "non pu essere arbitrio di un questore". Il "preludio all'offensiva" nasce da un ordine del governo. "Giolitti vuol iniziare cos il regime del "pugno di ferro" contro i comunisti?"(1421)
Quello che per i comunisti  il battesimo del fuoco, da un pezzo  per gli anarchici ordinaria amministrazione. La stessa domenica, poche ore dopo la chiusura della sede del P.C.d'I., mentre intorno al monumento alle Cinque Giornate gi si vanno radunando, col conte di Torino, legionari ed ex combattenti, arditi e fascisti, militari e pubbliche autorit, un camion carico di agenti si ferma davanti al portone di Umanit Nova. Lo comanda il vicecommissario Rizzo, che ordina ai suoi uomini di procedere alla perquisizione degli uffici. Fatica sprecata, perch non salter fuori "nemmeno un temperino"(1422). Un'altra perquisizione ha luogo nella sede dell'Usi, dove si procede all'arresto di quattro iscritti17.
Non sono gli ultimi che quel giorno finiranno al fresco. Alla stessa ora della perquisizione in via Goldoni - le 15 - una cinquantina di persone si erano raccolte al cimitero per scoprire un monumento alla memoria del pensatore anarchico Luigi Molinari, deceduto l'anno prima. Fu una cerimonia privata, durante la quale presero brevemente la parola un paio di oratori. Nessun incidente la turb. Tra i presenti c'erano la vedova, altre signore, artisti e pubblicisti amici del defunto che non avevano mai professato le sue idee.

Ma quando gli intervenuti si disposero a uscire dal recinto furono accerchiati da una settantina tra guardie regie e agenti investigativi che li arrestarono, perquisendoli e malmenandoli(1423).

Mentre le donne vengono rilasciate, gli uomini - una quarantina, tra i quali l'autore del monumento, lo scultore Valerio Brocchi, fratello di Virgilio, lo scrittore - sono ammanettati a due a due, caricati su alcuni camion e condotti al commissariato di via Giusti. Alle 22, senza che nessuno sia stato interrogato, entrano nel carcere di San Vittore. Dodici di essi, tra i quali lo scultore, saranno liberati ventiquattr'ore dopo. Qualcuno esprimer l'intenzione di sporgere denuncia per l'arbitrio subito(1424).
Domenica sera alle 20,40 Lusignoli trasmette a Giolitti un primo bilancio della situazione. Fino a quel momento, tra anarchici e comunisti, gli arresti sono stati una novantina. La commemorazione delle Cinque Giornate  finita, ma i fascisti intervenuti hanno cercato di raggiungere il municipio "con intenzioni assai ostili". La forza pubblica li sta disperdendo dopo aver bloccato ogni accesso a Palazzo Marino. Guardie regie e carabinieri sono in servizio dalle primissime ore del mattino e non potranno smontare fino a notte. Il loro stato d'animo "non  certo sereno".

Aggiungo che incidenti provocati da anarchici per atto di solidariet con Malatesta e compagni (...) sono sintomi premonitori di un'agitazione e di una campagna di rappresaglie che avr probabilmente seguito con manifestazioni pi gravi(1425).

Lusignoli  troppo ossessionato dagli anarchici per badare a quello che fanno i fascisti. Eppure  chiaro che il maggior pericolo per l'ordine pubblico viene da quella parte. Il suo stesso telegramma lo dimostra. Mentre il prefetto, finita la cerimonia commemorativa delle Cinque Giornate, se ne torna al palazzo del governo, un folto corteo di fascisti, arditi e studenti, capeggiati da ufficiali in divisa, si  messo a girare per la citt, schiamazzando, ingiuriando tramvieri e operai, tentando di assaltare l'Avanti! e il municipio, per poi finire a Greco Milanese.
Perch proprio l? Perch anche a Greco, grossa e "rossa" borgata operaia,  appena sorto un fascio di combattimento. "Dato il numero esiguo dei fascisti (una ventina(1426)), per un sentimento di generosit i comunisti non li hanno mai molestati," spiegher Renzo Lalio sull'Ordine Nuovo "tollerando anzi che scorrazzassero, come fecero pi volte, per le vie del comune al canto dei loro inni." Nonostante ci, si  subito capito quali fossero le loro intenzioni. "Essendo Greco considerato come un punto forte del partito comunista, doveva essere il primo baluardo da conquistare."
Nessun comunista di Greco, quel giorno, aveva pensato alla possibilit di un'aggressione: "tanto  vero" scrive Lalio "che la sezione nel pomeriggio venne chiusa e verso le 18 quei pochi compagni che sostavano nelle vicinanze si recavano tranquillamente a casa per la cena"(1427). Pochi minuti dopo giungevano i fascisti. Stavolta, per, l'esiguo manipolo del fascio di combattimento locale aveva, come la chiama il Corriere della Sera, una "scorta d'onore" di millequattrocento camerati. Col pretesto di riaccompagnare a Greco i quattro gatti che da quel borgo proletario e sovversivo erano intervenuti alla commemorazione delle Cinque Giornate, i fascisti avevano voluto dare una prova di forza.
Per tutto il corso Buenos Aires, tra lo sventolo dei tricolori alle finestre, i fascisti ricevettero molti applausi. Ma dopo il rond Loreto la scena mut improvvisamente: nessuna bandiera, pi nessun evviva, ma un senso di meraviglia e di ostilit(1428).

Rimbeccher l'Avanti!:

Meraviglia e ostilit? Eh, si capisce! Se si era in un ambiente socialista, comunista e anarchico, ma soprattutto operaio, non potevano esservi accolti con entusiasmo individui che gridavano in coro: "Cosa fa il socialismo?". E si rispondeva sempre da essi in coro: "Schifo!..."(1429).

La provocazione riusc. Dalla finestra di una casa dirimpetto al circolo comunista qualcuno sventolava un drappo rosso. Fu un attimo. Una scarica di rivoltellate part dalla colonna. Altri fascisti entrarono in casa, raggiunsero il terzo piano, sfondarono una porta e, sparando qua e l a casaccio, si affacciarono alla finestra per agitarvi uno dei loro gagliardetti. I "sovversivi" reagirono all'aggressione. "Si videro allora delle scene indescrivibili di furore popolare: giovani operai, ragazzi, vecchi, in numero esiguo, opporre sassi e tegole alle rivoltellate", costringendo i fascisti a ripiegare.
Sul terreno rimasero due morti. Solo in un secondo tempo, "con l'aiuto di un'autoblindata, fu possibile ai fascisti e alla regia guardia sfondare la porta della sezione comunista", che venne devastata. Ancora pi tardi, per dimostrare che i comunisti avevano fatto uso delle armi ed erano pertanto responsabili della morte del fascista, si trover in un cortile un "bauletto" pieno di bombe incendiarie. " addirittura idiota far credere che proprio in sezione si tenessero i depositi di bombe incendiarie!"(1430)
Sar idiota, come dice Lalio, ma non tanto da impedire a Lusignoli di sposare questa versione:

(...) verso le ore 23 di ieri sera un individuo lanciava nell'interno del circolo fascista Ordine e Lavoro sito in Greco una bomba che esplodeva ferendo non gravemente una bambina. Rincorso da alcuni soci del circolo, il lanciatore venne fermato e consegnato poco dopo alla forza pubblica.  stato identificato per Furlani [recte: Foriani] Giovanni, sindaco di Arena Po, provincia di Pavia. Venne subito eseguita una perquisizione nel vicino circolo comunista Unione e Progresso (...) dove doveva[no] esservi adunate persone che avevano preso parte al conflitto poco prima avvenuto in Greco e col furono arrestati 14 individui e sequestrate due rivoltelle e cartucce. Nella perquisizione operata scorsa notte al circolo in via Insegnamento in Greco donde fu compiuta aggressione contro i fascisti fu sequestrata una cassa che, aperta stamane, fu trovata piena di 40 bombe(1431).

Da tempo, noter L'Ordine Nuovo, i fascisti milanesi non facevano parlare di s. Dopo l'"insignificante" provocazione operata contro un corteo socialista nell'ottobre dell'anno prima, gli attriti tra organizzazioni operaie e fasci di combattimento erano cessati. Milano, che pure lo aveva tenuto a battesimo, "sembrava morta per il fascismo". Ora i fatti di Greco dimostrano che la tregua  finita: "la bestia riprende fiato"(1432).


"MA GLI ENERGUMENI NON INTESERO RAGIONI"

Il 20 marzo 1921, alla Camera, il ministro della giustizia e degli affari di culto rispose alle interrogazioni presentate da Buffoni e Bombacci sul caso Malatesta:

L'istruttoria, oltre il Malatesta, riguarda altre 21 persone per un complesso di ben 108 imputazioni e comprende 33 volumi di atti. Gli incarti sono pervenuti alla procura generale presso la corte d'appello di Milano il 7 marzo e, nel breve spazio di sette giorni, ossia il 14, il procuratore generale ha presentato le sue requisitorie, chiedendo che non si faccia luogo a procedere per alcune delle imputazioni (fra cui la principale, di cospirazione), e che di conseguenza siano scarcerati parecchi imputati, mentre per le altre imputazioni sia ordinato il rinvio del Malatesta e coimputati al giudizio.

Era da prevedersi che l'istruttoria si sarebbe chiusa entro la fine del mese. "Data la mole del processo, il numero degli imputati e la complessit delle imputazioni, credo che lo svolgimento dell'istruttoria non potesse essere pi sollecito" concluse il guardasigilli suscitando vivaci commenti.
N Buffoni n Bombacci si ritenero soddisfatti. Il primo disse:

Io che sono il difensore di uno degli imputati posso affermare che tutto il processo  fatto su articoli di giornali e annotazioni di discorsi da parte della questura. Si  formata una fantastica accusa di cospirazione basandola sul fatto di aver costituita l'Unione sindacale italiana e fondato un giornale, l'Umanit Nova. Quest'accusa va completamente crollando, tanto che lo stesso procuratore generale  costretto a domandare ora l'assoluzione (...).
(...) L'amnistia toglie gli effetti penali delle precedenti condanne, mentre invece si nega la libert provvisoria a Malatesta e Borghi per il fatto di essere gi stati altra volta condannati per reati sia pure amnistiati. Per altri si danno alle leggi ben diverse interpretazioni, si  ben diversamente solleciti nello sbrigare le istruttorie. Com' stata rapida la magistratura di Ferrara quando si  trattato di lasciare in libert il capo dei fascisti bolognesi!(1433)

Che il ministro della giustizia usasse due pesi e due misure era lampante anche per Bombacci:

Se applicasse la legge nello stesso modo per tutti i cittadini sarei soddisfatto. Malatesta  tenuto in carcere per una quantit d'imputazioni per le quali altri, che rappresentano un'altra classe, sono lasciati liberamente girare per le vie. Ebbene, sia cos. I giornali dei fascisti e degli arditi stampano quel che loro piace, e fanno bene; ma voi non li avete mai imputati di reati e avete fatto bene...
Fera: Le istruzioni sono identiche anche per i fascisti! A Bologna sono stati arrestati... (Rumori all'estrema sinistra.)
Bombacci: Io vorrei che voi aveste il coraggio di dichiarare qui che fate una politica di classe aperta... (Rumori, interruzioni.) Voi non lo dite perch non ne avete il coraggio, ma lo fate.. Ed allora voi venite a stabilire che, se i fascisti hanno la libert di fare il sequestro delle persone, di ammazzare coloro che credono, e voi li lasciate a piede libero... (Interruzioni del deputato Sarrocchi, rumori)... nonostante che vi siano delle denunzie che hanno commesso degli omicidi, noi abbiamo il diritto di essere trattati alla stessa stregua, e faremo quindi come fanno i fascisti: faremo i sequestri delle persone, le giudicheremo da noi, perch la vostra giustizia di classe non contempla pi la giustizia pei cittadini! Per Malatesta faremo quel che voi avete fatto per Arpinati. Aspettate: il tempo verr anche per voi! (Rumori vivissimi.)(1434)

Trent'anni dopo lo stesso procuratore generale del re si sarebbe praticamente dichiarato, sia pure usando un tono ben diverso, d'accordo con i due deputati della sinistra:

Quei tre erano in carcere preventivo da parecchi mesi, per parole e scritti di facile constatazione, e il loro processo, di per s molto semplice e tale da poter essere definito in brevissimo tempo, si era trascinato a lungo per essersi voluto estendere le imputazioni a fatti che non vi avevano nulla a che vedere, ed a numerose persone delle quali il mio ufficio, dopo un rapido e pur accurato studio delle risultanze istruttorie, aveva dovuto chiedere il proscioglimento(1435).

Quel processo era, insomma, tutta una montatura. Nel 1921 lo avevano detto e scritto solo gli anarchici. Nel 1951, dando alle stampe le sue memorie, lo avrebbe ammesso persino Raimondi.
Ma allora Raimondi si guard bene dal dire pubblicamente queste cose e, tacendo, si prese la responsabilit di quanto sarebbe accaduto poi. Assillato dal timore di agitazioni e disordini, il procuratore generale del re tent di "richiamare quegli energumeni, non certamente privi d'intelligenza, a riflettere sull'irragionevolezza, inutilit e pericolosit di quel loro atteggiamento"(1436). Per questo s'indusse ad applicare una norma del regolamento che i suoi predecessori avevano lasciato cadere in desuetudine e, il 20 marzo, and a trovare i detenuti.

Dopo aver visitato varie celle, entrai in quella del Malatesta e m'intrattenni con lui piuttosto a lungo, facendogli presente la sollecitudine dimostrata dalla procura generale ed esortandolo ad uscire dal suo atteggiamento, che poteva dar luogo a gravi disordini le cui conseguenze sarebbero ricadute su lui e sui suoi compagni. Ma fu tutto fiato sprecato, come lo fu quello speso nelle celle di Borghi e di Quaglino.

Quel passo gli venne rimproverato come un atto di debolezza. Non era conforme alla dignit di un alto magistrato incontrarsi nelle loro celle con carcerati che giacevano a letto non per malattia ma per recitare una "ignobile commedia". Tanto meno, poi, egli doveva abbassarsi a dare ad alcuni "anarchici criminali" delle spiegazioni che avevano quasi l'aria di essere una scusa. "Queste critiche non mi turbarono" conclude per Raimondi "e di quel mio passo non ebbi a pentirmi, come invece mi sarei pentito se me ne fossi astenuto"(1437). Conferma Borghi nelle sue memorie:

Ricevemmo la visita del (...) procuratore generale (...). Non chiedevamo la libert. Chiedevamo che fosse fissato il giorno del processo, e che cessasse quell'illegale sequestro di persona. Non si lasci andare a concessioni, e non ne ricevette(1438).

Cos Lusignoli compendiava la situazione il giorno dopo:

(...) Informo che sciopero della fame di Malatesta e Borghi e compagni continua, essendo proposito di Malatesta perseverare fino estremo limite in questo suo atteggiamento. Ieri, alle esortazioni procuratore generale di desistere, anche per sentimento altruistico di non obbligare compagni a continuare nello sciopero di solidariet, rispose che anzi desiderava che i suoi compagni e tutti [i] 4.000 detenuti politici d'Italia attuassero contemporaneamente sciopero fame. Dalla direzione del carcere si cerca di interessare l'avv. Fausto Costa, difensore Malatesta, per vedere di.persuaderlo a fare abbandonare a Malatesta sua ostinazione. Intanto il procuratore generale e la direzione del carcere non credono di poter ordinare l'alimentazione coatta contro cui i detenuti si opporrebbero anche violentemente, poich si ritiene non possa coartarsi fino a quel punto volont semplici inquisiti. Il direttore delle carceri giudiziarie fa poi osservare che il Malatesta  un arteriosclerotico grave e che l'alimentazione forzata, a dire dei sanitari, potrebbe anche causargli conseguenze letali. Continuando questo stato cose, pare si tenda dall'autorit giudiziaria alla misura di far ricoverare Malatesta e Borghi, come non pi in possesso del loro equilibrio mentale, al manicomio, ove quanto meno nutrizione artificiale potrebbe essere facilitata dai mezzi speciali di cui il manicomio si pu valere. Di questo parere  anche il sanitario del carcere(1439).

La sera del 20 marzo la commissione di corrispondenza dell'Unione anarchica italiana si riuniva a Bologna per fare il punto della situazione:

Ormai sono, mentre scriviamo, tre giorni, settantadue lunghe ore che Malatesta, Borghi e Quaglino soffrono la fame! Qualcuno ci ha suggerito di Lanciare un manifesto al proletariato, per spingerlo a premere sul governo perch la tarda magistratura affretti l'opera sua e ponga termine allo strazio. Abbiamo risposto di no, perch ormai le parole son vane, e un nuovo manifesto sarebbe ridicolo. Se alla prima notizia dello sciopero della fame dei compagni nostri non si  avuto lo scatto delle folle, che pur un anno addietro applaudivano Malatesta per le vie d'Italia, che efficacia potrebbe avere un semplice appello stampato?
L'appello vibrante, disperato, l'han fatto, lo stanno facendo i tre compagni nostri, martirizzando se stessi, avendo forse perduta ogni fiducia in noi che siamo fuori. Poich  anche nostra la tremenda responsabilit della loro sofferenza, non soltanto degli altri partiti ed organizzazioni, non soltanto dei capi e dirigenti altrui, ma anche di noi anarchici tutti. (...)
Cos, anche in prigione, i nostri compagni restano sulla breccia e all'avanguardia. Siamo noi, invece, noi liberi, che restiamo indietro di loro. Che cosa possiamo fare per essi, all'unisono col loro sforzo disperato? Purtroppo non abbiamo altra risposta, a questo interrogativo, che quella di fare dovunque quel che si pu, pi che si pu, molto o poco che sia; farsi sentire in tutti i modi, utilizzando tutta l'influenza che possiamo esercitare, individualmente o per gruppi, sulle organizzazioni di classe e dovunque v' popolo e proletariato, sugli elementi simpatizzanti ed affini. Scioperi, astensioni dal lavoro, comizi, dimostrazioni, ecc., tutto potrebbe essere utile, purch vi si senta dentro la vibrazione dell'anima popolare, e sia fatto con la massima sollecitudine. (...)
Il tipo nostro di organizzazione non consente e non  adatto a movimenti di cui un comando parta dall'alto o dal centro, n disponiamo delle condizioni indispensabili per improvvisare un movimento generale. Per quel che pure potremmo fare, mancherebbe il tempo. Non resta quindi che affidarsi all'iniziativa libera dei compagni delle singole localit. (...)(1440)


"NON SEMPRE LE ESPLOSIONI SONO MISTERIOSE"

La mattina del 21 marzo, quarto giorno di digiuno per i tre anarchici detenuti, a Milano si diffonde la notizia che Malatesta  in agonia. "La voce per  priva di ogni fondamento" smentir quel pomeriggio La Sera. "li Malatesta, per quanto la sua fibra sia un po' indebolita, si trova tuttora in cella in condizioni da non essere richiesto il suo trasporto all'infermeria."(1441) Un po' indebolita: ma quanto? "Il 21 marzo Malatesta, fatto alzare per recarsi a conferire con l'avv. Fausto Costa, cadde e dovette essere sostenuto da due infermieri." La testimonianza  di Quaglino(1442) che, visitato a sua volta dal fratello il pomeriggio dello stesso giorno, venne da questi trovato in uno "stato depresso"(1443).
Due difensori, gli avvocati Levi e Costa, rilasciano alla stampa le seguenti dichiarazioni:

Ci siamo recati ancor oggi a San Vittore dove abbiamo visitato i tre detenuti Malatesta, Borghi e Quaglino.
Purtroppo abbiamo dovuto constatare che essi sono irremovibili nella presa decisione. Lo sciopero della fame  da loro attuato nel modo pi rigoroso: rifiutano anche di bere acqua e dichiarano che non tollereranno l'introduzione del cibo con la sonda. La loro vista ci ha assai addolorati; soprattutto Malatesta, che  settantenne, ci  parso molto indebolito e temiamo non possa resistere a lungo(1444).

Il sindaco di Milano che, medico egli stesso, ha visitato i detenuti insieme al collega Paolo Pini, dichiarer all'Avanti!'.

Sono stato nella cella di Malatesta per circa 40 minuti a discorrere con lui e con Quaglino e Borghi che erano riuniti nella stessa cella. Ho trovato Malatesta molto stanco, un po' freddo, col polso un po' debole, ma non ancora in pericolo. Egli ha la mente lucida, si esprime chiaramente e mi ha dichiarato che non intende deflettere dalla decisione presa fin da quando, il 28 febbraio scorso, scrisse all'on. Dello Sbarba, sottosegretario alla giustizia. Egli considera il suo arresto come un vero e proprio sequestro di persona(1445).

Uscendo dal carcere Filippetti lascia intendere a un amico che la libert provvisoria sar forse concessa al solo Quaglino, perch incensurato. L'amico ha amici anarchici e ad essi confida l'indiscrezione. Pi tardi il sindaco passa dalla procura e chiede a un funzionario se vi siano novit. Riceve una risposta evasiva e dilatoria. Mentre la magistratura temporeggia, protesta Umanit Nova, "gli eroici protestatari possono agonizzare a loro beneplacito"(1446), "Li lasceremo morire in carcere?" si chiede il quotidiano anarchico. E tornando a reclamare la libert provvisoria per tutti indirizza al prefetto e al questore la seguente lettera aperta:

Egregi signori,
parliamoci chiaro. Quello che sta accadendo da ieri ad oggi, qui a Milano, e specialmente intorno a noi, intomo ad Umanit Nova, rivela da parte vostra la decisa volont di compiere pi di una spedizione punitiva preparandola con troppo inabili provocazioni.
Sarebbe perci bene che ritiraste le squadre di... difensori da voi mandate a montare la guardia presso i nostri uffici.
Nonostante tutte le vostre buone speranze, ad attaccar noi i fascisti ancora non sono venuti e forse non verranno.
Ma se venissero  affare che riguarda "noi e loro", e non i difensori che ci avete mandati e che gi hanno espresso il (...) lodevole desiderio di essere i primi ad assaltare ed incendiare la nostra redazione.
Comprendiamo che l'agitazione che si va intensificando, nonostante tutti gli arresti e tutto il funzionar delle pompe, perch il governo si decida a stabilire il giorno in cui Malatesta e compagni dovranno essere - finalmente! - processati, vi tiene preoccupati consigliandovi male, molto male.
Non illudetevi per sui possibili risultati della distruzione di Umanit Nova... Essa ha la pelle dura. E, se morr, risorger subito. Senza contare che la sua situazione concorrer efficacemente alla... restaurazione della pace sociale(1447).

Quella sera Lusignoli trasmette a Giolitti il suo bilancio: Giornata di oggi in complesso tranquilla. Negli stabilimenti s  lavorato regolarmente, tranne in quelli di Franco Tosi, nei quali gli operai abbandonarono il lavoro stamane, e in quelli di Miani & Silvestri, nel pomeriggio, per proteste contro i fatti di ieri. I fascisti, si assicura, sono sempre animati da propositi di rappresaglie. I socialisti, che mostransi intimiditi, propendono alla calma e se fascisti si manterranno tranquilli sar evitata ogni ulteriore spiacevole conseguenza(1448).

Ancora una volta il prefetto ha parlato troppo presto. Tranquilla fino a quel momento - lo ammette a malincuore anche Umanit Nova(1449) - la giornata sta per avviarsi verso una tragica conclusione. Quella sera, nonostante l'asserita vigilanza della forza pubblica, nessuno impedir ai fascisti di mantenere i loro "propositi". Ecco il rapporto trasmesso nella notte:

Stasera ore 22 un gruppo di fascisti penetrava nel circolo socialista rionale di Foro Buonaparte e senz'altro esplodeva molti colpi di rivoltella contro i presenti ritirandosi poscia ed asportando bandiera rossa. Rimase ucciso l'operaio Inversetti Pietro [recte: Giuseppe]. Il figlio di costui, che era andato ad aprire la porta quando fascisti, entrarono, fu da questi colpito con una bastonata. Appena avuta notizia ho disposto arresto sospetti, ho fatto perquisire sede comitato fascio di combattimento ove bandiera rossa, asportata dal circolo, era stata portata. (...) Sono state prese tutte le pi rigorose misure per tutela ordine pubblico ma situazione, in seguito a questo grave delitto,  notevolmente peggiorata e desta varie preoccupazioni(1450).

La gravit del fatto sta soprattutto nel modo in cui sono andate le cose. Per la prima volta siamo d fronte, a Milano, a una vera e propria spedizione punitiva, freddamente preparata e condotta a termine. L'assassinio commesso dai fascisti scuote anche una parte della stampa borghese, mostratasi fino ad allora assai tollerante verso di loro. Persino L'Italia, l'organo clericale, ha parole di protesta e di deplorazione per la "violenza fascista" alla quale si deve l'episodio, "di una brutalit che non trova giustificazioni"(1451).
Questa virtuosa e tardiva indignazione non commuove anarchici e comunisti. Commentano i secondi sull'Ordine Nuovo:

Noi crediamo (...) che sarebbe bene che gli operai capissero che a questi metodi di lotta dei fascisti non si risponde in modo adeguato con le proteste legali, con gli scioperi e cos via, ma soltanto con l'accettare la lotta sul terreno dell'illegalit, con la convinzione che gli operai, purch sappiano organizzare in questo campo la loro protesta, sono sempre i pi forti(1452).

Quanto agli anarchici, non fanno piagnistei:

Osiamo soltanto dire che in giorni non troppo lontani, in una numerosa riunione di interessati, venne deliberato che al primo delitto fascista che avesse funestato la nostra citt si sarebbe risposto pagando la borghesia con uguale moneta. (...) I delitti vennero, domenica e ieri, ma la rappresaglia non viene ancora(1453).

Quella sera un treno arrivato da Mantova scaric i suoi passeggeri su una banchina della stazione di Milano. Due di essi si incamminarono insieme. Uno era moro, basso, mingherlino; l'altro biondo, robusto, di media statura. Entrambi vestivano di nero e avevano le tasche imbottite di esplosivi(1454).
Da quando era tornato a Mantova, al principio dell'anno, Mariani aveva ripreso i contatti con i vecchi compagni. Prima, con i soldi di un anarchico valdostano, aveva fondato un circolo di studi sociali(1455). Poi, con gli amici Messora e Zaccaria, si era messo a cercare armi ed esplosivi per quel tanto atteso "movimento insurrezionale" che ormai non poteva pi tardare. Zaccaria, il cassiere del gruppo, forniva i mezzi necessari per i viaggi. Messora andava a prendere il materiale segnalato da Mariani e lo occultava in luogo sicuro(1456).
Il fermento suscitato dalla lunga detenzione di Malatesta si era esteso agli anarchici di Mantova. Anche in un teatro di quella citt uno spettatore aveva protestato con un lancio di manifestini. "Manifestini" ricorda Mariani "che io stesso avevo portato da Milano qualche giorno prima."(1457)
Ai primi di marzo arriv una lettera. Era di Elena Melli ed Ettore Aguggini, che volevano Mariani a Milano. Per quale motivo? Mariani non lo spiega. Dice solo che declin l'invito temendo, se si fosse allontanato, di perdere il posto nelle ferrovie che aveva appena riavuto e che gli premeva conservare. Altre lettere seguirono alla prima. Nessuno ha mai avuto la possibilit di leggerle, ma  pensabile che il loro contenuto non fosse troppo diverso da quello delle lettere che la Melli gli aveva scritto prima dell'attentato al Cova. Lasciatosi finalmente convincere, Mariani chiese al proprio capufficio un permesso di cinque giorni a partire dal 21 marzo(1458).

Nella mattinata del 21 dunque andai dallo Z. [Zaccaria] e lo informai della necessit di partire subito per Milano e di condurmi con la sua macchina fuori Mantova, non volendo partire dalla stazione dove lavoravo, essendovi troppo conosciuto. Egli acconsent senza la minima obiezione. Gasi che tra mezzogiorno e l'una, in compagnia anche di Boldrini, partivamo a tutta velocit finch, dopo circa un'ora, giunti alla stazione di Marcaria, ci fermammo, decisi a proseguire il viaggio in treno. Vi era anche Messora, ma egli fece ritorno a Mantova coll'autista. Portavamo con noi quanto materiale esplosivo avevamo potuto nasconderci addosso senza destare sospetti e sufficiente per fabbricare una bomba(1459).

Arrivati a Milano, i due anarchici cercarono gli amici. Lo stesso giorno, per, vedendo che Mariani non si decideva a partire, la Melli ed Aguggini erano andati a Mantova per convincerlo a seguirli. Quella sera, a Milano, Mariani e Boldrini chiesero notizie dei compagni detenuti a San Vittore - forse a Francesco Veneri, del comitato pro vittime politiche, col quale si incontrarono ma al quale non fecero parola dei loro progetti - e furono tranquillizzati: perch "sembrava certo che sarebbero stati liberati l'indomani". "Cos che in luogo di pensare a confezionare subito la bomba" ricorda Mariani "depositammo gli esplosivi in luogo sicuro colla sincera speranza di non doverne fare uso". I due amici si lasciarono con l'intesa di rivedersi la mattina seguente alla stazione, dove avevano deciso di attendere il ritorno della Melli e di Aguggini(1460).
Mariani and dalla sua compagna, una giovane operaia di nome Virginia Carelli alla quale era sentimentalmente legato da pi di un anno. Virginia non aveva la sua stessa fede politica. "Come mi vide" ricorda l'anarchico "cap subito che quel viaggio non era normale; ma si limit a chiedermi se anche Boldrini era tornato, sapendo della nostra intimit." I due giovani parlarono di Malatesta e della possibilit che le organizzazioni sindacali proclamassero uno sciopero generale di protesta. I meglio informati, fece notare la ragazza al suo compagno, sostenevano che forse non ce ne sarebbe stato bisogno.

Non mi disse nulla vedendomi porre la rivoltella al solito posto in cui la mettevo quando abitavo con lei. N mi disse nulla la mattina dopo quando, prima di uscire, me la vide riprendere. Come mi disse pi tardi durante il primo colloquio concessoci, essa aveva il presentimento, ma non voleva manifestarlo, che gli anarchici si preparavano a fare qualche cosa di molto grave se Malatesta non fosse stato liberato e che io, come sempre, sarei stato fra quelli che pi avrebbero fatto(1461).

Quella notte una fortissima esplosione fece tremare la citt. Per molto tempo non fu possibile accertare che cosa era successo e lo scoppio rimase senza spiegazione. Il Corriere della Sera lo segnalava nella sua cronaca del giorno dopo. "E siccome anche noi, questa notte, avvertimmo il rumore dell'esplosione" scrisse Umanit Nova "ci siamo subito domandato se poteva essere la voce di qualche proletario indisciplinato..." Con una frase abbastanza scoperta il quotidiano anarchico concludeva: "Malatesta muore... Ci pensi chi deve, perch non sempre le esplosioni sono misteriose"(1462).
In effetti l'esplosione, prodotta da una carica di gelatina che aveva tranciato alla base due dei quattro sostegni di un traliccio di una linea elettrica fuori citt, non era poi cos misteriosa. Ricorda Perelli:

Malatesta era stato abbandonato alla sua sorte e per lui la situazione diventava difficile. Cercammo di premere sui socialisti. Niente da fare. Allora provammo con qualche azione dimostrativa. Pietropaolo, Parrini e io andammo una sera a incendiare la Fiera campionaria, che era stata allestita in un gruppo di baracche di legno sui bastioni di Porta Venezia. Verso Porta Nuova c'era il posto giusto, vi buttammo della benzina e demmo fuoco. And tutto liscio, ma non avevamo pensato che tra un capannone e l'altro c'era un muro, proprio per isolarli in caso d'incendio. Ricordo un cocchiere che prima stette l a guardare cosa facevamo e poi se ne and. Si credeva di aver dato fuoco alla Fiera, che andava tutta in cenere. Invece no, non successe niente. Poi Boldrini, con Aguggini, fece saltare un pilone dell'energia elettrica. Me lo disse lo stesso Aguggini, di questa faccenda del pilone, che poi non cadde, mi pare, non so perch...(1463)

Una storia interessante, dove tutto quadrerebbe se quella notte Aguggini fosse stato a Milano e non, come scrive Mariani, a Mantova con la Melli.


"ANCHE BENITO  CON NOI"

Il 22 marzo - marted - Malatesta, Borghi e Quaglino ricevono una visita inattesa.  il segretario della Federazione marinara.
Con crescente impazienza Giulietti ha visto la classe operaia e i partiti e gli organismi sindacali che la rappresentano restare inerti davanti allo sciopero della fame del suo amico Malatesta. Sa che "da un momento all'altro il vecchio pu morire". Ma

nessuno si muove. La Confederazione del lavoro (...) tace. Il proletariato italiano, tutte le sue istituzioni, sembrano assenti di fronte alla lenta graduale agonia del vecchio idealista, che tanto ha sofferto per tener fede al suo principio politico(1464).

Quella notte, per aiutare Malatesta, Giulietti ha impulsivamente proclamato lo sciopero dei marittimi aderenti alla sua federazione. Poi si  precipitato a Milano. Qui la prima persona che avvicina  il direttore del Popolo d'Italia. "Mussolini trova giusto che l'autorit faccia sapere il reato per cui trattiene in carcere Malatesta e, se reato non c', lo scarceri; non esita un istante, e scrive in tal senso un articolo." Subito dopo il "comandante" corre all'Avanti! per chiedere la stessa cosa. "Al giornale socialista" ricorder poi "non trovo che qualche redattore, che non sa che pesci pigliare. Scrivo un articolo sull'intonazione di quello di Mussolini e ottengo che passi come se fatto dal giornale."(1465)
Con una stecca di cioccolata in saccoccia, sbandierando la tessera di deputato e facendosi accompagnare da due avvocati, Giulietti visita Malatesta che ormai, riferisce l'Avanti!, "non si muove pi dal letticciuolo della sua cella n. 40"(1466):

Lo trovo (...) coricato; la voce  debole, ma la stretta che mi d alla mano  ancora forte. Lo metto al corrente del lavoro compiuto, della manifestazione che faranno i naviganti a rincalzo delle pubblicazioni dei due giornali; gli dico che spero di riuscire e gli consegno la cioccolata incuorandolo a rinforzarsi. Mi ringrazia(1467).

Ricorda Armando Borghi:

Venne introdotto nella mia cella dal capoguardia. Mi trovavo a letto. Da lui seppi qualcosa di quel che si agitava a nostro favore. Nel lasciarmi si chin come per abbracciarmi e riusc a sussurrarmi all'orecchio in romagnolo (...): "Tenete duro: anche Benito  con noi". Ancora una volta Benito tra i piedi! Che cosa ci covava sotto?(1468)

Quel pomeriggio, sotto il titolo "Compagni! Malatesta muore!", Umanit Nova scrive:

I grandi organismi proletari, non appena Malatesta sar morto, proclameranno lo sciopero generale, nazionale. E manderanno fiori ed oratori a commemorarlo.
Ma siccome Malatesta non  ancor morto noi preghiamo i coccodrilli, e per l'ultima volta, di lasciar libero il proletariato italiano, quella parte del proletariato italiano che tenta ancora di salvarlo; di non accoltellare gl'indisciplinati alle reni(1469).

Contro quello che considera un allarmismo ingiustificato Lusignoli si affretta a fornire chiarimenti.

Notizie telegrafate Roma, secondo cui Malatesta sarebbe moribondo, sono false. Ho subito disposto che telegrammi relativi Malatesta siano sottoposti mio nulla osta. Sue condizioni sono discrete. Oggi fu visitato da deputato Giulietti che gli fece credere aver provocato sciopero Genova in suo favore. Lo ha anche consigliato a persistere nel digiuno per ottenere liberazione immediata, mentre Malatesta stesso pareva disposto recedere, qualora entro pochi giorni fosse stato fissato suo processo. Ho detto direttore carcerario che faccia comprendere Malatesta che sciopero Genova ha ben altre cause e finalit. Ma non credo di dover intervenire pi a fondo, a meno che V. E. non mi ordini il contrario, lasciando all'autorit giudiziaria di prendere i provvedimenti del caso; e ci anche ad evitare, accuse di persecuzioni politiche qualora si dovesse ricorrere nutrizione con mezzi coercitivi o invio manicomio(1470).

Il 22 marzo Umanit Nova informa che i trentadue giovani comunisti e i cinque sindacalisti arrestati due giorni prima e trattenuti nelle camere di sicurezza di San Fedele hanno iniziato lo sciopero della fame in segno di protesta per il provvedimento applicato nei loro riguardi e da essi giudicato arbitrario(1471). Portata a conoscenza della commissione esecutiva della Federazione giovanile comunista durante la seduta di quel mattino - nel corso della quale si era deplorato che in citt i giovani studenti comunisti, col "pretesto della lotta antifascista", si fossero fatti promotori di gruppi studenteschi "sovversivi" formati anche da anarchici, socialdemocratici e repubblicani, intimando loro di uscirne immediatamente - la notizia suscita una vivace discussione. Qualcuno propone immediate rappresaglie in tutta Italia. L'Ordine Nuovo scriver che "la massa dei giovani  eccitatissima". Si finisce con l'approvare un o.d.g. che invita alla disciplina, rimandando l'illegalismo rivoluzionario a quando la borghesia avr cominciato a usare metodi illegali contro la giovent e il partito comunista, e che chiede il rilascio dei compagni o una sollecita istruzione del processo. "Se la polizia vorr ripetere l'infamia compiuta contro Errico Malatesta" conclude l'o.d.g, "dovr fare i conti con cinquantamila giovani comunisti."(1472)
"In realt i suddetti 37 arrestati hanno rifiutato il pane," smentir il giorno dopo Lusignoli "ma ieri tutti lo reclamarono a gran voce e lo consumarono regolarmente ed hanno mangiato dopo come il consueto."(1473)
Il rapporto del prefetto sulla giornata del 22 marzo  tranquillizzante.

Nonostante scioperi verificatisi in alcuni stabilimenti, ordine pubblico si  oggi mantenuto normale. Vennero fatti numerosi arresti per misure preventive fra sovversivi, fascisti e arditi. Sono continuate anche perquisizioni domiciliari presso elementi sospetti dei vari partiti. Forti pattuglioni disposti per la citt hanno contribuito a mantenere sereno l'ambiente. Indagini che ho pregato questore di dirigere personalmente per scoprire e arrestare responsabile omicidio Inversetti Giuseppe sono state proseguite durante tutta la notte scorsa e durante la intiera giornata di oggi col massimo zelo. Si sono alla fine identificati tre dei componenti il gruppo che invase il circolo socialista, ove fu commesso il delitto, e due ne furono arrestati. Il terzo  attivamente ricercato. Il gruppo dei colpevoli era composto di ex-arditi e fascisti. La sede degli arditi venne perquisita e chiusa. Vennero ivi trovate dieci persone su cui si sta investigando. Altri cinquanta fascisti furono perquisiti nei pressi giornale Italia ove eransi riuniti. Indagini continuano con lena infaticata. Per il conflitto e gli omicidi di Greco e per la bomba fatta esplodere contro il circolo fascista di Turro sono stati arrestati e denunciati in carcere all'autorit giudiziaria 28 individui. Oggi, accompagnata da Mussolini, ho ricevuto una commissione di fascisti e arditi, che hanno rilevato mio soverchio rigore contro di essi. Ho risposto che assassinii erano ugualmente obbrobriosi se commessi da anarchici, comunisti e fascisti; quindi le misure contro gli uni e contro gli altri debbono essere identiche. Ho cercato poi di persuaderli a una comune tregua. Non escludo di poter avere un prossimo colloquio con Mussolini. Mi varr anche dell'opera dei deputati Turati e Treves appena di ritorno a Milano(1474).

Tra le case perquisite dalla polizia ci sono quelle degli anarchici Emilio Spinaci e Francesco Ghezzi, dove non si trova nulla di compromettente(1475).
Quella sera, alla Camera del lavoro, si tenne il Consiglio generale delle leghe.

Gli operai accorsero in gran numero (...) perch si sapeva che gli anarchici e i sindacalisti avevano fatto tra i delegati una vivace propaganda per ottenere che si trattasse non solo la questione del modo di rispondere alle violenze dei fascisti, ma anche quella di protestare per l'arbitraria detenzione di Malatesta, Borghi e Quaglino(1476).

Molti avevano risposto all'invito di Umanit Nova, che diceva:

Tutti voi, organizzati e non organizzati, dovrete recarvi (...) alla (...) camera del lavoro onde far pressione sugli organizzatori perch decidano un'immediata azione che salvi la dignit della classe lavoratrice milanese.
Lavoratori!
Se i vostri esponenti hanno paura delle responsabilit, licenziateli assumendovi direttamente l'iniziativa per la legittima protesta operaia(1477).

Tra gli anarchici affluiti alla camera del lavoro ci sono Perelli e Parrini. Il primo, che la mattina  andato alla Breda per tastare il polso agli operai e ha sentito proporre lo sciopero generale a oltranza fino alla liberazione di Malatesta,(1478) vi arriva verso le 20,30 e si trattiene fino alla fine. Lo vede un amico, Pietro Mella, che parla un po' con lui delle possibili decisioni del consiglio sul "caso Malatesta"(1479) e che al processo per la strage del Diana testimonier in suo favore dicendo che Perelli, per le sue idee "all'acqua di rose", era chiamato per burla dai compagni l'"anarchico-legalitario"(1480). Parrini, dopo aver conversato con l'on. Agostini, che lo conosce da prima della sua conversione all'anarchismo e ha per lui sentimenti di amicizia ("... fu sempre un buon ragazzo, non ebbe mai idee di violenza e fu sempre un anarchico moderato")(1481), interviene nella discussione, anche se non a nome dei compagni dato il carattere sindacale dell'adunanza(1482). Lui e Perelli, dir Giovanni Bensi al processo, "furono i primi a calmare gli animi dei pi accesi e a disapprovare i propositi di violenza".(1483) Scrisse Lusignoli l'indomani:

Ieri sera ha avuto luogo alla camera del lavoro la riunione del Consiglio generale delle leghe, con intervento di circa 400 persone. Dopo lunga, movimentata, tumultuosa discussione  stato votato ordine del giorno della commissione esecutiva col quale si protesta contro gli atti commessi dai fascisti in questi giorni et nello stesso tempo deliberasi che, qualora si dovessero ripetere per. l'avvenire, saranno rintuzzati subito da parte dei socialisti, senza bisogno di ulteriori riunioni et deliberazioni.  stato poi approvato altro ordine del giorno, presentato dai comunisti, per un'ora di sciopero bianco in tutti gli stabilimenti dalle (...) 10 alle 11 di oggi per protesta a favore delle vittime politiche et Malatesta. In seguito a ci la maggioranza della commissione esecutiva, che era contraria, rassegnava le dimissioni. Anche il noto Bensi ha presentato le dimissioni da segretario generale della camera del lavoro(1484).

La mattina del 22 marzo Giuseppe Mariani and alla stazione ferroviaria, dove insieme a Boldrini attese il ritorno da Mantova di Elena Melli ed Ettore Aguggini. Questi arrivarono, come lui il giorno prima, in treno da Marcaria, dove Zaccaria li aveva portati con la macchina. Li accompagnava Messora, che diede ai compagni un altro carico di esplosivi e torn subito indietro.
"Nel pomeriggio" racconta Mariani "andammo a informarci della situazione proprio alla sede di Umanit Nova, con poco criterio se si vuole, ma spinti dall'opinione generale che Malatesta sarebbe stato liberato da un momento all'altro e quindi non fossero necessarie troppe precauzioni. Fu proprio in quella redazione che incontrammo Parrini, Pietropaolo e Perelli (...)."(1485) Lo stesso giorno, con Ferruccio Veneri, l'anarchico mantovano and a chiedere notizie di Malatesta all'avv. Costa(1486).
Non si capisce come faccia Mariani a sostenere che. il 22 marzo l'"opinione generale" era "che Malatesta sarebbe stato liberato da un momento all'altro". Ammesso comunque che questa opinione vi fosse, essa non dovette distogliere i terroristi dai loro piani se lo stesso Mariani scrive poi che la notte dal 22 al 23 marzo fu passata dai membri del "gruppetto" in aspre discussioni sulla scelta dell'obiettivo: "discussioni cos aspre che poco manc non ci lasciassimo per non rivederci mai pi"(1487). Si voleva colpire il questore. Ma dove? In ufficio o a casa sua? Sostiene Mariani:

Io (...) ero per la questura e proposi due piani: il primo consisteva nel mettere tutti gli esplosivi in un cestone coperto di paglia e di alcune bottiglie vuote; noleggiare un carretto a mano e andare con tale carico nel vicolo che separa la questura dall'Hotel Venezia, come diretti in questo hotel, fermarci sotto la finestra dell'ufficio del questore, dar fuoco alla miccia e allontanarci. Il secondo nel portare direttamente la valigia, trasformata in bomba, dentro la questura, il pi possibile vicino all'ufficio del questore; essa avrebbe dovuto avere due metodi di accensione: uno a orologeria e uno con un apparecchio, l'estremit del quale doveva uscire dalla valigia in forma di anello, presso le maniglie, nel quale il portatore poteva infilare comodamente un dito. Cos che, se fosse stato scoperto, bastava muovesse il dito verso l'alto perch gli acidi, versandosi sulla miscela infiammabile, facessero scoppiare la bomba.

Nel secondo piano la morte del terrorista era quasi certa. "Ma appunto per questo" aggiunge Mariani "avevo scelto di essere io stesso."(1488)
Secondo lui, furono la Melli e Aguggini a contrastare questi piani e a insistere perch la bomba fosse fatta scoppiare nell'abitazione del questore. Ma dov'era quest'abitazione? La Melli e Aguggini sostenevano che il questore abitava in un appartamento "sopra l'entrata dell'Hotel Diana":

e poich entrare in questo appartamento era assolutamente impossibile, assicuravano che facendo scoppiare la bomba davanti a una saracinesca dell'hotel, lo spostamento dell'aria dell'immenso salone avrebbe immancabilmente provocato la caduta del soffitto. La Melli si diceva sicura che col questore sarebbero stati colpiti importanti personaggi che spesso di sera si recavano da lui(1489).

Il punto debole di questo piano era che il questore non abitava affatto sopra il Diana. Come e da chi la Melli aveva avuto la falsa informazione? Difficile rispondere. Forse lo aveva sentito dire da qualcuno che ricordava come il questore, dopo il suo trasferimento a Milano, avesse effettivamente alloggiato per qualche tempo all'Hotel Diana. O forse, come venne insinuato poi, cos le era stato fatto credere da chi aveva interesse a deviare il piano terroristico verso l'obiettivo di un teatro pieno di innocenti spettatori. Quest'ultima possibilit - con le due implicazioni pi ovvie: che la donna fosse stata manovrata a sua insaputa; o addirittura che fosse d'accordo con la questura - gett sulla figura della Melli un'ombra che non si  mai pi dissolta. I sospetti sul suo conto trovarono facile esca nel fatto che, unica fra tutti gli anarchici che in quei giorni tumultuosi ebbero sentore dei piani del "gruppetto", e pur essendo tutt'altro che ignota alla polizia, la donna non fu mai n fermata, n interrogata e nemmeno sospettata (scrive Mariani) di aver avuto legami con i terroristi.
Difficile arrivare, su questo punto, a una conclusione. In alcune interviste concesse nei suoi ultimi anni di vita, oltre che nelle conversazioni con gli amici, tra i quali anche chi scrive, Mariani lasci intendere chiaramente di condividere tali sospetti. In gran parte, anzi, bisogna dire che a fomentarli era proprio lui. "Fu lei [Elena Melli] a darci il segnale convenuto per l'esplosione di quella sera" dichiarava a un giornalista pochi anni prima di morire. "Fu lei che collabor con noi alla preparazione dell'attentato. Ne conosceva i minimi particolari. Ebbene: questa donna non fu mai arrestata. Neppure disturbata, anzi. Perch? Ogni dubbio, mi sembra, diventa lecito."(1490) Ne derivano, infatti, alcune domande piuttosto inquietanti. E se quella donna fosse stata in contatto con un agente provocatore? Se avesse fatto, magari inconsciamente, il doppiogioco?
Ma come nel 1970, senza prove, Mariani faceva pesanti insinuazioni sul conto di Elena Melli, cos diciassette anni prima si era detto sicuro di conoscere il nome del "traditore". Solo che allora questo nome era un altro.

E per me quest'altro era Carlo Rastelli [sic], comproprietario col Pietropaolo e col Macchi dell'officina di via Casale nella quale si riunivano gli altri giovani anarchici che avrebbero dovuto "fare qualche cosa" se Malatesta non fosse stato liberato. Il solo fatto che lui, il pi anziano di tutti quelli che si riunivano nella suddetta officina e gi noto come anarchico pericoloso in Italia e all'estero, arrestato subito dopo l'attentato, sia stato rimesso in libert dopo qualche giorno, doveva far nascere il sospetto che, se anche non solo lui, ma, fra quelli che "cantavano", c'era anche lui. Lui a me e io a lui eravamo stati presentati con lettere dai compagni di Zurigo; gli era anche stato detto di Boldrini e Aguggini e della nostra attivit. Il sospetto su di lui mi venne fin dal primo interrogatorio fattomi in questura a Milano dallo stesso questore Gasti per alcune contestazioni fattemi sui miei rapporti con gli anarchici di Zurigo di cui solo Rastelli, fra gli arrestati, era a conoscenza(1491).

Senza voler scagionare Restelli, che forse contribu anche lui con qualche tesserina al mosaico ricostruito dal vicecommissario Rizzo, la verit  che i "canarini" furono molti, tra gli anarchici arrestati, e che uno di quelli che cantarono a gola spiegata, dopo aver tentato di stornare i sospetti dalla propria persona a quella di Boldrini, fu Mariani. Solo una cosa possiamo dire. Elena Melli era una donna ardente e impulsiva. A trent'anni, divisa dal marito, conduceva una vita randagia e irregolare. Dopo la morte di Errico Malatesta, avvenuta nel 1932, si sarebbe pateticamente fatta passare per la sua vedova. Dodici anni prima era solo una disoccupata, con una figlia da mantenere, alla quale il vecchio agitatore aveva offerto un tetto in cambio, forse, di qualche camicia stirata.
Nel 1920 Mariani e Aguggini erano due ragazzi. Anche per questo, forse, piacquero alla Melli, che aveva un debole per gli uomini pi giovani di lei. Nelle relazioni che ebbe con loro - con Mariani prima dell'attentato al Cova, con Aguggini prima dell'attentato al Diana - a "portare i calzoni" fu la donna. Tutto lascia credere che Aguggini fosse un trastullo nelle sue mani. E forse anche Mariani - pur avendo una nuova compagna - si sentiva ancora dominato dalla sua forte personalit. Non  dunque azzardato pensare, in conclusione, che quella sera fosse proprio lei a battersi - come ha scritto Mariani - perch la bomba venisse messa al Diana, fino ad averla vinta su quelli che non erano d'accordo. "E finii col lasciarmi convincere" conclude Mariani "anche perch Boldrini si schier dalla loro parte."(1492)
La sera del 22 marzo un gruppo di anarchici si radunarono in un'officina alla periferia di Milano per fare il punto della situazione. Fu la prima delle due riunioni consecutive durante le quali sarebbe stato ordito il "complotto". Essa non ebbe nulla di segreto, contrariamente a quanto si afferm al processo, perch vi presero parte anche persone che anarchiche non erano. Gli intervenuti furono pochi, non pi di una dozzina. Si parl dello sciopero dei lavoratori del mare e di quello che si sarebbe potuto fare per rinfocolare l'agitazione in favore di Malatesta. Si annunciarono dimostrazioni e - come avrebbe poi ammesso in istruttoria qualcuno dei presenti - furono mostrate delle bombe.
Antonio Pietropaolo, uno dei tre proprietari dell'officina, and alla riunione dopo aver consumato la cena nel ristorante economico di via Dante dove la sua ragazza, Teresa Codurri, faceva la cameriera. Per strada, forse a Porta Vittoria, incontr Ghezzi e Fedeli, con i quali raggiunse via Casale. Poco dopo arrivava altra gente: i due Tosi, Biagio e Francesco, con l'amico Guido Fabbro. Quest'ultimo se ne and presto, sicuramente prima delle otto, perch aveva certi sacchi da trasportare in un negozio vicino a casa sua.
Pi tardi arriv Silvio Biscaro. Era un meccanico dell'Isotta-Fraschini, licenziato dopo un infortunio, che in quell'officina aveva gi lavorato per un paio di settimane e che quella sera, dopo essere andato prima alla Marelli in cerca di lavoro poi ai giardini pubblici "a scherzare col sesso debole", pass da via Casale per vedere se c'erano novit. Nell'officina parl con Pietropaolo e vide "quattro o cinque signori", uno dei quali a un certo punto tolse una bomba a mano dalla tasca e la depose sopra una cassa(1493).
L'ultimo ad arrivare fu Federico Ustori. Era un tipografo di Umanit Nova e aveva saputo della riunione quel pomeriggio al giornale da un gruppo di operai. Arriv in ritardo, mentre gli altri stavano uscendo dall'officina, seccati e delusi per essere cos pochi, dopo aver discusso di "questioni teoretiche" senza combinare nulla(1494).
L'unica decisione presa quella sera fu di trovarsi tutti ancora l la sera dopo. Ognuno, per, avrebbe dovuto fare del suo meglio per portare altri compagni. A tale scopo, e per dare alla riunione la massima pubblicit, si pens di scrivere un comunicato e di mandarlo subito, per mezzo di un compagno, alla redazione di Umanit Nova, perch fosse pubblicato il giorno dopo(1495).


"SIGNOR QUESTORE, NON FACCIAMO SCHERZI"

Alla mattina [del 23 marzo] Il Popolo d'Italia e l'Avanti! escono con due articoli favorevoli e gli equipaggi delle navi, nel porto di Genova, proclamano lo sciopero di solidariet. Il ghiaccio dell'indifferenza  rotto. Le altre organizzazioni sono costrette a seguire l'esempio dei marittimi. Giolitti  smentito in pieno; se non molla, va incontro a uno sciopero generale(1496).

Cos Giulietti nelle sue memorie. Quella sera Lusignoli telegrafer da Milano:
[Lo] sciopero bianco dalle 10 alle 11 si  oggi effettuato nei diversi stabilimenti senza incidenti.  stata tratta in arresto una squadra di operai scioperanti che cercava di far cessare il lavoro. Anche il personale tramviario in parte ha condotto alcune vetture in rimessa [e] in parte ha adottato ostruzionismo, ma il servizio  stato ripreso dopo, completamente tutelato dalla forza pubblica(1497).
Tra mezzogiorno e l'una un altro telegramma parte da Genova.  per Giolitti e dice: "Malatesta va incontro alla morte perch negaglisi giustizia. Lavoratori mare pregano V. E. fargli avere libert provvisoria"(1498). La firma  di Giulietti, che quel giorno sembra avere improvvisamente acquistato il dono dell'ubiquit. "Mi reco (...) alla procura del re" leggiamo ancora nelle sue memorie "e il procuratore generale mi dice che certamente Malatesta sar liberato prestissimo, "forse domani"."(1499) La versione di Raimondi  un po' diversa:

In quel frattempo [tra il 7 e il 18 marzo 1921, ma il procuratore non  molto forte nelle date] vennero da me due deputati romagnoli dell'estrema sinistra, dei quali non rammento i nomi. Trattandosi di rappresentanti della nazione, mi alzai e mossi loro incontro: ma mi si presentarono con aria cos spavalda (uno teneva in mano il frustino) che non li invitai a sedere; mi tenni in piedi innanzi a loro..
Mi dissero che bisognava scarcerare subito il Malatesta e compagni, altrimenti si sarebbero avuti gravi disordini. Risposi che il provvedimento non era di mia competenza. (...) Ogni decisione in merito spettava alla sezione d'accusa; un'agitazione di protesta in queste condizioni si presentava del tutto irragionevole e infondata. Del resto, il timore di inconsulti disordini non poteva avere alcuna influenza sull'animo dei magistrati. Li invitai a dare opera per evitare che disordini avvenissero, e ci nell'interesse degli stessi imputati. Queste mie parole, dette in tono fermo, ma con la massima calma, non valsero a farli smettere dal loro contegno altezzoso e quasi direi intimidatorio. Li accomiatai, precedendoli verso la porta, ed entrato nell'anticamera mostrai loro la lapide che ricordava l'assassinio del procuratore generale Gennaro Celli, commesso in quella stanza da un anarchico il 17 luglio 1895, e soggiunsi: "Vedono che nella parete rimpetto vi  posto per un'altra lapide commemorativa del procuratore generale Antonio Raimondi", e, lasciatili, rientrai nel mio gabinetto(1500).

Reduce dall'incontro col procuratore generale, Giulietti corre a Umanit Nova. Vuole "avvertire che la questione  di imminente e favorevole soluzione, che ogni incidente dev'essere evitato". Gli assicurano che non succeder nulla(1501).
C' un clima d'incertezza. La sezione d'accusa sta per pronunciarsi. "In qual senso?" scrive il quotidiano anarchico nell'editoriale di quel pomeriggio. "Circolano voci contraddittorie; voci che animano alle pi belle speranze e che ci piombano nella pi nera disperazione."(1502)
L'ottimistico annuncio di Giulietti si scontra con la paura che Malatesta sia in fin di vita e che la libert possa essergli concessa troppo tardi. E se la sua fibra fosse stata irrimediabilmente intaccata dal digiuno? Al colmo dell'orgasmo, infuriata dal continuo tergiversare delle autorit, Umanit Nova lancia il suo ultimo grido d'aiuto:

Malatesta s'avvia alla morte! (...) Lo diciamo col cuore stretto dall'angoscia, con l'animo pervaso dalla vergogna di non sapere, di non potere fare nulla - altro che appellarsi un'ultima volta alla solidariet di chi si richiama alle idee rivoluzionarie - per impedire, se ne sar tempo ancora, l'orribile catastrofe che getter col cordoglio l'ignominia su tutti noi. (...)
Compagni! Se vi scorre ancora una goccia di sangue ribelle nelle vene, se non  gi spento in voi ogni senso di dignit rivoluzionaria, se la parola solidariet ha ancora un significato per voi, noi vi domandiamo d'insorgere con noi perch l'infamia non venga consumata(1503).

Quali erano, in quel momento, le vere condizioni di salute dei tre digiunatoli? Risponde Quaglino:

La mattina del 23 marzo, quinto [recte: sesto] giorno di digiuno, il dottor Castelli - medico governativo di San Vittore - visitandomi mi trov l'aorta gi scoperta per l'avvenuto afflosciamento del ventre.
"Se lei non si lascia nutrire con la sonda, io non mi assumo la responsabilit di un eventuale disastro" mi disse il medico, accigliato.
I miei compagni di prigionia, Malatesta e Borghi, erano nelle stesse mie condizioni(1504).

Una nota di preoccupazione si coglie persino nel quotidiano rapporto del prefetto, dove per la prima volta si parla di un peggioramento:

Condizioni fisiche di Malatesta, Borghi e Quaglino non presentano complicazione, ma non sono stazionarie perch notevolmente la loro debolezza aumenta col prolungarsi della denutrizione. Oggi per la prima volta sono rimasti l'intera giornata a letto. Malatesta rifiuta assolutamente di lasciarsi trasportare in infermeria. Oggi a Malatesta non fu pi recato dall'esterno il cibo che gli veniva portato dai compagni e che egli aveva sin qui costantemente rifiutato. Si attende la sentenza della sezione d'accusa di cui comunicher le conclusioni appena mi saranno note(1505).

La sezione d'accusa si era infatti riunita proprio quel giorno per deliberare sulla sorte dei tre carcerati(1506), e l'ottimismo diffuso negli ambienti anarchici dalla visita di Giulietti a Umanit Nova e dall'articolo scritto da Mussolini in seguito alle sue pressioni - un ottimismo, come si sarebbe visto, del tutto ingiustificato. - aveva indotto molti dei loro compagni a ritenere che si trattasse dell'ultima formalit prima della scarcerazione. "Era in tutti la convinzione" confermava Nella Giacomelli poche settimane dopo "che il 24 marzo Malatesta e i suoi amici sarebbero usciti."(1507) Proprio in attesa di quel momento "un gruppo di libertari" si era riunito verso sera davanti a San Vittore per inscenarvi una dimostrazione, subito dispersa dalla forza pubblica che aveva operato anche qualche arresto(1508).
Non per questo era cessata l'accurata sorveglianza della polizia sui movimenti degli anarchici milanesi, una sorveglianza che proprio per la sua insistenza stava ormai trasformandosi in persecuzione e che non poteva non influire sui loro nervi gi abbastanza tesi. Alla perquisizione dei suoi uffici di via Goldoni, la terza in tre giorni, Umanit Nova reagiva con una lettera aperta.

Signor questore: in questi giorni, che per noi sono terribilmente angosciosi, non siamo in vena di far dell'ironia. E nemmeno siamo disposti a lasciarci intimidire da alcuno.
Ella persiste nel far invadere i nostri uffici dai suoi agenti... Ce li manda armati di tutto punto e in schiera numerosa, guidati da commissari e da vicecommissari. Vennero domenica a cercar armi, luned a cercar manifesti e ancora ieri sera a cercare le generalit delle persone che si trovavano nei nostri uffici. (...)
Se lei crede d'intimidirci, si sbaglia. Noi siamo ancora dei romantici e abbiamo nell'animo la certezza di compiere un dovere.
Ci siamo posti, di nostra spontanea volont, sopra una via che dovremo seguire fino alle conseguenze estreme, qualunque esse siano. E da questa via non devieremo, malgrado le intimidazioni e malgrado le troppe delusioni. Non abbiamo nulla da salvare, noi; non siamo segretari di nessuna lega, non abbiamo nessun lauto stipendio. Abbiamo solamente da strappare alla morte per fame tre compagni nostri rinchiusi in carcere ed abbiamo anche da salvare, in questo momento terribile, il valore ideale dell'anarchismo.
Lo sappiamo, signor questore. In questi giorni lei deve avere l'anima in pena. Il respiro affannoso dei tre digiunatori si ripercuote stranamente nel suo animo e lo conturba. Forse, chiss, qualche fantasma pauroso le disturba il sonno che in altri tempi fu placido...
Non perda tempo, dunque, e non lo faccia perdere agli altri. Noi seguiamo la nostra via e, se la battaglia sar per noi perduta, potremo anche deciderci a varcare, ammanettati a nostra volta, la soglia di San Vittore. Ma allora non sar stato per perdere tempo(1509).


UN PO' DI CHIASSO PER MALATESTA

Tra gli anarchici milanesi che pi si prodigarono in quei giorni per mobilitare il mondo del lavoro a favore di Malatesta c'era Mario Perelli. La mattina del 22 marzo, con un gruppo di compagni, Perelli aveva raggiunto il deposito di via Messina per convincere i tramvieri a scioperare. Non c'era stato niente da fare. Ligi agli ordini del loro sindacato, i tramvieri non ne avevano voluto sapere.

Anzi, di fronte alle insistenze di qualcuno dei compagni - eravamo una dozzina - spararono contro di noi. Spararono magari in alto, per intimidirci. Ma ci tocc di battere in ritirata.

Il giorno dopo, nell'officina di via Casale, avrebbe dovuto svolgersi la seconda riunione.

C'era un po' di materiale residuato dall'occupazione delle fabbriche, delle bombe che avevano fatto l con certi tubi di ferro grossi e scanalati. Decidemmo di tenervi ima riunione quella sera per preparare un'azione dimostrativa che avesse una certa risonanza, che non potesse passare, come le altre, sotto silenzio(1510).

Insomma, si voleva "far qualcosa".

Ma questo "qualcosa" non erano attentati. Erano dei fatti che dovevano richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul caso Malatesta. Nessuno si proponeva di commettere dei delitti. A nessuno era balenata l'idea di compiere dei veri e propri attentati dinamitardi, che potessero recar danno alle persone o alle cose(1511).

Cos Silvio Biscaro. E Perelli:

Io avverto tutti quelli che riesco a incontrare, e sono parecchi: "Stasera venite l che combiniamo qualcosa da fare". Senza dare nessuna indicazione, perch  l'assemblea che deve decidere.
E saranno state le dieci, dieci e mezzo del mattino quando nel primo cortile di Umanit Nova vedo Mariani. Si avvicina e mi chiede notizie. Eh, dico, non sono mica tanto buone. Mah, fa lui, io vengo da Mantova. Ho portato con me un po' di roba: duecento tubetti di gelatina. Bene, dico, allora vieni stasera alla riunione che facciamo in via Casale. E lui dice di s(1512).

Quel giorno c' un gran fermento nei due cortili di via Goldoni 3. Qualcuno ha fatto girare la voce che si sta preparando una manifestazione per il pomeriggio davanti al palazzo di giustizia(1513). Perelli la raccoglie e forse contribuisce alla sua diffusione. Un impiegato amministrativo del giornale lo vede discutere animatamente con Pietropaolo e Silvio Biscaro.  Sante Creatini, un amico di Aguggini che sta a Dergano, come lui(1514). In istruttoria dir di averli sentiti parlare di Malatesta, di agitazioni e di scioperi. Si voleva fare, preciser, "una dimostrazione alle carceri con esplosione di bombe". Durante il dibattimento si rimanger queste parole, ammettendo solo di ricordare degli accenni a una "manifestazione vaga"(1515).
Di l a poco Perelli lascia il cortile e se ne va.

Avevo altri compagni da avvertire. Ma alla sera, quando ci troviamo in via Casale, Mariani non c'. Strano, penso. Con tutta quella roba non  venuto qui.
Non c'era molta gente alla riunione. Una ventina di persone al massimo. C'erano tutti quelli che furono coinvolti nel processo: Fabbro, Persivale, Francesco e Biagio Tosi, Astolfi, Giuseppe Biscaro, Pietropaolo, Macchi, Ustori, Marcucci(1516).

Guido Fabbro  triestino. Ha diciotto anni e fa il pasticcere in un biscottificio. Quel giorno  andato regolarmente al lavoro. Verso sera faceva quattro passi con gli amici - Persivale e i fratelli Tosi - quando ha incontrato Astolfi che andava in via Casale. Incuriositi, lo hanno seguito tutti e tre. In istruttoria Fabbro dir di aver parlato con Ghezzi, di aver sentito proporre delle dimostrazioni e infine di aver visto delle bombe(1517).

Alla riunione di quella sera io non ero presente. Per c'era andato mio fratello, che poi me ne parl. E so che alcuni decisero di fare e atto rumoroso, cio di buttare qualche bombetta di quelle che si chiamavano "castagnole" in vari punti della citt(1518).

Cos Silvio Biscaro, che aveva vent'anni e faceva il meccanico. Nato a Treviso, venuto a Milano con la famiglia intomo al 1905, nel 1915 era stato interventista. Tre anni dopo, convintosi che la guerra era stata un buon affare solo per i fabbricanti d'armi, aderiva alla giovent socialista. Frequentando l'Unione sindacale, vi incontrava Perelli, Pietropaolo e altri anarchici(1519). Nel 1919 veniva segnalato per misure di P.S. e l'anno dopo arrestato per aver assistito a un comizio vietato dalla questura. Interrogato, dichiarava di "professare da vari anni idee anarchiche ma di aborrire la violenza"(1520).
Silvio Biscaro, che  senza lavoro, ha bighellonato per tutta la giornata. La mattina  stato a Umanit Nova, a discutere con i compagni raccolti nel cortile. Non ha visto Mariani. Del suo arrivo a Milano ha saputo da Creatini, del quale oggi dice: " stato lui a farmi condannare, dicendo a Rizzo che io sapevo che Mariani era venuto con le bombe"(1521). Verso sera  stato visto in via Bixio, dove abita, dal portiere del suo caseggiato. Pi tardi, tra le 20,30 e le 21, una vicina lo ha scorto in casa sua e lo ha sentito dire alla madre: "Mamma, io vado a letto"(1522). "La sera del 23 marzo non mi sono mosso di casa" ribadisce(1523). Al processo, intimorito, negher di essere anarchico(1524).
Altrettanto far Giuseppe, suo fratello, dopo avere per ammesso di essersi recato alla riunione e di aver sentito dire da Francesco Tosi che Astolfi voleva fare "un po' di chiasso" per Malatesta. Giuseppe Biscaro ha appena diciassette anni. Nel 1920  stato arrestato per presunta complicit nell'attentato all'Hotel Cavour e rilasciato per insufficienza di prove(1525). "Qualche idea di simpatia per il socialismo ce l'ho, ma me ne occupavo come mi occupavo di sport, di boxe e di ciclismo" dir in tribunale, facendo ridere il pubblico(1526). Giuseppe Biscaro sostiene di non essere andato a Umanit Nova e di non aver mai voluto immischiarsi in attentati, non solo per paura ma anche perch queste cose sono contro i suoi principi. Si  limitato - dice - ad accompagnare Astolfi al Parco, lasciandovelo con una bomba. Era appena salito sul tram, per tornare a casa, quando ha sentito il botto dell'esplosione(1527).

Non ancora diciassettenne, Cesare Persivale  il pi giovane di tutti. Figlio di un fornaio, garzone nel negozio di suo padre, frequenta l'oratorio e la scuola serale di arti e mestieri. Quella sera va con gli altri in via Casale. Assiste alla riunione senza intervenire. In istruttoria dir di aver sentito proporre da due dei presenti - Ghezzi tra questi - la formazione di squadre di attivisti da mandare la mattina dopo in giro per le fabbriche e per le rimesse tramviarie. Aggiunger, prima di ritrattare, di aver sentito parlare di bombe, che per dovevano essere fatte esplodere in luoghi deserti. Queste bombe - dir infine - le aveva Ghezzi, che diede anche istruzioni ai presenti sul modo di accendere la miccia. Oltre a Ghezzi, nell'officina, Persivale dichiarer di aver riconosciuto Pietropaolo e, sbagliandosi, Parrini. Al processo negher di essere anarchico. Per era iscritto all'Usi, come Silvio Biscaro, e durante l'occupazione delle fabbriche aveva fatto la "guardia rossa" in uno stabilimento di via Vallazze(1528).

Biagio e Francesco Tosi sono nati in provincia di Novara e vivono a Milano da una dozzina d'anni, il primo ha diciannove anni e fa il fattorino. Interrogato dal giudice, ammetter di essere un simpatizzante dell'anarchia e di aver partecipato alle riunioni nell'officina, pur dicendosi estraneo a tutto il resto(1529).
Il secondo ha ventiquattro anni e fa l'elettricista. Nel 1915  stato denunciato, con Bruno Filippi, per presunta complicit in un omicidio(1530). Debole di corpo e di cervello, tisico e alcolizzato, quella sera verso le 18  stato visto all'Ortica, dove ha un'edicola, in grave stato di ubriachezza. Dir Astolfi al processo: "La sera del 23 marzo era talmente preso dal vino che, appunto per questo, non gli feci nemmeno la proposta di associarmelo nel lancio della bomba."(1531) In tribunale Francesco Tosi affermer di essere stato la principale vittima di Rizzo e chieder perdono ai compagni per aver rivolto a Ghezzi la falsa accusa di essere l'autore della strage del Diana(1532).

Quella sera, nell'officina di via Casale, la riunione  di breve durata. In tutti  la convinzione che le parole non servano pi a nulla e che sia venuto il momento di passare ai fatti. "Bisogn arrangiarsi con quello che c'era" ricorda Perelli. "Si fecero tre o quattro gruppi e si distribu il materiale. Qualcuno ricevette una bomba e una pistola,"(1533)

Amleto Astolfi la pistola ce l'ha gi. Non  sua. Gliel'ha data Persivale che l'aveva comprata - dice - per difesa personale, e che poi ha dovuto disfarsene dietro le insistenze di suo padre(1534). Astolfi, che ha appena compiuto diciotto anni, fa il meccanico. Quel giorno non  andato a lavorare perch non si sentiva troppo bene(1535). La sera  con gli amici alla riunione. Uscendo dall'officina incontra Ghezzi, che gli mostra un oggetto avvolto in un pezzo di carta verde e gli dice: "Guarda, ho qui una bomba. Se vuoi fare un po' di baccano per Malatesta...". Astolfi prende la bomba con l'intenzione - come dir a Francesco Tosi - di farla scoppiare in un boschetto del Parco Sempione. Perch proprio l? Perch non vuole che il suo gesto possa fare del male a qualcuno. Persivale, che lo ha sentito, prima gli d del matto, poi lo saluta e lo pianta in asso. Ad accompagnarlo fino al Parco resta il solo Giuseppe Biscaro, che per si separa da lui prima ancora che abbia scelto il posto adatto. Il Parco, a quell'ora,  pieno di coppiette in cerca di un angolo appartato. Per non spaventarle troppo Astolfi decide di mettere la bomba in mezzo a un prato, dove il piccolissimo ordigno scoppia senza fare alcun danno. Disgrazia vuole che questo prato sia a pochi passi da una centrale elettrica.
L'esplosione fa accorrere gente. Quando qualcuno cerca di fermarlo, Astolfi estrae la rivoltella e spara due colpi in aria. Poco dopo, proseguendo per un. viale del Parco, il ragazzo incontra una pattuglia di guardie regie che gli chiedono i documenti. Astolfi glieli mostra e le guardie non vi trovano nulla di irregolare. Passato qualche attimo, per, tornano indietro. Lo perquisiscono, gli trovano addosso l'arma, lo arrestano(1536).

Ventunenne, meccanico, a Milano da dieci anni, Mario Marcucci non  anarchico. Se quella sera va in via Casale  per un motivo completamente diverso da quello che vi ha fatto affluire tutti gli altri. Tra gli operai della fabbrica dove lavora si  infatti costituita una mutua interna la cui cassa  affidata a Ugo Fedeli.

Ma Fedeli  stato licenziato e quel giorno alle 18,30, quando esce dallo stabilimento, Marcucci va a cercarlo in via Casale per farsi restituire i soldi della mutua(1537). Nell'officina Fedeli non c' e Marcucci - che dir in istruttoria di avervi notato diverse bombe(1538) - se ne va. Poco dopo, mentre cammina verso Porta Ticinese,  raggiunto da Ghezzi e da Ustori(1539).

Federico Ustori ha trent'anni. Trovatello, nato a Canosa di Puglia, vive a Milano dal 1914. Nel 1915 si  rifugiato in Svizzera per non fare il servizio militare. Nel 1920 ha trovato lavoro come tipografo a Umanit Nova, alla quale ha anche sporadicamente collaborato(1540). Quel mattino, in tipografia, ha visto il comunicato con l'annuncio della riunione. Finito il lavoro,  andato in via Casale. Ma ci ha trovato cos poca gente da provare, confesser, "un senso di disgusto". Uscito tra gli ultimi dall'officina, vede Ghezzi davanti a s e lo raggiunge per parlargli dell'agitazione. Ghezzi  con un giovane che Ustori non conosce. Solo pi tardi sapr che si chiama Marcucci(1541).
Depresso, scuro in volto, Ghezzi si confida con Marcucci.

Mi parl (...) delle persecuzioni contro Malatesta e mi disse che voleva gettare delle bombe. Io e l'Ustori lo dissuademmo, assicurandogli che prima di sera Malatesta sarebbe stato scarcerato. Allora Ghezzi disse che temeva di essere ricercato dalla polizia e mi preg di nascondere la bomba che aveva in tasca. Io, che non sono un libertario, mi prestai per compiere una buona azione. Presi l'esplodente e lo portai sino alla ferrovia Nord, nascondendolo dietro una pianta(1542).

A fare la sua "buona azione" Marcucci va solo o in compagnia? Difficile accertarlo. Ustori sosterr di aver lasciato i compagni a Porta Ticinese e di essere andato a prendere il tram. Un amico testimonier di averlo visto alla fermata verso le 21 e di averlo invitato a bere un caff con lui. Ma Ustori declina l'offerta, asserendo di dover tornare a casa. "Federico  a letto che legge il giornale" dir mezz'ora dopo la sua compagna a una vicina di casa(1543).

L'officina di via Casale era costata tredicimila lire. Novemila le aveva messe Pietropaolo, tremila Restelli e il resto Macchi. La societ era stata costituita per sfruttare un brevetto di Restelli, il quale aveva inventato una macchina, detta "tratteggiatore" o "battifalce", che era stata esposta anche alla Fiera di Milano.

Tale congegno avrebbe dovuto sostituire l'attuale paletto ferroso con la testa piatta che il contadino conficca nel terreno e sul quale fa scorrere, centimetro per centimetro, la lama della falce, battendola col martello per ridarle il filo. Il congegno di Restelli si componeva di una parte fissa, che fungeva da incudine, e di un braccio di ferro che sostituiva il martello. Questo braccio, azionato da una manovella, cadeva con forza sulla lama della falce(1544).

Pietropaolo aveva creduto che il congegno si potesse produrre in serie con qualche probabilit di successo. Ma erano bastate poche settimane per fargli capire che quelle previsioni erano sbagliate. E allora, anche in seguito alle insistenze di uno dei due soci, che rivoleva i suoi quattrini, l'ex studente della Bocconi trasformatosi in meccanico aveva deciso di vendere l'officina. Per questo era stato pubblicato su un giornale del pomeriggio - La Sera - un annuncio che aveva richiamato l'attenzione di alcuni possibili acquirenti. Un certo Luigi Crespi era andato a visitare l'officina. Vi aveva trovato un motore, un tornio e cinque o sei morse. Se n'era andato con l'impressione che in quel posto non si lavorasse molto(1545).

Antonio Pietropaolo aveva ventidue anni. Alla polizia era noto da tre mesi, solo dal giorno, cio, in cui era stato arrestato, e successivamente assolto in istruttoria, per la sua partecipazione al "complotto anarcliico-fiumarolo" del dicembre 1920. In Calabria aveva professato "idee socialiste sindacalste": tanto da tenere a Briatico, prima delle elezioni politiche del 1920, "una conferenza per indurre gli elettori a votare la lista socialista"(1546).
La mattina del 23 marzo Pietropaolo usc di casa dicendo alla sua compagna che sarebbe passato a prenderla al ristorante, come faceva sempre, alle 21,30(1547). Era teso, eccitato, nervoso? Pare di no. Quel giorno, infatti, Teresa Codurri "non ebbe modo di accorgersi, per la serenit di spirito del suo compagno, che questi stesse macchinando il piano infernale attribuitogli dalla polizia"(1548). L'officina fu mostrata ad altri possibili acquirenti. Ma le parti non si misero d'accordo e verso sera Pietropaolo torn a casa(1549).

Eugenio Macchi, che sta anch'egli trattando, per suo conto, la vendita dell'officina, arriva in via Casale tra le 18 e le 20(1550).
Il suo nome  notissimo alla polizia, che lo sorveglia da oltre dodici anni. Nato a Varese nel 1890, figlio di una bidella e di "un facchino dedito all'ubriachezza", Macchi si  stabilito con la famiglia a Gallarate al principio del secolo. Da ragazzo ha lavorato in Svizzera. Aiutante di cucina in un albergo milanese, "avendo dimostrato di professare principi anarchici e.di volerne fare propaganda",  stato licenziato. Tornato in Svizzera dopo una breve parentesi di lavoro allo scalo merci di Gallarate, ne  stato espulso in seguito a una condanna "per eccitamento allo sciopero".
Al 1909 risale il suo primo arresto in Italia per distribuzione di volantini e altro materiale di propaganda anarchica. Due anni pi tardi Macchi  chiamato alle armi, ma diserta e fugge in Svizzera. Nel 1914 si costituisce, ma allo scoppio della guerra diserta nuovamente e ripassa le Alpi. Coinvolto nel "processo delle bombe" di Zurigo, con i compagni Ghezzi e Restelli, sar assolto e indennizzato per il carcere fatto ingiustamente. Rimpatriato dopo l'amnistia, si stabilisce a Cedrate.  sempre un "fervente propagandista delle teorie anarchiche". Nel settembre 1920, dicono le autorit, "fu sospettato di favorire esplosivi ai sovversivi di Milano, ma nulla si pot accertare al riguardo"(1551).
Dopo il suo ritorno dalla Svizzera un infortunio sul lavoro lo inchioda per tre mesi a un letto d'ospedale.  in quei giorni che Restelli va a trovarlo, per parlargli del suo brevetto e proporgli, una volta guarito, di mettersi in societ con lui. Ai primi di novembre, uscendo dall'ospedale, Macchi riscuote dall'assicurazione la somma di quattromila lire. Con questi soldi pagher la sua quota. Restelli ha appena trovato l'officina quando un mandato di cattura viene notificato al suo compagno: ha incitato all'odio di classe durante un comizio da lui tenuto ad Acqui quell'estate. Scontata la pena, Macchi torna a casa. Il lavoro  scarso, l'officina non rende.  lui a proporre ai soci di vendere o acquistare la sua parte(1552).

Con i suoi quarantun anni, Carlo Restelli  il pi vecchio della compagnia. Nato negli Stati Uniti, vi si  distinto per essere "un costante oblatore a favore della stampa sovversiva". Rientrato in Italia nel 1906, si stabilisce in provincia di Varese. La polizia gli intesta immediatamente un dossier dal quale risulta, nel 1911, che "professa idee anarchiche ed  uno dei pi entusiasti della istituita scuola moderna laica di Clivio". Nel 1912 Restelli viene arrestato e condannato per furto. Scontati due anni e mezzo di prigione, per non fare il servizio militare diserta e si rifugia in Svizzera, dove trova lavoro in una fabbrica di munizioni. Coinvolto nel "processo delle bombe" di Zurigo, viene assolto. Nel settembre 1919 torna clandestinamente in Italia, dove trova lavoro come scalpellino(1553).
La mattina del 23 marzo Restelli era a Milano? Rachele Longhi, portinaia dello stabile che fa angolo tra via Casale e Alzaia Naviglio Grande, testimonier di averlo visto nel cortile dell'officina, dove andava a dormire ogni volta che per qualche ragione doveva fermarsi nel capoluogo(1554).

Quella sera Macchi era gi in via Casale quando arriv Pietropaolo con quattro o cinque compagni. Alla fine della riunione l'ex studente gli fece una proposta: "Andiamo a Umanit Nova a vedere se ci sono novit". Con loro in quel momento - tra le 21 e le 21,30(1555) - c'era una terza persona, che li segu quando lasciarono l'officina. Non avrebbe mai avuto altro nome che questo: lo "sconosciuto".
Passando in tram da Porta Monforte, i due soci scorsero Parrini che camminava lungo il marciapiede. Si fecero riconoscere e lo invitarono ad accompagnarli. Parrini accett l'invito(1556).

Come aveva passato, Parrini, quel tardo pomeriggio? Ippolito Bastiani, capocronista dell'Avanti!, testimonier al processo di averlo incontrato tra le 17 e le 18 in un caff di via Cavallotti. Il giovanotto era irritatissimo per l'ingiusta prigionia di Malatesta, personaggio che idolatrava, e preoccupato per le possibili conseguenze dello sciopero della fame. Irritatissimo e preoccupato, s, ma non tanto da covare propositi omicidi(1557).
Verso le 19 Parrini era andato all'Avanti!, dove aveva un appuntamento con l'amministratore. Pur essendosi dimesso il 15 marzo, un po' per ragioni politiche - rimproverava all'organo socialista di essere, dopo il congresso di Livorno, "su un terreno equivoco" e di tenere una "linea di condotta oscillante, nebulosa, indefinibile" - e un po' per motivi personali(1558), Parrini aveva accettato il nuovo incarico di rappresentante del giornale con funzioni puramente amministrative. Proprio per parlare con Nino Frasio di questioni relative al nuovo incarico, alle 19 entrava nel palazzo di via S. Damiano. Ma l'amministratore era uscito e l'incontro non ebbe luogo(1559).
Tra le 19 e le 21 lo rividero in via Cavallotti, nel caff di Ercole Cesani(1560). Alle 21 torn all'Avanti!, ma Frasio era fuori. Dopo avergli lasciato detto che sarebbe ripassato alle 23,30, Parrini si trattenne in un locale - il caff Monforte - fino alle 21,15. Poi, non avendo nulla da fare, si avvi verso il circolo "Aurelio Fratti". Mentre camminava si sent chiamare. Era Pietropaolo, sulla piattaforma di un tram(1561). Con lui c'erano altre due persone: Eugenio Macchi e uno sconosciuto con "una discreta faccia da apache"(1562).

Quel giorno Perelli era uscito dagli uffici di Umanit Nova verso sera. Nel piazzale di Porta Venezia incontr Virgilio Triva, che aveva conosciuto all'universit popolare. Perelli inform l'amico della riunione in programma per quella sera e gli diede un appuntamento per le 20,15. Poi and a mangiare un boccone in un ristorante economico della zona. Dopo cena, mentre si dirigeva verso il luogo dell'appuntamento, incontr Fabbro e Biagio Tosi, ai quali raccomand di non dimenticare la riunione. Poi, con l'amico, raggiunse l'officina. Erano le 20,45. Arrivando in via Casale - dir Triva al processo - trovarono sette o otto persone dentro l'officina e sei o sette fuori(1563). Durante la riunione fu diviso il materiale tra i presenti.

Finita la distribuzione, io e un altro tizio che chiamavamo "Breda" [Virgilio Triva] veniamo via. Siamo a mani vuote, non ci  toccato niente. Allora prendiamo il tram e andiamo a Umanit Nova a vedere se ci sono novit(1564).

Cos Perelli che, recatosi al giornale insieme a Triva, vi trov altri due compagni - Maglia e Bonora - anche loro in attesa di notizie. Sedutosi a un tavolo, Perelli si mise a leggere. Dopo una ventina di minuti arrivarono Pietropaolo, Macchi, Parrini e lo "sconosciuto"(1565). Ricorda Perelli:

Per discrezione noi ci ritiriamo nella stanza di Malatesta. Poi, un bel momento, sento che la discussione dei compagni - che dovevano scegliere l'obiettivo, le modalit di esecuzione, eccetera - si  conclusa. Macchi non  d'accordo. Pare che la cosa non lo convinca. Tira fuori e mette sul tavolo la pistola e la bomba: "No, no. Fate voi. Io non ci sto".
E allora io - quel maledetto vizio di offrirsi senza esserne richiesti - io prendo il suo posto e il suo materiale: "Avete deciso?".
"No. Ma adesso, per strada, combiniamo. Muoviamoci."(1566)

Parrini partecip alla discussione? Perelli afferma di non ricordare. Secondo un giornale, egli sarebbe stato contrario a ogni azione. Alle insistenze dello "sconosciuto" avrebbe anzi risposto: "Non sono tagliato per queste idee rocambolesche"(1567). Continua Perelli:

Un'azione dimostrativa si fa presto a farla. Basta che lasci una traccia impossibile da nascondere.
E usciamo. Avremo fatto venti, trenta passi verso viale Piave quando sentiamo: bum! Un'esplosione, forte, che viene da Porta Venezia(1568).


"SI FACCIA SCOPPIARE LA BOMBA"

Giuseppe Mariani racconta:

(...) io, l'Aguggini e il Boldrini dedicammo tutta la giornata del 23 a seguire gli avvenimenti. Andammo un po' alla redazione di Umanit Nova, dove si era convinti che Malatesta e compagni sarebbero stati liberati in giornata e per il quale avvenimento gi preparavano un numero speciale del giornale. Verso le ore 15 ci recammo nei pressi del carcere nel momento in cui il procuratore del re si trovava a conferire con Malatesta, sperando di sapere come si svolgeva quel colloquio. Con Veneri andai dall'avvocato Costa presso il quale ho visto (...) Giulietti (...). L'avv. Costa non si disse persuaso che Malatesta sarebbe stato liberato, ma pensava che assai probabilmente gli avrebbero comunicato la data del processo, salvo, soggiunse, "che tutti abbiano perduto la testa".
Ci si lasci verso sera, dopo aver acquistato in un negozio del corso Buenos Aires la valigia che avrebbe dovuto servire a preparare la bomba nel caso fosse stata rifiutata la libert a Malatesta e compagni, oppure a trasportare in un posto sicuro gli esplosivi nel caso fosse stato liberato. Lasciammo la valigia in un'osteria con la preghiera di tenerla per qualche ora. Accordammo di ritrovarci verso le ore 18 in via Stelvio per andare prima a ritirare la valigia e poi dove avevamo nascosto gli esplosivi. In questo posto alle ore 19 avevamo l'appuntamento con la Melli, che doveva portarci l'esito definitivo del colloquio del procuratore con Malatesta.
Ritrovatici, andammo prima a prendere la valigia e poi dove avevamo nascosto gli esplosivi senza per nulla toccarli: vi mettemmo sopra la valigia e attendemmo che arrivasse la Melli. Alle 20 non essendo ancora arrivata e neppure alle 21, ci stavamo persuadendo, per quell'inspiegabile intimo desiderio che prende chiunque si  impegnato a compiere un'azione che decider non solo della vita altrui, ma anche della propria, che non sarebbe pi necessario ricorrere all'atto terroristico per imporre la liberazione degli arrestati, dato che certamente erano stati liberati. Gi pensavamo che la Melli non veniva perch occupata presso Malatesta col quale conviveva. Parlando in merito pass ancora mezz'ora. Eravamo decisi ad andarcene quando, esattamente alle 21,30, sentimmo il segnale della Melli che si avvicinava. Ci alzammo di scatto andandole incontro quasi ilari, tanto credevamo di ricevere una buona notizia. Ma ci raffreddammo subito appena ci disse che era stato liberato Quaglino e trattenuti Malatesta e Borghi nelle stesse condizioni di prima, e cio senza neppure sapere la data del loro processo.
Ci guardammo in faccia tutti e quattro per consultarci un'ultima volta e la risposta fu identica: "allora si faccia scoppiare la bomba"(1569).

Il racconto di Mariani, scritto nel 1953 e confermatoci parola per parola vent'anni dopo dalla sua viva voce, contiene diverse inesattezze. Per due volte egli accenna a un colloquio tra Malatesta e il procuratore del re, in seguito al quale si sarebbe dovuto prendere la decisione di liberarlo o lasciarlo a San Vittore. Ma quel giorno tra Malatesta e Raimondi non ci fu nessun incontro. La spasmodica attesa del 23 marzo non fu per l'esito di un colloquio che non ebbe luogo ma per le decisioni della sezione d'accusa, riunitasi a stendere la sentenza che doveva coronare la lunghissima istruttoria. Queste decisioni, peraltro, furono rese note solo il 25 marzo, venerd, col deposito della sentenza - avvenuto nelle prime ore del pomeriggio - nella cancelleria della corte -. d'appello. Quanto all'ordine di scarcerazione di Quaglino, al quale; la sentenza accordava la libert provvisoria, esso fu firmato alle 14 dello stesso giorno(1570). Era dunque impossibile che Mariani e i suoi compagni sapessero queste cose quasi quarantott'ore prima. La sera del 23 marzo Elena Melli non pot consegnare altro messaggio che un laconico "nulla di nuovo". Nulla di nuovo voleva dire che Malatesta restava in prigione, a fare lo sciopero della fame, con tutti i rischi per la sua vita che questo comportava. Proprio perch non c'era nulla di nuovo i terroristi entrarono in azione, dando il via a un progetto gi studiato in tutti i suoi particolari. E la confusione che Mariani fa nel libro - sempre che non sia dovuta semplicemente a cattiva memoria - sembra rispondere all'inconscia necessit di conferire una giustificazione morale a una risoluzione che forse fu presa con grande avventatezza e senza pensare alle possibili conseguenze.

Senza porre tempo in mezzo, aperta la valigia, la riempimmo di 160 cartucce di gelatina senza neppure toglierle dall'involucro di protezione, meno una alla quale io stesso applicai il detonante e a questo la miccia.
Il mio stato d'animo era tale che dal momento che la valigia fu trasformata in bomba non volli pi toccarla, pur deciso ad accenderne la miccia. I tre giorni di attesa, se si doveva o non si doveva fare l'attentato, mi avevano snervato, come avevano snervato gli altri, e la decisione all'ultimo momento ci aveva dato la sola energia necessaria per eseguire gli atti materiali(1571).

Dal momento della fabbricazione della bomba a quello dello scoppio, Mariani sostiene di aver perso la nozione del tempo.

Ricordo solamente che fino a una piazza dove si trov un vetturino [si] scambiavano [la valigia] il Boldrini e l'Aguggini.
Prima di salire in vettura congedammo la Melli, assicurandole che dopo l'attentato io me ne sarei tornato a Mantova e gli altri due sarebbero rimasti a Milano. Restammo intesi che, comunque, non ci saremmo rivisti e che dell'attentato non si doveva sapere nulla(1572).

Quel giorno - spiega Mariani - si era proceduto a un sopralluogo intorno all'Hotel Diana, che solo una parete separava dall'omonimo teatro. Aguggini e la Melli, che c'erano stati alcuni giorni prima, asserivano di sapere con precisione dove finissero le uscite di sicurezza del teatro e dove cominciassero quelle dell'albergo.

E poich era stato deciso di mettere la bomba davanti alla prima saracinesca dell'hotel pi vicina al teatro, il compito di depositarla se lo prese l'Aguggini(1573).

Sulla scorta delle indicazioni della Melli e di Aguggini, poi rivelatesi tragicamente errate, Mariani era dunque convinto che l'obiettivo dell'attentato fosse l'albergo e non il teatro. E a provocare la strage fu un errore nella scelta della saracinesca davanti alla quale piazzare la bomba.

Giuti con la carrozza in via Mascagni, dopo che io ebbi pagato il vetturino fingemmo di suonare a un portone finch questi non se ne fosse andato. Dopo di che il Boldrini si mise di piantone sul marciapiede dirimpetto a noi, l'Aguggini deposit la valigia davanti alla saracinesca e io accesi la miccia. Subito dopo ci allontanammo per un tratto insieme e poi ciascuno per conto proprio(1574).


"NON ERANO RICCHI GAUDENTI..."

Il teatro, sempre affollatissimo, quella sera era quasi esaurito(1575). Il pubblico, che tra il secondo e il terzo atto aveva ripreso posto in sala, "stava manifestando, con applausi e rumori vari, la propria impazienza per l'eccessiva durata dell'intervallo"(1576). Non sapeva che il ritardo era dovuto a una vertenza sindacale sorta verso le 22,30 tra il personale tecnico e artistico e la societ che gestiva il teatro. Professori d'orchestra e macchinisti, di fronte al licenziamento di un collega, avevano incrociato le braccia e minacciavano di sospendere il lavoro. Il pubblico cominciava a spazientirsi quando la vertenza era stata risolta col ritiro del provvedimento. Alle 22,45 l'orchestra aveva ripreso posto e "la sala si era ormai ricomposta in attesa dell'imminente ripresa"(1577). "Si attendeva soltanto" scrisse L'Italia "(...) che il direttore d'orchestra salisse sulla sua pedana."(1578)
La bomba scoppia, dunque, tra le 22,45 e le 23,10. "Saranno state le 22,45" scrive L'Italia(1579). La Sera: "precisamente died minuti prima delle 23"(1580). Il Corriere della Sera in due diversi articoli: "qualche minuto prima delle 23" e alle "ventitr: le sfere dell'orologio della sala si sono arrestate su tale ora"(1581). L'Avanti!: "verso le 23"(1582). La Perseveranza: "pochi istanti dopo le 23"(1583). Il Secolo: "Verso le ore 11. (...) L'orologio [della sala] si  fermato sulle 23,[0]4"(1584). Il Popolo d'Italia: "Verso le 11,[0]5"(1585). L'Ordine Nuovo due giorni dopo: "esattamente alle 23"; circostanza "certamente inconfutabile poich l'orologio situato sul frontone del palcoscenico segna appunto le 23"(1586). Ancora Il Secolo una settimana dopo: "Un orologio di metallo, al quale  appeso come ciondolo una medaglia d'oro coniata per la commemorazione del centenario della Scala [rinvenuto con altri oggetti nella sala e affidato al giudice istruttore], segna l'ora in cui si  fermato: l'ora della strage: le 11,10."(1587)
L'esplosione investe le prime quattro file di poltrone e la buca dell'orchestra. Qualcuno, pochi istanti prima, ha creduto di vedere "alzarsi all'improvviso, come una vampata, una densa nube di fumo biancastro, proveniente dalla porta laterale della sala; verso via Mascagni, a sinistra, vicino al palcoscenico". Altri, interrogati dopo il fatto, giureranno di aver visto la bomba volare, attraverso la sala, nella direzione dell'orchestra(1588).
L'ordigno, in realt,  scoppiato fuori dal teatro, nel vano di una delle porte a vetri che danno in via Mascagni. "Probabilmente" azzarda il Corriere "di fronte allo stabile segnato col n. 1, dove la violenza dello scoppio ha divelto dal muro, contorto e strappato in molti pezzi tre saracinesche di un magazzino di vetrerie". L'intera via Mascagni, una parte del piazzale antistante il teatro e un tratto di viale Monforte (oggi viale Piave) sono coperti dai minutissimi frammenti di vetro seminati dallo spostamento d'aria(1589). Che lo scoppio sia avvenuto fuori, e non dentro il teatro, il giornale lo deduce dallo stato in cui si trovano ridotte le botteghe di via Mascagni:
Le saracinesce sono state completamente strappate, contorte e accartocciate come rotoli di carta: tutte le armature di ferro diverte e lanciate lontano o nel fondo delle botteghe: cornicioni, capitelli, tratti di muro sono stati distrutti e abbattuti. Se l'ordigno fosse stato lanciato nell'interno del teatro, lo scoppio non avrebbe prodotto tali effetti in via Mascagni e ne avrebbe avuti ancor pi gravi di quelli verificatisi verso il lato opposto, lungo il giardino, dove non si sono avuti che la rottura dei vetri e qualche danno alle pareti(1590).
Anche cos, l'effetto dell'ordigno all'interno del Diana  stato terribile. Quando nella sala si dirada il polverone, si possono vedere "morti distesi sotto le poltrone rovesciate; feriti che tentano [di] sollevarsi penosamente; cadaveri di musicanti, uomini e donne, sepolti sotto i leggii fracassati e sotto gli strumenti infranti. Le prime quattro file di poltrone sono saltate in aria"(1591). Nel punto pi devastato dall'esplosione accorrono due guardie regie di servizio in galleria, rimaste incolumi, e un pompiere che, "con prontezza di spirito, soffoca un principio d'incendio"(1592). Pi di trenta corpi umani giacciono sparsi qua e l, in gran parte nella buca dell'orchestra. " qui che la bomba ha fatto la maggior strage," scrive un giornale "dilaniando dei poveri lavoratori nell'esercizio della loro professione"(1593). E un altro: "Non erano proprio ricchi gaudenti quei disgraziati che erano l a guadagnarsi la vita, forse anche dopo una giornata spesa in altra fatica..."(1594). La stampa, l'indomani, far a gara nella ricerca del particolare pi macabro o raccapricciante.

Nella fossa si vede spenta, straziata, livida, la infelice arpista. Il viso suo  deformato. Le vesti sono ridotte a brandelli. Le gambe appaiono stroncate. Poco pi in l, in un breve spazio, appaiono altri corpi di musicanti, pur essi irriconoscibili. Nella prima fila di poltrone, e precisamente dietro la pedana del direttore d'orchestra, si trova, ancora seduto, un giovane elegantemente vestito. Ha il cranio fracassato.  per l'unico cadavere, tra tanta strage, che conservi un aspetto umano. Una scheggia lo fulmin, forse senza dargli la sensazione della morte.(1595)

Annota un giornalista arrivato sul posto tra i primi:

Le vittime, colpite di sorpresa da una morte orrenda, hanno conservato l'aspetto placido e indifferente del minuto precedente la loro fine. Un signore, calvo, vecchiotto,  stato proiettato dalla poltrona sull'impiantito e giace coperto di polvere e forato dalle schegge come se dormisse. Un giovane professore d'orchestra, colla testa semitroncata e scotennata, ha conservato il tranquillo sorriso sulle labbra. Un altro morto, colpito alla schiena, presenta una devastazione spaventosa al dorso, denudato e intriso di sangue.

Lo spettacolo si ripete nei palchettoni di galleria.

Poco dopo l'ultimo gradino, vicino al palco n. 8, giace a terra un pezzo di calotta cranica ricoperto da lunghi capelli femminili. Nel palco n. 10 fra calcinacci, pezzi di stoffa e frammenti di carne un fine braccio femminile ricoperto solo a met da una camicetta di seta. Incastrato fra il palco n. 14 e la barcaccia n. 3  il tronco denudato e gonfio di un giovane corpo: sembra si tratti di una bambina. Mancano le gambe, le braccia e la testa. A quanto sembra la vittima era seduta in platea su una delle poltrone. Infatti fra le poltrone sono state trovate delle braccia ed  stata trovata anche una testa staccata dal corpo.

Dietro i palchi n. 11, 12, 13 e 14, e dietro la barcaccia, il muro  tutto scrostato.

Brani di carne vi sono appiccicati e pezzi di calotta cranica vi si sono incastrati. Appartengono a una testa di donna. A terra, fra la rovina dei calcinacci, altri brandelli di carne rivestiti o denudati sono sparsi ovunque. Nella barcaccia n. 3 il pavimento  ricoperto da una poltiglia sanguinolenta. Nel palco n. 12 sopra una sedia, sola, una scarpetta femminile piena di sangue raggrumato. Brandelli di carne, frammenti di cranio sono stati trovati anche sul palcoscenico, fin dietro le quinte.

In platea "il sangue, sprizzato da cento ferite, ha bagnato abbondantemente il suolo, e forma rigagnoletti sotto le prime file di poltrone. Brandelli umani sono sparsi in tutta la sala. Una ciocca di capelli femminili strappati dal cranio e ancora innestati nel cuoio capelluto  stata posata dalla ventata dello scoppio su di un tavolino"(1596). "Un odore strano e inqualificabile colpisce le narici:  un misto di bruciato, di combustione di polvere pirica, di carni sanguinolente."(1597) Non mancano gli episodi strazianti.

Nella quarta fila di poltrone, a sinistra, i militi della Croce Verde hanno durato non poca fatica a estrarre dall'intrico delle macerie il tronco di una signora, a cui erano rimaste attaccate solo delle parti di membra. La signora era accompagnata dal marito: questi, per quanto ferito, si era gettato sul cadavere straziato della moglie, chiamandola a gran voce. Alcuni pietosi lo allontanarono, mentre egli gridava: "Datemi qualche cosa di suo! Un guanto, la fede!". Ma non fu possibile accontentarlo subito. Poco dopo un medico, mentre i militi attendevano al trasporto dei resti della donna, raccoglieva da terra la mano sinistra di costei, che portava al dito la fede: questa sar consegnata all'infelice marito(1598).

Un altro episodio, o forse  lo stesso, lo racconta Fausto Mazza, uno spettatore, a un cronista:

Al momento dello scoppio, nella poltrona immediatamente vicina a quella occupata dalla povera morta, stava il marito di questa. Quando l'uomo, dopo lo stordimento di qualche attimo provocato in lui dalla tremenda esplosione, vide la moglie cadere riversa ai piedi della poltrona con un fianco orribilmente squarciato, si alz, gli occhi stralunati, le mani nei capelli, e correndo e urlando come un pazzo raggiunse la porta centrale della sala davanti alla quale si abbatt, colto da un'impressionante crisi di pianto(1599).

Nel teatro, dove lo scoppio stranamente ha risparmiato l'impianto elettrico anche se il grande lampadario, staccandosi dal soffitto, si  infranto sul pavimento della sala, entrano i carabinieri con la baionetta inastata per presidiare il luogo delle indagini. Via Mascagni, rimasta al buio per la rottura del fanale a gas,  percorsa dalle prime pattuglie di guardie regie che sgombrano le strade dietro il Diana. Una squadra di bersaglieri forma un cordone davanti al teatro(1600). Mentre infermieri e vigili del fuoco soccorrono i feriti, smistandoli alle varie guardie mediche (una delle quali si trova per fortuna nel piazzale, a due passi dal Diana), due sacerdoti, entrati nella sala, impartiscono l'assoluzione alle salme(1601).
In teatro il maestro Darcle assicura ai giornalisti che nessun membro della sua compagnia  rimasto ferito(1602). Ci  accaduto, spiegher il Corriere, "perch i due velari - quello spessissimo di velluto, con la fodera, e il sipario reclame - vennero perforati da moltissime schegge, le quali si proiettarono sopra la testa dei macchinisti che stavano attendendo al cambiamento di scena" mentre "gli artisti erano nella maggior parte entro i camerini. Avvenuto lo scoppio, in preda a panico indescrivibile, attori e attrici si gettarono all'aperto, alcuni semivestiti, altri nei pi bizzarri costumi"(1603). Quanto al direttore d'orchestra, a salvargli la vita  stato il coro, con la sua improvvisa decisione di abbandonare lo spettacolo. "Il maestro rimase salvo per miracolo perch, informato di un certo malcontento che regnava tra gli artisti per il licenziamento di un loro compagno, era salito sul palcoscenico al fine di parlamentare con gli artisti."(1604) Cos facendo, si  trovato fuori del raggio micidiale dell'ordigno.
Si raccolgono le prime testimonianze. Il ragioniere Riccardo Martini si trovava con la moglie nel palco n. 13. Che impressione gli ha fatto lo scoppio?

Un'impressione di stordimento. Mi sono sentito mancare il respiro e ho sentito un gran colpo alla testa. Il sangue mi colava da una ferita. La mia signora era caduta riversa, svenuta e sanguinante. Anche le altre signore erano ferite e inebetite(1605).

La stessa impressione di stordimento ha provato il cameriere Attilio Siro che al momento dell'esplosione era in mezzo alla, sala, vicino al palcoscenico.

Non ricordo altro che un gran colpo alla testa. Ho creduto che un pezzo del soffitto mi fosse caduto addosso. Parte della giacchetta mi fu asportata insieme alla borsetta di cuoio che adoperiamo noi camerieri(1606).

Nello scoppio  rimasto ferito un noto attore, Amerigo Guasti, che assisteva allo spettacolo con l'attrice Dina Galli e Rossana, la figlia di costei, rimaste incolumi. Guasti, che avrebbe dovuto debuttare proprio al Diana di l a un paio di giorni con la Galli e il resto della compagnia, sedeva con le donne in quarta fila, "nel cono d'azione dell'alto esplosivo".
Intervistata il mattino dopo all'Hotel de la Ville, Dina Galli dichiarer:

Da quattro minuti era calato il sipario e io stavo ordinando al cameriere una bibita, quando avvenne l'esplosione. Credetti che fosse scoppiato un globo di luce elettrica. Ma siccome fulmineamente mi sovvenne che in teatro di globi non ce n'erano, fui presa come da paralisi del pensiero, della volont. E lo stesso fenomeno si produsse nel pubblico. Nei primi istanti, non un grido, non un gesto. Tutti erano irrigiditi da un muto terrore. Evidentemente ognuno cercava la ragione e si chiedeva le conseguenze di quanto era accaduto. Ma poich la mia figliola mi si era aggrappata e Guasti aveva tracce di sangue, io del pubblico non vidi pi nulla. Fui subito nel corridoio, dove era steso un morto, e io per nasconderne la vista alla mia figliola mi rifugiai dietro il buffet, mentre persuadevo Guasti a correre alla guardia medica. Solo pi tardi m'indussi a uscire. Mia figlia aveva perduto la pelliccia. Io e lei ci coprimmo con la pelliccia rimasta a me e un cortesissimo signore ci condusse all'albergo(1607).

Racconta un altro cameriere, Augusto Borgetti, di servizio al buffet del teatro:

Quando si  verificato lo scoppio io reggevo un vassoio con alcune bibite. La detonazione, spostando la corrente d'aria del locale, mi fece perdere l'equilibrio e cadere a terra con tutto il servizio. Mi rialzai quasi subito e mi slanciai fuori, appena in tempo per raccogliere nelle mie braccia un signore ferito mortalmente dalle schegge della bomba e che era riuscito, barcollando ma sostenendosi con fatica enorme, a raggiungere il corridoio. Lo sconosciuto mi balbett alcune parole incomprensibili, poi stramazz sul pavimento. Era morto. Da uno squarcio aperto nel petto e da terribili ferite alla testa gli uscivano densi zampilli di sangue(1608).

Per caso si muore, per caso ci si salva. Il sigaraio del teatro stava entrando in sala quando fu richiamato da un cliente: aveva appena voltato le spalle che una pioggia di frammenti di vetro investiva gli spettatori. Lo stesso proprietario del teatro, Luigi Zerboni, "ha salva per miracolo la famiglia che occupava il palco pi colpito dalle schegge: un minuto prima dell'esplosione egli l'aveva fatta scendere per intrattenersi con essa nel corridoio"(1609)
Dice Raffaello Giachi, direttore del teatro:

Me ne stavo in direzione con l'amministratore della compagnia Darcle, signor Zannini. In teatro c'era la mia signora con la nostra bambina. Noi stavamo facendo il computo dell'incasso com' nostra consuetudine serale. La detonazione venne a interrompere il nostro lavoro. Ci precipitammo, io e Zannini, nel vestibolo e poi nella sala. La gente fuggiva da tutte le parti e si accalcava alle porte d'uscita. Io pensai subito a mia moglie e alla bambina che ritrovai sulle loro poltrone, stordite e quasi svenute per l'accaduto. Fu in questo momento che notai che anche l'attore Guasti, che era in compagnia della Dina Galli e della cameriera di quest'ultima, era rimasto ferito leggermente al viso(1610).

Al momento dell'esplosione il capo elettricista del Diana, Andrea Conca, era poco lontano, in un'altra ala del palazzo.

Mi trovavo col mio aiutante (...) a esaminare l'impianto elettrico della pelota (...). Gi eravamo alla fine della visita e stavamo per lasciare la vastissima sala, quando una fortissima detonazione mise in allarme tutti i partecipanti alle gare e i curiosi presenti. Erano circa le undici. (...)
Mi precipitai fuori per stabilire la vera causa dell'esplosione. Nello stesso momento, attraverso il giardino, venivano alla volta della pelota e del salone delle palme numerose persone, tutte in preda al panico pi evidente, qualcuna addirittura terrorizzata. Molte, che perdevano sangue da ferite al viso e alle mani, gridavano come sotto un incubo di paura, come assalite da un vortice di spavento.
Di corsa raggiunsi (...) l'apertura che conduce al sotterraneo. Ero (...) convinto che si trattasse (...) dello scoppio del trasformatore. (...) Ma l'apparecchio era intatto e continuava a funzionare. Difatti la luce non era mai venuta a mancare.
Ma, in un angolo, un mucchio di pietre e di calcinacci mi fece subito individuare la posizione dove il tremendo scoppio era avvenuto. Si trattava dell'apertura situata di fianco alla barcaccia di sinistra per chi entra in teatro, e precisamente una di quelle che guardano la via Mascagni. Questo angolo del sotterraneo era il pi rovinato. Compresi in quel momento che si trattava di ben altro che dello scoppio del trasformatore(1611).

Un cronista del Secolo, al quale l'elettricista fa visitare i sotterranei, ispeziona, dal di sotto, lo squarcio prodotto dallo scoppio.

 una buca di pi di un metro e mezzo. La cavit maggiore  nell'angolo della porta, proprio sulla linea di chiusura della saracinesca, che al momento dell'attentato terroristico era alzata, funzionando la porta stessa da "uscita di sicurezza". La bomba (...) ha potuto rompere le grosse pietre che fiancheggiano, in qualit di stipiti ornamentali, la porta(1612).

Questa porta, scrive il Corriere, " stata in gran parte abbattuta: essa presenta squarci e innumerevoli buchi. Alcuni pezzi sono stati asportati, strappati via, come appare dalle sfilacciature che si riscontrano qua e l sulle lastre di ferro"(1613). Nel sotterraneo

un po' prima di arrivare all'angolo maggiormente danneggiato si incontra una larga macchia nera.  sangue. Sangue coagulatosi dopo essere filtrato dal soffitto. La macchia  proprio sotto la prima fila delle poltrone, sotto il punto dove la bomba ha colpito in pieno gli ignari spettatori seduti.(1614)

Tutto fa ritenere che l'ordigno sia esploso in via Mascagni. Lo stabile che affianca il teatro ha subito gravi danni: "Due botteghe ebbero le saracinesche divelle e attorcigliate; la farmacia Diana  stata devastata come da un terremoto; tutte le imposte sono cadute"(1615).
Sopra la farmacia, in un appartamento che d verso il teatro, abita la famiglia del dottor Alfredo Rezia. Al momento dello scoppio erano tutti a letto. Il dottor Rezia racconta a un cronista che

tutti (...) provarono l'impressione che una bomba fosse scoppiata addirittura nelle loro stanze: dai soffitti piovvero a pezzi le mattonelle e gl'intonachi coprendo i letti di frantumi e di polvere. Le imposte delle finestre, bench trattenute da spranghe, si spalancarono, e le spranghe furono contorte e lanciate nelle stanze. Anche l'uscio d'ingresso fu smosso, essendo rimaste rotte la catenella di sicurezza, due serrature e avendo ceduto il rampone. Nell'appartamento non un mobile  rimasto incolume(1616).

La strada  un lungo tappeto di vetri infranti. "Un sinistro sentiero di sangue, cosparso di indumenti di vestiario, segna il tratto che dal Diana va alla guardia medica di Porta Venezia."(1617) Qui il direttore  il dottor Pollini:

Giunsi in guardia cinque minuti dopo la detonazione. La porta a vetri era infranta; per terra frantumi e chiazze di sangue. Feriti gravi su tutti i letti, anche su quello del medico di guardia; i meno gravi su alcune scranne e per terra. A terra era pure un giovane, gi morto; su un letto una bambina, pure morta, abbracciata dalla madre piangente. (...)
Ma la folla (...) invadeva i locali e impediva a noi di prestare i primi soccorsi. In nome dell'umanit li pregai di uscire tutti e lasciarci compiere il dover nostro. Ma ad ogni lettiga che entrava e ad ogni ferito portato, la folla li circondava gridando, esasperata. Curavamo i pi gravi, frenando emorragie di arti, e medicando, come si poteva, ferite e fratture (...)(1618).


"HANNO FATTO UN MACELLO AL DIANA"

Verso le 11 di quella sera quattro persone lasciarono Umanit Nova incamminandosi per via Goldoni: Parrini, Pietropaolo, Perelli e lo "sconosciuto". Eugenio Macchi era rimasto al giornale. In fondo a via Goldoni, all'angolo con viale Piave, Perelli, che era in bolletta, chiese a Parrini venti lire in prestito. Parrini aveva solo un biglietto da cinquecento lire(1619) e per cambiarlo entr in un'osteria dove lo conoscevano bene(1620). Era appena uscito in strada quando si ud lo scoppio(1621). Ricorda Perelli:

Parrini comincia ad agitarsi(1622), poi vede passare un brumista e fa: "Venite, prendiamo una carrozza e andiamo all'Avanti! a vedere che diavolo  successo".
Lui salta su e gli altri lo seguono: Pietropaolo, lo "sconosciuto" e io, che avevo bisogno delle venti lire.
Saliti in carrozza, lui d l'indirizzo: "Via San Damiano, all'Avanti!".
Al cocchiere, quando arriviamo, allunga dieci lire. C'era un cordone di guardie regie che sbarrava tutta la strada. Parrini passa, l  conosciuto, lo lasciano passare e lui entra nel palazzo(1623).

Dopo aver detto ai compagni di attenderlo - a Pietropaolo si sarebbe rivolto con questa frase: "Io salgo all'Avanti!. Tu ritira il resto e seguimi"(1624) - Parrini  passato mostrando alle guardie la sua tessera di giornalista(1625). Alessandro De Vecchi, amministratore dell'Avanti!, lo incontra sul portone e lo trova "alquanto eccitato"(1626). I due entrano insieme, poi Parrini allunga il passo e lo precede sulle scale(1627). Ghino Fogli, un cronista, lo vede arrivare. Al giornale c' molta tensione. Si dir poi che una misteriosa telefonata aveva appena preannunciato un attacco fascista(1628). Ricorda Perelli:

Parrini passa e noi restiamo in carrozza, ad aspettare che il cocchiere ci dia il resto delle dieci lire. Perch dieci lire erano una somma, allora. Aspettiamo di entrare anche noi. Anche noi volevamo sapere che cosa era successo.
Mentre siamo l, questione di attimi, si avvicina un tizio in borghese. Il cavallo aveva il muso verso l'Avanti!. Tra noi e il giornale c'era via Passione. Si avvicina questo tizio, proprio dalla mia parte, e chiede: "Che fate qui?".
"Aspettiamo di andare all'Avanti!"
"Avete armi?"
"No."
"Faccia vedere."
Lo scoppio che c'era stato, chiss, l'Avanti!, un giornale sovversivo... Insomma, gli viene qualche dubbio. Vuole perquisirmi bene. Io apro il palt, nel palt ho la bomba e la rivoltella, e lui mi fruga. Ma nel palt non ha potuto frugare: lo tenevo aperto io, con le mani nelle tasche.
"Favorisca scendere."
"Volentieri."
Scendendo lascio gi - le avevo in mano, no? - la rivoltella e la bomba. E come lui si scosta per farmi passare io spicco un balzo, prendo la corsa e via nell'altra direzione, verso il ponte delle Sirene. Era un ponte sul Naviglio, quello che adesso  al Parco, sul laghetto(1629).

Quanto allo "sconosciuto" - secondo Pietropaolo - alla vista degli agenti avrebbe detto, quasi se ne fosse rammentato solo allora: "Perdio, ho qui la bomba!". Dopodich, cavatala di tasca, l'avrebbe buttata tra le pieghe del mantice della carrozza, dandosi alla fuga(1630). Ricorda Perelli:

Io scappo. Quello tira fuori la pistola e comincia a spararmi dietro. Non era molto distante, avr fatto quindici passi, e saltavo di qua e di l per non farmi prendere. Andavo come un razzo, e lui perdeva terreno. A un certo punto mi tira l'ultimo colpo. Sento che batte, mentre appoggio la mano al pilastrino del ponte, sento che batte e rimbalza via.
Con un salto sono sul ponte, con un altro di l dal Naviglio. La strada  silenziosa. Non ci sono pi passi alle mie spalle. Mi ha lasciato(1631).

Negli uffici dell'Avanti! il rumore degli spari inganna i presenti. Si crede che siano arrivati i fascisti e ci si prepara a respingerne l'attacco. "Fatalit vuole che, prima di lasciare il giornale, io sia giunto in tempo per difenderlo ancora una volta" esclama, secondo alcuni, melodrammaticamente Parrini(1632). E per dimostrare la seriet dei suoi propositi impugna la rivoltella di una guardia rossa e la spiana contro l'invisibile nemico(1633).
Una serie di colpi interrompono il suo gesto. Parrini depone l'arma e scende. Il portone  stato aperto. Al centro di un folto capannello Parrini vede la carrozza che lo ha portato all'Avanti!. Nello stesso momento una guardia regia lancia un urlo: "C' una bomba!"(1634). Uscito in strada, Parrini tende l'orecchio. Sente dire che la bomba era sulla carrozza e che il bombarolo  stato ripescato nel Naviglio. Sbigottito, si allontana(1635). Prima di coricarsi soster qualche minuto nel solito caff di via Cavallotti dove un conoscente, un calzolaio, sentir un avventore chiedere se lo scoppio  avvenuto a Porta Venezia o a Porta Monforte e Parrini rispondere: "A Monforte no, perch c'ero io"(1636).
Ricorda Perelli:

Laggi, intanto, era successo il finimondo. Le guardie vedono questi che scappano, uno che se la batte, l'altro che lo insegue sparando, e si mettono a sparare anche loro. A chi sparassero non so. Pietropaolo per nascondersi era finito nel Naviglio, l'altro aveva preso per via Passione. Di bombe ne aveva una anche lui, e quella che trovarono in via Passione era la sua. L'aveva messa sul gradino di una porta quando erano cominciati gli spari. Poi aveva tirato fuori la pistola per rispondere ai colpi. Me lo disse lui stesso quella notte, quando per caso tornammo a incontrarci. Gli altri due, Parrini e Pietropaolo, non avevano niente. Erano disarmati(1637).

Buttatosi nel Naviglio in secca anche per non essere colpito dalle guardie, Pietropaolo  stato scoperto e arrestato. Degli altri attentati di quella sera sar informato in una camera di sicurezza del commissariato di via della Signora, dove le guardie lo hanno condotto con molti degli arrestati di quella notte. Pi tardi lo tradurranno a San Fedele, avvolto in una coperta perch  ancora bagnato e coperto di fango. In quelle condizioni subir il primo interrogatorio alla presenza del questore, del vicecommissario Rizzo e di altri funzionari(1638).
Ricorda Perelli:

Io prendo via Cerva per andate verso il Verziere. E rallento per darmi un'aria naturale.
A un tratto vedo due guardie regie, che si avvicinano e mi squadrano bene: "Ma che succede?". E io, senza respirare perch avevo il fiatone: "Che ne so? Andate a vedere". E tiro dritto.
Insomma, riesco a filare. Faccio il Verziere e imbocco via Garibaldi per andare a casa mia. Passo davanti al Fossati, do un'occhiata, c' la locandina e ci sono due o tre giovani socialisti: "Ma che fai qui, Perelli? Guarda che se ti vedono ti pigliano, sai. Hanno fatto un macello al Diana"(1639).

Nella ridda di voci incrociatesi dopo l'attentato al Diana ce n' una che trova credito generale: la bomba  stata messa dagli anarchici per protestare contro la lunga prigionia di Malatesta(1640).
Tra le 23,30 e le 24(1641) "circa duecento fascisti"(1642) radunatisi davanti al teatro devastato imboccavano al grido di "A noi!"(1643) viale Monforte e di corsa raggiungevano la sede di Umanit Nova in via Goldoni. "La porta era chiusa. I fascisti la sfondarono."(1644) Attraversato il cortile, gli scalmanati irrompevano nei locali della redazione. Scriver Il Popolo d'Italia in un pezzo intitolato "La fulminea sacrosanta rappresaglia fascista":

Penetrati nell'interno - che era deserto - sfasciarono ogni cosa, portarono masserizie, giornali, rotoli di carta, documenti e mobili d'ogni genere nel mezzo della strada. Accumulata ogni cosa, venne appiccato il fuoco che divamp rapidamente da due immensi fal. Mentre le fiamme si innalzavano sinistramente, dal materiale incendiato partiva un sinistro crepitio di pallottole che esplodevano(1645).

L'incendio divamp "fra gli applausi degli inquilini delle case vicine che, a conoscenza dell'atto terroristico al Diana, approvavano la giusta reazione"(1646). A mezzanotte l'impresa era finita. "Quando giunse la polizia, non pot che constatare il fatto compiuto."(1647) I fascisti, "caricati violentemente", si raccolsero in fondo a via Goldoni cantando Giovinezza(1648). Un breve comizio si tenne in viale Monforte: "parl un giovane, scagliandosi violentemente contro la propaganda anarchica, generatrice di episodi criminali"(1649).
Sfuggiti senza troppa fatica alle cariche della polizia(1650), i fascisti tornarono a raggrupparsi in viale Monforte e, "incolonnati alla militare"(1651), raggiunsero piazza del Duomo. "Per ogni via, per il corso Vittorio Emanuele, essi venivano freneticamente applauditi dalla cittadinanza, indignata per l'infame assassinio di Porta Venezia."(1652) Giunti in piazza del Duomo, dopo aver dato alle fiamme alcune bobine di carta del quotidiano anarchico fatte rotolare fin l(1653), "formarono un fal con pacchi di Umanit Nova che avevano appositamente conservato, percorrendo poscia la Galleria al canto degli inni patriottici"(1654).
La mattina dopo la portinaia dello stabile di via Goldoni 3 accorda un'intervista a un redattore della Sera. Secondo lei,

l'assalto sarebbe avvenuto cos. Verso le 11,30 alcuni individui avrebbero picchiato al portone, chiuso, della casa. Uno degli inquilini, che rincasava a quell'ora, apr credendo trattarsi di gente che doveva tornare alla propria abitazione. I giovanotti entrarono, scardinando la porta della redazione, e procedettero alla rappresaglia. Gli inquilini, alle finestre, urlavano, temendo che il fuoco si propagasse all'intero edificio. Ma pochi minuti dopo giungevano le guardie regie e gli assalitori si dileguavano.

Quel mattino "dinanzi alla casa vi era un tappeto di carte bruciate, di libri, di documenti". Dentro, la tipografia era intatta. I fascisti l'avevano risparmiata "perch si credeva che non appartenesse all'Umanit Nova". Da tre o quattro giorni, invece, macchine e materiale erano stati ceduti dal vecchio proprietario, Michele Fracchia, all'amministrazione del giornale. Solo i locali della redazione e della direzione avevano dovuto subire la violenza fascista. "I mobili sono bruciati; c' un groviglio d'indumenti anneriti."(1655) Commentava L'Ordine Nuovo: "Sembra difficile, per ora almeno, che il foglio anarchico possa riprendere le (...) pubblicazioni"(1656).

Altri "gruppi di cittadini indignati"(1657), cio di fascisti, raggiungono dopo mezzanotte(1658) la sede dell'Usi di via Mauri. "La sede era deserta e i fascisti hanno proceduto a una rapida distruzione dei mobili incendiando poi carte e documenti rinvenuti negli uffici."(1659) "Il fuoco non  stato appiccato" spiega benevolo Il Popolo d'Italia, "per non danneggiare gli inquilini dello stabile, per i quali era gi ragione di pena la vicinanza degli anarchici"(1660). L'opera di devastazione non viene contrastata dalla forza pubblica. Quando finalmente arrivano le guardie, i fascisti sono gi lontani.

"Ma l'episodio pi grave della scorreria fascista" scriver L'Italia il giorno dopo " stato l'incendio al nuovo palazzo dell'Avanti!, in via Settala, angolo via San Gregorio."(1661) Qui, verso le 2 del mattino, piomba una colonna di fascisti "reduci da tentativi infruttuosi fatti contro la sede dell'Avanti! in via S. Damiano"(1662). Le squadre di fascisti e di nazionalisti sono seguite da "centinaia di cittadini indignati per l'orribile carneficina"(1663). Anzitutto, secondo Il Popolo d'Italia, si tenta di abbattere lo steccato che cinge il cantiere. Ai primi rumori, per, dalle finestre dell'edificio partono colpi di rivoltella. I "cittadini giustizieri" rispondono al fuoco, ingaggiando una battaglia che dura un quarto d'ora. Alla fine, ridotti al silenzio, gli avversari battono in ritirata. Si pratica allora una breccia nello steccato, al quale intanto si  appiccato il fuoco. La folla irrompe nei locali appena costruiti e cerca di "danneggiare [il] pi (...) possibile" i macchinari, allargando l'incendio ai depositi della carta e della legna. In breve divampano le fiamme: "e dal braciere si udivano detonazioni come, se il fuoco avesse determinato lo scoppio di materie esplodenti e di munizioni". Dall'alto della scarpata - la stazione  vicina -

numerosi ferrovieri assistevano impassibili alla distruzione della futura sede del grande organo per la fabbricazione della mistura torbida e amara che avvelena le anime dei proletari(1664).

Diversa la cronaca del Corriere. Per questo giornale sono stati i dimostranti a sparare per primi, lanciando contro il fabbricato addirittura "varie bombe a mano". All'attacco hanno risposto alcuni inquilini "con rivoltellate" e, "secondo i fascisti", guardie rosse a colpi di moschetto. Durante la battaglia "due bombe sarebbero state lanciate dall'interno, senza arrivare sulla via, ma, cadendo dietro la palizzata, avrebbero aperto in essa una breccia"(1665). Per quella breccia passano gli aggressori che, "con latte di benzina"(1666), danno fuoco a un capannone. Da l le fiamme si propagano ad altri capannoni e allo steccato.
Le bombe, ribatter l'Avanti!, sono state lanciate dagli aggressori, che hanno percosso e minacciato di morte il vecchio custode. Con lui nel recinto, a quell'ora, c'erano solo alcuni muratori, tutti disarmati, che dormivano in un capannone.

Essi smentiscono nel modo pi assoluto la versione data da alcuni fascisti che contro di essi siano state lanciate delle bombe e sparate revolverate, e questa smentita  confermata dai funzionari che dirigevano il servizio d'ordine(1667).

Il giornale socialista denuncia due fatti di estrema gravit: i pompieri, prontamente intervenuti, non hanno potuto spegnere l'incendio per l'opposizione dei fascisti, che "avrebbero sparato anche qualche rivoltellata e che tagliavano i tubi degli idranti"; e le guardie regie incaricate di disperdere la folla hanno tenuto un contegno "completamente passivo". Anzi, "alcune di queste rifornivano di proiettili gli assalitori e si opposero, insieme ai fascisti, all'opera di spegnimento",
I fatti erano ammessi dal Popolo d'Italia(1668) e confermati dagli stessi pompieri l'indomani in un ordine del giorno nel quale si diceva che mentre

si accingevano a spegnere l'incendio che divampava sinistro alla nuova sede dell'Avanti!, [essi] vennero fatti segno a ingiuste e deplorevoli invettive, a colpi di rivoltella e a minacce di altro genere, mentre le regie guardie assistevano impassibili e compiacenti (...) ad atti vandalici come il taglio dei tubi conduttori, [l']asportazione e [la] distruzione di lance e altri atti di devastazione di materiale che  di patrimonio pubblico(1669).

Solo verso le 4 del mattino, dopo che una autoblindata era riuscita "a sospingere i fascisti nelle vie laterali e a farli allontanare"(1670), l'incendio poteva dirsi domato. Ma intanto i due capannoni esterni erano andati completamente distrutti con la carta e il materiale da costruzione che contenevano, mentre nello stabile adibito a tipografia, quasi ultimato, tutti i vetri erano andati in frantumi e alcuni muri divisori erano stati abbattuti. Tre macchine piane e due grossi motori erano stati prima semidistrutti a colpi di spranga e di martello, poi dati alle fiamme(1671).
Il giorno dopo, in un commento intitolato "Incendio intelligente", il giornale socialista scriveva:

Per la seconda volta (...) dopo la guerra, l'Avanti! ha subito un incendio (...) che ha distrutto (...) una parte della nuova sede (...)
La nuova sede  poco nota;  all'opposto della via S. Damiano dove ancora l'Avanti! si scrive e si stampa, non  ancora compiuta, per cui alla massa dei dimostranti (...)  pressoch sconosciuta.
Ma in ogni movimento che non sia proletario, per quanto determinato, in una parte di coloro che costituiscono la massa, da impulso generoso di reazione contro un delitto che neppur lontanamente  imputabile ai socialisti, vi  quel qualcuno che mira a un obiettivo ben determinato, che obbedisce a un interesse di fazione o di classe molto chiaro, e che, al momento opportuno, d alla folla un indirizzo e una meta.
E la meta mercoled sera  stata la nuova sede dell'Avanti!.
Infatti, a quante persone, nell'imminenza della campagna elettorale, e, in ogni caso, durante la campagna fascista, farebbe immenso piacere che la voce del proletariato che risuona ogni mattina da venticinque anni si affievolisse o si spegnesse del tutto! E i ripetuti tentativi per smorzare quella voce lo provano. Compagni lavoratori, non dimenticatelo(1672).

Quella notte alle 3,40 il prefetto di Milano inviava il suo primo rapporto:

Ore 23 un potente ordigno esplosivo collocato con miccia presso vetrina teatro Diana scoppiava con immenso fragore devastando parte teatro [e] causando la morte di una quindicina di spettatori (...) e feriti gravi oltre 50 persone. Esplosione fu tanto violenta da lesionare anche un edificio vicino. Attentato terroristico  evidentemente stato perpetrato da anarchici per protesta contro detenzione Malatesta [e] fomentato con assidua campagna giornale Umanit Nova (...) Questura mobilit immediatamente tutte sue forze e servizi prontamente disposti valsero a scongiurare gravi reazioni tentate dai fascisti. Infatti ore 23,20 una vettura che trasportava alcune persone fu circondata da funzionari e agenti mentre a gran corsa tentava recarsi giornale Avanti! ed erasi dovuta arrestare per preventivi sbarramenti fatti con camion della questura. Tre degli individui che erano nella carrozza riuscirono a sottrarsi colla fuga. Uno si gett nel Naviglio e fu arrestato. Vettura conteneva tre bombe e due pistole che vennero sequestrate. Pi tardi fascisti tentarono assalire nuovo edificio Avanti! e contemporaneamente, divisi in squadre, assaltarono la sede dell'Umanit Nova, dell'Unione sindacale e di alcuni circoli socialisti. Ovunque si trovava gi la forza, ma nonostante ci e i rinforzi prontamente inviati non fu possibile impedire inizio opera devastatrice che fu per contenuta. Anarchici tentarono anche collo scoppio di 2 bombe [di] danneggiare centrale azienda elettrica municipale ma senza risultato.
Situazione  gravissima e si prevedono altri gravi episodi. Colle forze a mia disposizione che sono inferiori al bisogno ed inferiori agli effettivi richiesti insistentemente fronteggio come posso gli avvenimenti(1673).

Anche Lusignoli pass la notte in bianco. Alle 5,10 telegrafava:

Attentati fascisti per reazione all'eccidio del teatro Diana furono durante la notte i seguenti: 1 tentativo con bombe contro sede Avanti! sventato dalla forza pubblica che sequestr bombe. 2 Principio d'incendio ai nuovi locali dell'Avanti! limitatosi a una palizzata e a due baracconi esterni. La presenza della forza pubblica e intervento di forti reparti di guardie regie e di autoblindate mise in fuga i 400 fascisti impedendo la devastazione dell'edificio e del macchinario tipografico del valore di un milione. 3 Tentativo di devastazione della sede dell'Umanit Nova limitatosi all'asportazione di carte e registri bruciati poi a distanza mentre la tipografia fu preservata dalle guardie regie. 4 Asportazione di mobili al circolo socialista di via Verziere e incendio dei medesimi all'esterno contro [cui] l'esigua forza accorsa non pot opporre efficace contrasto. 5 Invasione dei locali dell'Unione sindacale italiana ove un commissario presente con un nucleo di regie guardie non pot opporsi perch immobilizzato dal forte numero degli assalitori che gettarono mobili, registri e carte dalla finestra senza per riuscire a bruciarli. 6 Tentativo di impedimento alla spedizione in provincia del giornale Avanti! sventato dalla forza pubblica. Le previsioni sono gravi, tenuto presente l'atteggiamento delle masse operaie che credo certamente abbandoneranno il lavoro(1674).


"IL CICLO ROSSO CHIUSE LA- SUA PARABOLA"

Le prime reazioni alla strage della stampa milanese, concorde, nella sua generica deplorazione, non escono da un arco piuttosto ristretto di considerazioni. Unanime, sui giornali borghesi, la condanna della propaganda sovversiva, alla quale si tenta di far risalire la responsabilit morale di tutto il sangue versato. Differenziato il giudizio sulle rappresaglie fasciste, in una gamma che va dalla mera constatazione del Secolo che una rappresaglia c' stata (senza che ci strappi al giornale una sola parola di condanna) fino alla giustificazione e addirittura all'esaltazione delle violenze fasciste da parte dei giornali pi reazionari (La. Sera, La Perseveranza e, nei giorni seguenti, L'Italia), Assai diffusa, infine, la sfiducia nel governo (che tocca la sua punta pi aita nel Secolo) e alquanto vibrata la richiesta di una pronta azione repressiva che riduca al silenzio gli agitatori e riporti l'ordine nel paese alla vigilia della nuova, indesiderata competizione elettorale. In perfetto, quasi simmetrico contrasto, le posizioni dei due giornali milanesi pi spiccatamente politici, l'Avanti! e Il Popolo d'Italia, i quali tuttavia condannano la strage con lo stesso argomento (il classico cui prodest) e quasi con le identiche parole. Il giornale socialista si difende, cercando solo di scindere le responsabilit del partito da quelle dei "comuni delinquenti" che hanno messo la bomba in teatro; il giornale fascista attacca, giustificando le rappresaglie dei suoi e minacciandone altre.  una vecchia filastrocca, che si recita gi da vari mesi in molte piazze d'Italia.
"Su chi cade il sangue di stanotte?" si chiede enfaticamente Ettore Cozzani all'alba del 24 marzo nell'articolo di fondo della Sera(1675).

Sugli operai che anelano con morbosa bramosia gli agi e la cernutela di quei borghesi che depravano se stessi nel godimento sinistro di beni rubati; sugli operai che hanno disertato, col tradimento delle loro famiglie, l'onesto lavoro quotidiano per l'imbestiata foia politica, che non si placa ma si esaspera nei conciliaboli parolai e nelle osterie velenose; - e sui borghesi che ogni giorno, dimentichi d'una nobile tradizione di opere e di pensieri che han resa la loro classe degna di guidare il mondo - si imbragano nel pi osceno fango della lussuria, dando spettacolo d'ogni pi impudente disprezzo della sofferenza e delle virt della patria; - e sui borghesi che, anche loro, hanno disertato il loro ufficio quotidiano per sfruttare il malcontento e il disagio delle moltitudini e i santi ideali di redenzione e per vivere d'una propaganda che si finge apostolato ed  invece furbesco rimestamento di ogni pi bassa passione per pescare nel torbido.

Poco importa, a Cozzani, se Malatesta mangia o digiuna, n se "i suoi adepti, con un senso di selvaggia devozione all'idolo impassibile, gli porgono sul piatto della loro ferocia brandelli di carne umana perch se ne sazi". Gli piacerebbe sapere, invece, "quanti operai, e quante madri, mogli, sorelle, figlie di operai, sentono di poter mettersi dietro il fantasma dell'assassino, - e sorreggerlo, - e dire: "Egli  nostro; egli ha operato per mandato nostro..."". Gli piacerebbe sapere "quanti predicatori della buona novella" ricordano "i giorni non lontani" in cui guidavano "le schiere cupe arrossate dal palpito delle bandiere" per le strade e le piazze della citt "insegnando perfino alle donne e ai bambini il gesto della mannaia da rivolgere a minaccia ed a scherno contro ogni borghese che s'avventurasse sul passaggio del corteo o si sporgesse da una finestra", "quanti sentano di poter dire: "La bomba di stanotte non  nulla di diverso da quel gesto..."".
All'apocalittico sfogo di Cozzani si ricollega l'articolo di fondo del Corriere della Sera(1676), un po' pi rigoroso nell'analisi (vi si condanna il clima politico creato nel paese dalle lotte tra fascisti e socialisti, gli "opposti estremismi" di allora, e nella propaganda sovversiva ispirata da quel clima si identifica la causale della strage), ma scritto in uno stile non molto diverso.
In Italia, constata l'articolista, si va fomentando una "passione di violenza" che ha finora trovato sfogo nell'"aspra e sanguinosa lotta tra fascisti e socialisti". Mancava per ancora "la vera frenesia della strage". Le "belve" erano solo agli inizi dei loro "esperimenti". Ma il massacro del Diana rappresenta un pauroso passo avanti in questo campo.

E questa furia selvaggia, questa demenza criminosa coincide con lo sciopero della fame dell'anarchico Malatesta e con le proteste e con le minacce insorte in sua difesa. Al vecchio eccitatore di violenze, che digiuna, si offre forse il sangue degli innocenti a fiotti?

Se per il Corriere della Sera, incerto tra la solita fuga nell'irrazionalismo dei "mostri" covati dall'ombra delle grandi citt e un'analisi politica sia pure di parte, la strage del Diana  il prodotto di un "bieco connubio di esaltazione dottrinaria e d'imbecillit spirituale", per Il Secolo(1677) la colpa principale dell'"infame" propaganda sovversiva  quella di distogliere i teppisti dalle "torbide vie della delinquenza comune" per incanalarli nel; "gran mare della delinquenza politica". Ma se all'origine di queste manifestazioni di delinquenza politica  la propaganda sovversiva, che dire della propaganda e delle spedizioni punitive fasciste? Molto reticente su questo punto, Il Secolo non sa esprimere che un vago senso di "orrore". "La rappresaglia fascista" scrive alludendo all'incendio dell'Avanti! "ha immediatamente percosso l dove le pareva di scorgere anche solo responsabilit di carattere morale." I fascisti per hanno colpito solo perch "la rossa marea della follia sale e non si arresta". "Vuole essa sommergere del tutto la patria esausta?";  Il ruolo di difensore degli interessi del conservatorismo pi gretto e reazionario  sostenuto, a Milano, dalla Perseveranza. E La Perseveranza non delude i suoi lettori scagliandosi, in un corsivo(1678), contro gli attentatori del Diana, additandoli all'odio della popolazione, giustificando col tono pi fermo la rappresaglia fascista e invitando il governo a reprimere e spazzar via, prima che: lo facciano gli squadristi di Mussolini, ogni propaganda sovversiva. "Assassini e non altro che assassini, non giustificabili da nessun pretesto di competizione politica, non comprensibili neppure in nessuna categoria di partecipanti a quei tristi episodi di guerra civile che abbiamo deplorato nei giorni scorsi", sono gli autori dell'"infame macello, freddamente preparato e bestialmente compiuto" in un teatro popolare "al solo scopo di uccidere inermi e pacifici cittadini". Contro questi assassini, e contro i loro istigatori e i loro complici, che "si dicono anarchici ma operano da belve",  possibile provare un solo sentimento: "un sentimento di orrore e di odio".
Questo sentimento, accesosi la sera stessa della strage "nel cuore di tutta intera la cittadinanza" e manifestatosi in propositi e opere "di legittima rappresaglia", assume la forma di un "ammonimento politico che non pu essere trascurato". Ammonimento al governo "perch restauri l'imperio della legge, perch consolidi la forza della disciplina e perch dia fine, una buona volta, alla tolleranza - non sappiamo se pi inconsulta o pi vile - della propaganda nefasta e dei propagandisti criminosi" che la reazione fascista, "giustamente punitiva", non vale a reprimere e a prevenire.
Netta e comprensibile nell'imminenza delle elezioni di maggio, anche se puramente difensiva e pertanto di assoluta retroguardia, la posizione dell'Avanti!(1679). Per il giornale di Serrati la strage del Diana non  un delitto politico ma un semplice atto di delinquenza comune. I socialisti, che hanno espresso a pi riprese la loro contrariet alla violenza politica personale, si schierano "a mille doppi" contro il delitto comune, il concetto  ripetuto pi volte, con monotonia. E per renderlo ancora pi chiaro si ricorre a una modesta argomentazione suppletiva: "Chiunque sia stato (...) colui che ha gettato nel teatro l'ordigno di morte, quegli, se pur poteva avere una causa qualsiasi da difendere, egli ed egli solo ha tradita la sua stessa causa". Debole puntello prima di un rassegnato e tremebondo finale: "Inoltre egli pu aver dato pretesto a eventuali altre violenze di rappresaglia, che per non sarebbero meno condannabili di questa infamia".
Ben diverso, bisogna riconoscerlo, il piglio di Mussolini sul Popolo d'Italia(1680). "Sentivamo," egli scrive "e bastava seguire certi indizi, leggere certi scritti, che qualche pazzo criminale avrebbe trovato nel digiuno del leader anarchico il pretesto per una strage in grande orribile stile." Ma questo pazzo criminale ha fatto male i suoi calcoli, perch "colui che ha lanciato l'ordigno (...) ha pregiudicato irreparabilmente la causa del detenuto di S. Vittore". L'attentato  "inutile e stupido" e l'eccidio "sollever una formidabile ondata di sdegno e di odio".
Ci detto,  facile difendere l'azione dei fascisti. "Se i parenti delle vittime o i cittadini esasperati linceranno gli esecutori materiali e morali del delitto, chi potr negare giustificazione alla rappresaglia che sboccia sul sangue ancora caldo di tanti innocenti?" E rendendosi interprete dei sentimenti di questi "cittadini esasperati", aspiranti linciatori di "esecutori materiali e morali" di delitti, Mussolini si avvia al tracotante finale: "Noi siamo angosciati ma decisi. Un abominio di siffatta specie non pu restare impunito. E non rester".
I commenti della stampa alla strage del Diana in altre regioni d'Italia non interessano quest'opera. Se facciamo un'eccezione, citando un brano del Messaggero,  perch ci sembra che esso sintetizzi il pensiero di tutta la stampa romana e, indirettamente, del governo dopo i tragici fatti di Milano.
Parlando genericamente della propaganda sovversiva, il 24 marzo il Messaggero scrive: "(...) essa deve allora essere definita per quello che veramente : criminalit e incoscienza, e trattata come si merita: con la repressione; repressione soprattutto degli elementi ispiratori; i capi che urlano, sobillano e poi si nascondono; essi sono i veri responsabili. Il popolo  cieco, malato, solo uno strumento. Essi lo hanno ingannato profittando della sua ingenua forza incosciente, del suo tormento". E, dopo aver fatto un sol fascio di anarchismo e comunismo, conclude: "Ora basta. Il ciclo rosso chiude la sua parabola. Provato che l'anarchismo non serve a nessuno, non  sentito dalle masse,  solo un pericoloso punto d'arresto della civilt italiana, non c' bisogno che si continui pi oltre; lo si affida alla guardia regia e alla reazione spontanea della borghesia che ha da provare con essa che l'Italia non  un paese invertebrato come la Russia"(1681).
Pi che un commento, questo  un programma. E sar puntualmente realizzato, con l'aiuto del governo e della borghesia, fino al non lontano avvento del fascismo.


"VENDETTA, DUNQUE, SIA!"

Se la scia di lutti lasciata dalla bomba ha addolorato tutti i milanesi, indipendentemente dalle loro idee politiche, "l'emozione che ha preso tutta la cittadinanza alla notizia dell'attentato" - scrive il Corriere della Sera - "ha avuto i maggiori riflessi fra gli aderenti ai Fasci di combattimento"(1682).
Sulla sincerit di questa emozione  legittimo avanzare qualche dubbio. La strage del Diana, col suo strascico di pena e di paura, si presenta ai fascisti milanesi come un'ottima occasione per strumentalizzare il malcontento di una parte della popolazione, rovesciare sui socialisti lo sdegno dei benpensanti e porsi in una luce pi favorevole agli occhi di quanti avevano finora diffidato, se non degli scopi dichiarati, almeno dei metodi poco ortodossi del loro aggressivo movimento. Mussolini  troppo furbo per farsela sfuggire e agisce ancora una volta con straordinaria tempestivit.
Gi la mattina dopo l'attentato i fascisti e i nazionalisti milanesi formano un comitato d'azione al quale aderiranno, subito dopo, anche gli arditi.
Fissata la "norma precisa" che "sia impedita ogni iniziativa privata" (l'ha ordinato Mussolini, che non vuol fare passi falsi in un momento per lui tanto delicato e importante), il comitato d'azione elabora una serie di misure destinate a richiamare tutta la cittadinanza a un "doveroso atteggiamento di cordoglio". Si provvede cos, in primo luogo, a far sospendere le udienze in pretura, tribunale e corte d'appello; a "diramare squadre attraverso le principali arterie della citt" perch i negozi abbassino in segno di lutto le saracinesche, i palazzi chiudano uno dei due battenti del portone, i balconi si adornino delle bandiere abbrunate e tutti espongano cartelli con la scritta "lutto cittadino"; a imporre la chiusura di tutti i cinematografi, i teatri e i locali di divertimento; a invitare le associazioni locali e a fare appello alla cittadinanza "perch alle vittime sia manifestato quell'unanime tributo di cordoglio che risponde al loro alto sentimento di piet"; a impartire istruzioni a tutti i fasci e a tutti  gruppi nazionalisti del paese perch analoghe manifestazioni si svolgano il giorno dei funerali; a compilare un manifesto che, redatto nello stile tipico di Mussolini, merita di essere riprodotto integralmente:

Milanesi!
 inutile piangere e commemorare. , soprattutto, delittuoso distinguere. Non ci sono solamente dei delinquenti; esistono in larga misura dei responsabili.
Troppo odio e da troppi  stato seminato - dal Partito Socialista al Comunista, all'Anarchico - per poter oggi scaricare il terribile fardello della colpa sulle spalle dei pi umili gregari.
Bisogna vendicare!
Solo in tal modo si ristabilisce la giustizia. In tal modo soltanto la piet pu essere placata.
Milanesi!
La supina acquiescenza delle Autorit politiche alla demagogia imbestiata d i suoi frutti.
Mentre si perseguita il Fascismo per soddisfare le manovre parlamentari dei socialisti, provocando cos le necessarie rappresaglie che sono il risultato dell'assenza di tutela, si d il modo alla furia belluina dei sicari di assassinare i nostri fratelli, le nostre donne, i nostri fanciulli.
Vendetta, dunque, sia! Perch le gioie, le dolcezze, le bellezze della vita possano tornare a risplendere nella purificazione della fratellanza e dell'amore(1683).

"L'unico manifesto che non avvolge il pensiero nelle nebbie dell'ipocrisia" scriver Mussolini sul Popolo d'Italia " quello del comitato d'azione formatosi ieri tra fascisti, nazionalisti e arditi. Pensiero chiaro: le vittime non devono rimanere invendicate." E si affretter ad aggiungere, sempre temendo che qualcuno dei suoi, pi indisciplinato degli altri, possa rompergli le uova nel paniere:

Ma a questo proposito noi dobbiamo parlare franco anche ai fascisti. Nessuno dei fascisti deve assumersi il compito di iniziative individuali che possano gettare una luce poco simpatica sul Fascismo. Gli organismi dirigenti non possono assumersi la responsabilit di tutte le azioni pi o meno brillanti che elementi non sempre controllabili possono compiere. Non bisogna fare del pussismo a rovescio. Non bisogna, con gesti inconsiderati, aiutare il pussismo a rifarsi una riputazione. Non bisogna lavorare per i nostri nemici. Ora, certe azioni di iniziativa individuale non giovano al Fascismo, gli allontanano delle forti simpatie, perch lo mettono quasi automaticamente sul piano morale e materiale dei nemici ch'esso strenuamente combatte(1684).

Non si vuole che qualche ardito troppo esuberante, magari approdato al fascismo dopo un'esperienza sindacalista-rivoluzionaria, rovini con un gesto inconsulto la dignitosa facciata che Mussolini sta cos abilmente intonacando e impedisca al fascismo di indossare il costume di tutore dell'ordine e vero interprete del lutto cittadino. Cos le squadre di giovani fascisti, di nazionalisti e di "appartenenti ad altri partiti", "ad associazioni patriottiche" o "a nessun partito"(1685) che verso le 11 del mattino cominciano a battere le vie del centro invitando gli esercenti a tirar gi le serrande dei negozi (ma solo a met, "poich il ritmo operoso della vita cittadina non doveva essere arrestato")(1686), i portinai a chiudere un battente e tutti ad affiggere i manifestini listati di nero con la scritta "chiuso per lutto cittadino" e ad esporre su edifici pubblici e case private il tricolore abbrunato, non daranno luogo a incidenti, almeno nella prima met della giornata.  vero che il questore ha vietato ogni manifestazione. Ma i fascisti sfilano egualmente, "in corteo serio e ordinato"(1687), lungo quelle strade del centro dove sono sempre stati bene accolti, e si danno un gran daffare, indisturbati, perch siano applicate dappertutto le misure del comitato d'azione.
Cos quello che il giorno dopo la maggior parte della stampa descriver come una spontanea partecipazione al lutto di tutta la cittadinanza, in realt non sar stato altro che il frutto di una meticolosa preparazione realizzata con la tolleranza delle autorit e l'esplicito appoggio della piccola e grande borghesia. Sono i fascisti, la mattina del 24, a imporre la sospensione delle udienze giudiziarie (anche se qualche giornale l'attribuir a un "impulso spontaneo" degli avvocati e dei magistrati(1688), molti dei quali, d'altronde, non avevano mai nascosto le proprie simpatie per il fascismo); sono loro, d'accordo con le autorit e le direzioni dei teatri, a far chiudere tutti i locali pubblici prima che la Confederazione dei lavoratori del teatro, aderente alla Cgl, inviti i suoi iscritti ad astenersi dal lavoro, in segno di lutto, il 24 e il 25 marzo(1689); sono sempre loro, infine, a reclamare la chiusura della Borsa, la sospensione delle corse al trotto in programma per quel pomeriggio all'ippodromo di Turro e l'esposizione della bandiera a mezz'asta dalle finestre e dai balconi delle case. Ed  proprio nello zelante espletamento di quest'ultima attivit che scoppia un piccolo incidente, presto risolto, tra i fascisti e le massime autorit militari di Milano.
Leggiamone il resoconto sul Popolo d'Italia. La mattina del 24 marzo

una colonna di fascisti, percorrendo via Brera, si accorgeva che dal palazzo del comando del corpo d'armata non pendeva il tricolore abbrunato; allora una commissione composta da Terzaghi, Rossi, Morisi e Frattini sal negli uffici ad esprimere il desiderio che l'autorit militare non rimanesse estranea al generale lutto cittadino. Un capitano addetto al comando rispose che l'omissione evidentemente dipendeva dall'eccesso di lavoro della giornata, ma che si sarebbe certamente provveduto al pi presto.

Vana promessa, perch i fascisti che ripassano davanti al comando del corpo d'armata a tarda sera possono agevolmente constatare che la bandiera non  stata esposta. "Evidentemente" conclude, acido, Il Popolo d'Italia, "o l'amnesia in via Brera  cronica oppure il signor generale De Albertis  un codino della forma."(1690)
Il generale De Albertis accusa il colpo. "La questione dell'innalzamento della bandiera sugli edifici militari" scrive prontamente a Mussolini "si connette ad altre di ordine generale, che sono stabilite dal potere centrale."  stato proprio nel tentativo di "conciliare il desiderio dei rappresentanti dell'indignazione cittadina per il truce attentato" (in altri termini, i fascisti), che il suo comando ha chiesto a chi di dovere "se l'edificio, in questa circostanza, poteva considerarsi un qualunque edificio privato, sul quale ogni cittadino pu manifestare come vuole il prorompere di un legittimo risentimento". Non  colpa sua se "fu risposto negativamente"(1691).
Soddisfatto della spiegazione, Il Popolo d'Italia dichiara chiuso l'incidente. Se abbiamo criticato, commenta,  stato solo perch la cittadinanza, "ignara delle esigenze della forma", era rimasta "dolorosamente sorpresa" alla vista di quei balconi orbi del drappo nazionale(1692). Ma nell'ansia di provare che non  n un amnesiaco n uno schiavo della forma il generale De Albertis ha commesso una gaffe ancor pi grossa di quella che poteva essere stata, per Il Popolo d'Italia, l'omessa esposizione della bandiera. Il comandante del corpo d'armata, scrivendo "per esporre le ragioni... burocratiche delia mancata esposizione"(1693), ha inviato copia della sua lettera anche ad altri giornali. E questa lettera, pubblicata solo in parte dall'organo fascista, cominciava cos:

Ho letto con dispiacere sul Popolo d'Italia di oggi la corrispondenza [intitolata "Il Comando del Corpo d'Armata ignora la strage"] e, lo dico francamente, non mi aspettavo che un giornale, amico dell'Esercito ed agli ufficiali in ispecial modo gradito, pubblicasse un commento poco favorevole al Corpo d'Armata...(1694)

Dalla padella nelle brace, povero generale. "In un momento cos grave" commenter l'Avanti! in un corsivo significativamente intitolato "La politica dell'esercito" "il comandante del corpo d'armata di Milano, nella sua duplice qualit di funzionario del governo e di capo della forza armata del paese (che, in teoria, si proclama apolitica), coglie l'occasione per esprimere pubblicamente e senza equivoci, con franchezza, la simpatia dei comandanti dei proletari in armi per un giornale politico al quale fa notoriamente capo una delle ali estreme delle due parti in lotta." L'Avanti! non ha dubbi. La lettera di De Albertis "smentisce la fola della neutralit governativa e conferma l'ipotesi della crisi dello stato; (...) le parole del generale dimostrano anche ai ciechi quali siano le forze occulte o palesi che integrano e sostengono la reazione antiproletaria"(1695).
Le manifestazioni fasciste si moltiplicano nel pomeriggio. Verso le 17, vedendo passare su un'autopubblica Pasella, Morisi, Rossi e l'on. Daniele Crespi, gruppi di cittadini levano acclamazioni al fascismo e costringono il primo a improvvisare un breve discorso.

Pasella ha rievocato la strage di mercoled risalendo alle origini e fissando le responsabilit di questo stato d'animo di odio e di perversione antisociale e antinazionale; ha concluso riconfermando il proposito dei Fasci di fronteggiare a qualunque costo tutte le violenze e tutti gli agguati del politicantismo socialista e delle altre frazioni minori.

Grandi applausi della folla salutano la fine del discorso. "Pi tardi" conclude il giornale di Mussolini accennando brevemente alle manifestazioni successive "lunghe colonne di fascisti, inquadrati militarmente, ed in perfetto ordine, hanno percorso il rione di Porta Venezia ricongiungendosi poi con gli altri cortei che durante la giornata si sono spontaneamente formati nel centro della citt."(1696)
Maggiori i particolari forniti dall'Italia:

Verso sera una forte colonna di fascisti, allineati per quattro, si  formata nei pressi della Piazza Duomo, e per corso Vittorio Emanuele si diresse verso Porta Venezia. Sul corso omonimo, per, la colonna venne fermata da agenti investigativi agli ordini del commissario Birondi il quale riusc a disperdere i dimostranti senza che avvenissero incidenti notevoli. I fascisti tornarono a riunirsi pi tardi riuscendo infine a raggiungere il loro obiettivo. Sulle loro tracce venne da S. Fedele mandato un camion con una trentina di guardie regie. La colonna dei fascisti, per, dopo aver fatto un giro per il piazzale Venezia imbecc il viale Monforte e, per viale Vittoria, raggiunse il piazzale del monumento delle Cinque Giornate, tornando, nuovamente, al centro. Nessun incidente  venuto a turbare la calma del pomeriggio, che  stata perfetta(1697).

Altre due tentate dimostrazioni vengono segnalate dai giornali. La prima, riferita dal Corriere della Sera, ha luogo verso le 18 in via Manzoni, dove un gruppo di fascisti diretti verso Porta Venezia sono affrontati dalla forza pubblica e dispersi(1698). Della seconda troviamo notizia sull'Avanti!. A quanto riferisce questo giornale, verso la mezzanotte del 24 marzo "forti gruppi di fascisti indrappellati" si avvicinano alla Camera del lavoro di via Fanti con l'intenzione di assaltarla. Ma la forza pubblica riesce a sbandarli, e allora i fascisti si allontanano verso Porta Monforte(1699).
Il quadro che tutti questi brandelli di notizie contribuiscono a formare  sufficientemente chiaro. Per tutto il pomeriggio e per tutta la sera del 24 marzo colonne di fascisti, di nazionalisti e di arditi furono lasciate libere di battere, per la prima volta con tanta spavalderia, quelle strade e quelle piazze di Milano dove fino a pochi mesi prima avevano osato mostrarsi solo per rapidi colpi di mano contro le massicce dimostrazioni dei "rossi". Termometro della nuova situazione, e dei nuovi rapporti di forza venutisi a creare, gli allarmati commenti dell'Avanti!:

Viva impressione hanno sollevato nella serata le notizie di continue provocazioni contro i socialisti e gli operai compiute dai fascisti e dai nazionalisti. Impressione resa ancor pi acuta dalla notizia che costoro in alcune circostanze si sono resi colpevoli di veri e propri reati come quello dell'incendio della nostra sede; come quelli che si riferiscono a violenze commesse contro le sedi di alcuni circoli socialisti e contro persone supposte sovversive(1700).

Il 24 marzo, rispondendo all'appello del comitato d'azione milanese, scendono in piazza anche i fasci di combattimento e i gruppi nazionalisti di altre citt italiane.
A Parma, dove sono state esposte le bandiere abbrunate e drappi neri adornano tutti i balconi, "i fascisti hanno percorso le vie in cortei di protesta"(1701).
Una colonna di fascisti sfila a Reggio Emilia, dove la bandiera nazionale sventola sul municipio socialista. Qui, nel pomeriggio, i fascisti fermano l'anarchico Gobbi, corrispondente di Umanit Nova, e gli ingiungono di gridare: "Viva l'Italia!". "Viva l'anarchia!" ribatte Gobbi in faccia ai suoi aggressori, che allora gli saltano addosso e lo picchiano, mandandolo all'ospedale(1702).
Un comizio fascista si tiene a Verona, mentre a Napoli gruppi di fascisti percorrono le vie principali invitando gli abitanti a esporre le bandiere abbrunate(1703).
A Genova, dove il fascio locale ha lanciato alla cittadinanza un "vibrante" manifesto, la sera i fascisti fanno il giro dei caff-concerto intimando alle orchestre di tacere. Il giorno dopo la citt  "tutta imbandierata a lutto". Squadre di fascisti "circolano continuamente". Lo stesso giorno si svolgono i funerali della vittima dell'attentato di Pegli. Il corteo da Pegli a Sestri Ponente  chiuso da "varie centinaia di fascisti, inquadrati militarmente, coi gagliardetti", i quali, dopo le esequie, sfilano "in corteo" per la citt(1704).
Ma le manifestazioni pi imponenti si svolgono a Roma. Qui, fin dal mattino, squadre di fascisti e di nazionalisti hanno percorso le vie del centro invitando i cittadini a esporre le bandiere a mezz'asta. "Le bandiere sono state subito esposte e cos Roma, in un momento,  stata imbandierata a lutto."(1705) Le voci diffuse nella capitale di un possibile sciopero generale promosso dai comunisti inducono il fascio di combattimento romano a pubblicare un manifesto nel quale esso dichiara di "tenersi pronto per impedire ogni violenta sopraffazione e ogni attentato al funzionamento dei principali servizi pubblici". Nello stesso tempo si avvertono gli organizzatori che "saranno tenuti personalmente responsabili di ogni attentato e di ogni atto lesivo degli interessi della popolazione". Per finire, i negozianti sono invitati a non chiudere i loro esercizi: provveder il fascio a "vigilarli con proprie squadre"(1706).
Nel tardo pomeriggio una colonna di fascisti e di nazionalisti fa il giro dei teatri e dei cinematografi romani per imporne la chiusura. Raggiunta piazza Venezia al canto degli inni patriottici, i dimostranti vengono affrontati dalla forza pubblica, che li disperde. Questo accadr pi volte ("tanto per salvare le apparenze" commenta L'Ordine Nuovo) ma sempre il corteo torner agevolmente a formarsi. Associandosi al "desiderio" dei fascisti, i negozi delle vie del centro espongono la bandiera abbrunata. E le direzioni dei teatri aderiscono alla "richiesta" dei fascisti, ordinando la sospensione degli spettacoli in programma per quella sera(1707).
Sul tardi comincia a circolare la voce che "i fascisti avrebbero organizzato una spedizione punitiva contro la commissione direttiva della camera del lavoro". Il questore fa presidiare dalle forze dell'ordine sia la sede della Camera del lavoro che quella del partito socialista, oltre alla tipografia dell'Avanti! di piazza della Pilotta. "Fino a notte alta" informa L'Italia " durata la processione della polizia." Ma la fiducia nelle forze dell'ordine dei socialisti e dei comunisti romani non doveva essere molta se

intanto, in silenzio, i capi della camera del lavoro raccoglievano tutti i registri, le carte, le lettere, ponendo i documenti in due passette col proposito di mettere tutto in salvo nel caso di una visita non gradita dei fascisti. Dopo le carte si provvide a salvare le bandiere. Furono tolte le bandiere della camera del lavoro, quelle della lega politica la cui sede  nella saletta superiore della casa del popolo, e altre. Infine coloro che compirono l'accorta e previdente impresa scendevano le scale e si allontanarono(1708).

Il 25 marzo la capitale  tranquilla. "I tram circolano, la vita cittadina non ha subito alcun ristagno" scrive L'Italia. "Si lavora dappertutto. I quartieri popolari sono per sotto la sorveglianza della questura."(1709)
La manifestazione ufficiale di protesta ha luogo il giorno dopo.  la vigilia di Pasqua. Nazionalisti, fascisti e arditi, inquadrati militarmente, arrivano in piazza Venezia verso le 4 del pomeriggio. Qui si forma il corteo che sfiler sotto la pioggia, cantando inni patriottici, fino in piazza del Popolo.
Il corteo  "imponente", gli applausi "continui" e "clamorosi"(1710). Nel corso della dimostrazione, che durer circa un'ora, l'agenzia Stefani si trover a dover segnalare solo "qualche incidente senza gravi conseguenze". Trascurando la fischiata all'Hotel Jolanda Metropole, espressione del risentimento dei dimostranti per l'assenza della bandiera nazionale, che viene subito esposta al balcone principale, quelli che incorrono nelle ire dei manifestanti sono un vetturino, un fattorino del telegrafo (o un semplice portalettere) e un tramviere. Il primo viene "ingiuriato", "costretto a fermarsi" e percosso davanti al traforo del Quirinale per non aver obbedito all'ingiunzione di arrestarsi al passaggio del corteo. Il secondo, all'inizio di via Tritone, per aver detto "parole ironiche" alla prima intimazione di togliersi il cappello, viene attorniato dai fascisti che "lo richiamano energicamente al dovere...!"(1711). Altre "parole" rivolgono i dimostranti a un tramviere che si era rifiutato di togliersi il berretto al passaggio del corteo: e, con le parole, una pi persuasiva scarica di pugni(1712).
Preceduto da una pattuglia di giovani ciclisti che "scampanella per avvertire di tener libero il passaggio e di scoprirsi"(1713), il corteo sfila tra gli applausi fino in piazza del Popolo. Qui i vari gruppi si schierano come per una parata militare e, salutate le rispettive bandiere al grido di "Eja, eja, alala!", si sciolgono(1714).
Dalle cronache dei giornali  possibile rilevare che molto attivi furono, in quei giorni, anche i fasci di Monza, Mantova, Parma e Faenza. Ma l'episodio forse pi penoso ebbe luogo a Brescia il 30 marzo. Ecco come lo descrive il Corriere della Sera:

Oggi alle ore 14 il dott. Giuseppe Reggio [un consigliere comunale comunista] comparve sul corso Zanardelli con alcuni compagni. Un gruppo di fascisti lo ferm, intimandogli di lasciare il corso. [Gli rimproveravano di aver fatto, durante la seduta dei consiglio comunale della sera prima, l'"apologia" dell'eccidio del Diana, suscitando lo sdegno della maggioranza che in segno di protesta, insieme al sindaco, aveva abbandonato l'aula.] Il compagno Longo, pasticciere, ne prese le difese, e si busc una bastonata per cui dovette farsi medicare all'ospedale. Del tafferuglio approfitt il dottor Reggio per infilare la porticina secondaria di un bar, salire le scale e nascondersi al secondo piano. I fascisti, cresciuti di numero, strinsero allora d'assedio la casa. Sopraggiunsero regie guardie e agenti investigativi con due camion. Fu offerto al prigioniero di passare con una scala a mano in una casa vicina e di l scendere in un'altra via. Il Reggio rifiut. Allora fu fatto venire un camion scortato e montato da guardie, ma quando il Reggio stava per uscire dalla porticina, il capo dei fascisti signor Turati si avanz e dichiar che prima di allontanarsi il comunista doveva ritrattare le infamie pronunciate al consiglio comunale. Il Reggio accondiscese e pronunci la ritrattazione, che i presenti salutarono con grida di: vigliacco! Poi sal sul camion un fascista per ripetere alla folla la ritrattazione fatta dal Reggio. Questi, temendo qualche violenza, balz allora dal veicolo e ritorn nel bar. Ma gli agenti lo sollevarono di peso e lo portarono sul camion fra i fischi e le contumelie della folla fino alla sua abitazione(1715).

L'aggressione  tranquillamente ammessa anche dal Popolo d'Italia, secondo cui quel "comunista da burla" del dott. Reggio, che "aveva tentato di giustificare l'eccidio del Diana",  stato "assediato" dai fascisti bresciani i quali hanno cercato di "colpirlo". "Strappato" alle guardie regie incaricate di scortarlo, verr rilasciato solo dopo aver dichiarato che "i fascisti sono persone molto rispettabili"(1716).
Zittito in consiglio, bastonato in piazza e costretto con la forza a cantare le lodi del fascismo. Gi collaudata in altre regioni italiane, la formula comincia a mostrarsi efficace anche in Lombardia.


"I DIGIUNATOSI SONO SAZII!"

Racconta Armando Borghi:

A mezza mattina [del 24 marzo] sono scosso dallo sbatacchiare di chiavi e catenacci. Una guardia entra ed esce rapidamente, lasciando sul mio letto un giornale. La prostrazione mi rendeva lento il riflettere, ma finii per incuriosirmi. Alzai il capo, ed ecco Il Popolo d'Italia, che portava su tutta la pagina a caratteri cubitali: "La strage anarchica al Diana". (...)
Mi trascinai come potei verso la porta, bussai e domandai di parlare con Errico e Quaglino. La guardia mi disse che Errico chiedeva lo stesso. Ottenemmo di essere riuniti per discutere il da farsi, Quaglino e io nella cella di Errico. Chiedemmo di restar soli. Non ci venne concesso. Erano l direttore, capoguardia, sottocapo e cappellano. In loro presenza, in uno stato che ci faceva desiderare la morte, per quello che si sapeva e per quello che si ignorava, dovemmo esaminare il da farsi. Storditi e affranti dal dolore, ci trovammo subito d'accordo che era intervenuto un elemento imprevisto e disastroso per noi: ogni movimento di solidariet con noi nel paese sarebbe diventato impossibile, o sarebbe stato soffocato. C'era pericolo di altri attentati che aggraverebbero il disastro. Errico disse che innanzi a quel lutto e quella carneficina la nostra causa era ridotta a zero, dovevamo cessare lo sciopero. (...)
Il direttore fece il bel gesto di proporci di scrivere una dichiarazione per condannare l'attentato, lui l'avrebbe passata alla stampa. Troppa grazia. Fummo d'accordo nel domandare che ci fosse concesso subito un colloquio coi nostri avvocati. Avremmo caso mai consegnato a loro una dichiarazione. Non ci fu concesso, e la dichiarazione per conseguenza manc(1717).

I tre anarchici riprendono a nutrirsi. La Sera, quel pomeriggio, definir "soddisfacenti" le loro condizioni(1718) di salute. Il giorno dopo, dei quotidiani che danno la notizia, due soli la corredano di sarcastici commenti. " ormai evidente" scrive L'Italia, "che l'autore di tanto misfatto  un anarchico e al suo atto orribile non pu essere estranea certamente la propaganda di questi giorni contro la detenzione di Malatesta". Ci dev'essere stato sentito dagli stessi detenuti a San Vittore, se hanno ripreso a cibarsi. Ma "perch hanno atteso tanto?" si chiede ipocritamente l'organo della curia. Perch non si sono decisi prima, quando "furono assicurati che la magistratura procedeva con tutto l'interesse possibile per affrettare la conclusione dell'istruttoria?"(1719).
Pi volgare e brutale, in una parola pi fascista, il commento del Popolo d'Italia (che titola la notizia: "I digiunatori sono sazii!"):

Diciassette morti e cento feriti; ecco un non comune aperitivo, trangugiato il quale anche dei capi anarchici possono assidersi a mensa, satollarsi di sostanziose vivande, e magari brindare al trionfo della civilt comunista e della nuova, umanissima umanit!(1720)

La notizia della strage raggiunse Giulietti a Genova, dove il segretario della Federazione marinara continuava a prodigarsi per tirare fuori dal carcere il suo vecchio amico, destando paure e sospetti nel rappresentante del governo(1721).

Quella bomba mi mette lo spirito in tempesta; non ho prove e quindi non posso dir niente di preciso, ma ho l'intima convinzione che essa sia sospetta, equivoca, infernale ancor pi delle sue infernali conseguenze, dei suoi infernali effetti. Senza por tempo (...), appena leggo sui giornali del mattino la feroce notizia salto a Milano e vado alle carceri. Trovo Malatesta con altri suoi correligionari nell'infermeria: aveva sospeso lo sciopero della fame e stavano mangiando. Grido: "Errico, tu sei un uomo di fede, ma i veri responsabili della bomba tirata dentro il Diana, cio le lunghe mani istigatrici, sono degli assassini al servizio di chiss quale macchinazione politica. Tu eri gi libero. Mentre morivi lentamente, nessuno s' mosso; proprio quando stavi per uscire, si lancia una bomba, che oltre di aver ucciso, massacrato creature innocenti, ti rinserra nel carcere. Se potessi, fucilerei gli occulti responsabili, tutti i responsabili"(1722).

Durissimo il giudizio di Borghi:

E riecco Giulietti! Venne a visitare Errico all'infermeria. Io ero presente. La condotta di quello sciagurato fu vergognosa. Alla presenza delle autorit, ne disse di tutti i colori contro gli anarchici. Voleva si dimenticasse che era stato solidale con noi nello sciopero della fame. Parlava a suocera perch nuora intendesse. La sua fu la visita del panico(1723).

Quella sera Lusignoli riassumeva cos la situazione:

Malatesta, Borghi, Quaglino e compagni, avuta notizia attentato terroristico al teatro Diana, hanno dichiarato stamane di desistere dallo sciopero della fame e hanno (...) ripreso cibo. On, Giulietti si  recato oggi in carcere a visitare Malatesta. Egli ha detto che, dopo l'accaduto di ieri, considerava la partita come perduta e tornava Genova per far cessare lo sciopero in Liguria(1724).

Alle 19 il prefetto Poggi aveva telegrafato da Genova:

Seguito colloquio avuto con Federazione gente mare mi viene ora comunicato che segretario generale (...) ha disposto immediata cessazione sciopero gente mare per cui da stasera stessa  ripresa partenza regolare piroscafi(1725).

A Mussolini, che doveva essersi gi pentito di aver ceduto alle sue insistenze, Giulietti scrisse il 25 marzo:

Caro Benito,
hai ragione d'essere sdegnato contro Umanit Nova. Dopo il tuo articolo pro Malatesta, comparso sul Popolo d'Italia del 23 corrente, quanto essa ha scritto contro di te  riprovevole sotto tutti i punti di vista.
Non parliamo poi della bomba-rovina. Ha rovinato tutto. Non incolpare Malatesta sia del lancio di quella sia dell'assurdo contegno di Umanit Nova.
Ho parlato con lui e Borghi. Entrambi convengono con queste mie osservazioni e vorrebbero essere liberi per dire pubblicamente quello che ti sto scrivendo.
Non lasciarti dunque trasportare oltre il segno. Ma tienti sulla difensiva nel senso di ricorrere all'impiego della forza unicamente a scopo di difesa; fiancheggiami come meglio puoi, per [parola illeggibile] le non poche difficolt che bisogner sormontare per condurre a buon fine l'opera di pacificazione di cui ti ho parlato!...(1726)

Pacificazione? Commenta ancora Borghi:

Il terrore a Milano tocc lo zenit. Mussolini super tutti nella ferocia. Insult atrocemente il vecchio, da cui aveva mendicato un saluto, e che, innocente e ignaro di tutto, non poteva essere messo in causa(1727).

Quella sera a tardissima ora Lusignoli fece il consueto rapporto a Giolitti:

La giornata  trascorsa in relativa calma. In alcuni stabilimenti industriali, ove prevalgono i comunisti, le maestranze si astennero dal lavoro, ma senza provocare incidenti. Alcuni gruppi tentarono di formare cortei in alcuni rioni della citt, ma furono ovunque incalzati e dispersi da reparti di guardie regie. Vennero operati una quarantina di arresti fra i fascisti per misure di P.S., ma alla mezzanotte vennero rilasciati in libert.  continuata invece attiva la ricerca di anarchici e ne furono arrestati circa un centinaio. Molti anarchici non furono pi trovati nelle loro dimore, essendosi resi irreperibili subito dopo lo scoppio della bomba. (...) I redattori dell'Umanit Nova, dopo lo scoppio, si eclissarono e la redazione di detto giornale continua a essere occupata dalla forza pubblica. Pei funerali delle vittime dello scoppio si  manifestato fra la giunte municipale e le associazioni patriottiche un increscioso dissenso. Mentre la giunta municipale ha deliberato di fare i funerali a spese del comune e di intervenire con i corpi civici, le associazioni pretendono fare i funerali a proprie spese, intendendo che sindaco e giunta debbano astenersi da qualsiasi partecipazione. Ho cercato invano, in un colloquio avuto in prefettura coi rappresentanti delle associazioni, di indurli a propositi pi conciliativi, poich essi oppongono uso spirito d'intransigenza e di avversione veramente irriducibile. Tenter ancora ogni mezzo per una via di conciliazione che, per, mi sembra assai difficile(1728).


L'AMBIGUO MEDIATORE

Il pomeriggio del 24 marzo, quando la giunta comunale socialista riunitasi a Palazzo Marino decide di addossare al municipio le spese per i funerali delle vittime, fissandone la data al 26, Mussolini (che nelle stesse ore aveva "conferito lungamente" col prefetto)(1729) ha gi qualche lunghezza di vantaggio. Non basta che Lusignoli - come scrive l'Avanti! - abbia "pienamente" approvato le proposte della giunta, decisa a intervenire, al completo e col gonfalone del municipio, alla mesta cerimonia; n Basta che da parte socialista si annunci, fin da quel momento, che al corteo non saranno ammesse bandiere e che non si terr nessun discorso(1730). L'invito del comitato d'azione nazional-fascista alle associazioni patriottiche e politiche cittadine  stato infatti subito accolto, e in poche ore il fronte degli oppositori ai progetti della giunta si  notevolmente allargato.
Trenta associazioni partecipano con i loro rappresentanti all'assemblea indetta per il pomeriggio di quel giorno nella sede della "Liberale"(1731) dove dopo una discussione breve ma "anima-tissima" si decide, all'unanimit, di aderire all'iniziativa, promossa dal comitato d'azione, di rendere solenni onoranze fnebri alle vittime in nome della cittadinanza e a cura delle associazioni rappresentate; "non potendo queste ammettere che la giunta, che si  sempre proclamata rappresentante solamente della parte socialista e comunista, si arroghi ora - per fini partigiani - il diritto di rappresentare la cittadinanza intera"(1732). Quindi si lancia una pubblica sottoscrizione e si approva il testo di un altro appello, affisso la sera stessa "a tutte le cantonate"(1733):

Cittadini!
Uno scellerato delitto, pari nella sua efferatezza alla sua profonda bestialit, ha gettato nel lutto pi atroce la nostra Milano! La sciagurata, criminale propaganda di odio e di eccitamento al delitto che con colpevole tolleranza si lascia oggi dilagare ad opera di anarchici e comunisti, e che ha provocato un'inevitabile reazione della coscienza italiana, raccoglie i suoi frutti fatali. Essa ha armato ieri una mano atrocemente assassina che ha seminato la strage fra cittadini innocenti! L'orrore dell'ignobile delitto supera ogni limite: ma l'esecrazione della cittadinanza colpisca non soltanto gli autori materiali di esso, ma anche tutti coloro ai quali risale principalmente la responsabilit morale per la propaganda criminosa, per la vilt con cui non sanno apertamente sconfessare e condannare la violenza selvaggia da essi predicata e attuata!(1734)

L'ultimo atto di questa assemblea consist nella nomina di alcuni delegati che la sera stessa furono ricevuti dal prefetto. "Le cosiddette associazioni patriottiche" scriver il cronista dell'Avanti!, informato solo all'ultimo momento, "si sono recate dal prefetto per esprimere il desiderio che i funerali non siano fatti dal Comune perch... socialista! Di questo nuovo atto d partigianeria giudicher imparzialmente la cittadinanza. Il prefetto ha informato il sindaco del passo compiuto presso di lui dalle associazioni patriottiche": un passo chiaramente compiuto, secondo l'organo del partito socialista, "in spregio all'autorit comunale"(1735).
Cos il giorno dopo, quando una commissione mista di rappresentanti del comitato d'azione nazional-fascista e delle associazioni patriottiche e politiche milanesi si presenta a Palazzo Marino per ripetere al sindaco ci che la sera prima era stato comunicato al prefetto, le rispettive posizioni sono chiare. L'incontro avviene verso mezzogiorno nell'anticamera dell'ufEcio di Filippetti, il quale per ricevere la commissione ha dovuto temporaneamente abbandonare la seduta della giunta, riunitasi d'urgenza un'ora prima per concordare il cerimoniale, il percorso e l'ora precisa dei funerali(1736).
L'amministrazione comunale milanese, dicono pressappoco al sindaco i membri della delegazione,  "l'esponente di un partito che ha al suo passivo due anni di propaganda di violenza. Non pu quindi sottrarsi alla responsabilit morale, sia pure indiretta, degli atti di ferocia compiuti dai singoli. Inoltre, nella decisione della giunta sono visibili i caratteri di una speculazione politica intempestiva e antipatica"(1737). Nazionalisti, fascisti, arditi e liberali non vogliono che l'amministrazione socialista, "la quale ha rivendicato prima e dopo il periodo elettorale l'onore di rappresentare solo una parte e una classe della citt, si rifaccia una verginit politica assumendosi l'iniziativa dei funerali"(1738). Di conseguenza il comune, "in quanto esponente ufficiale nella nostra citt di quel massimalismo socialista alla cui propaganda di odio si poteva far risalire in parte la responsabilit del gesto criminale (...), doveva a esse onoranze mantenersi estraneo o quanto meno parteciparvi in forma molto limitata"(1739).
La discussione, "corretta ma ferma e recisa", si avvia al termine con una dichiarazione di Umberto Pasella, segretario generale politico dei fasci italiani di combattimento, "in cui sono state fissate in forma inequivocabile" - scriver Il Popolo d'Italia - "le rispettive responsabilit qualora si tentasse [di] insistere nella speculazione"(1740). Se la giunta non torner sulla decisione presa, fascisti e nazionalisti si riterranno liberi di "sviluppare un'azione energica" della quale si assumeranno "tutta la responsabilit"(1741).
Si tratta di un'aperta minaccia di stampo mussoliniano, e Filippetti non  cos stupido da non accorgersene. Scriver il Secolo:

Il sindaco rispose che la giunta, deliberando che i funerali delle vittime si svolgessero a spese del comune, aveva inteso compiere un dovere al di sopra di qualunque tendenza di parte e fare nello stesso tempo opera di pacificazione e di calma. La civica amministrazione ha voluto chiamare a raccolta l'intera cittadinanza intorno alle diciassette vittime perch il senso di esecrazione si elevasse all'infuori di ogni partito e di ogni tendenza politica. Si disse quindi spiacente che tali intenzioni venissero non equamente giudicate dai gruppi politici avversi all'amministrazione e dichiar che davanti all'invito, che "bench fatto in forma cortese" - disse - "ha tuttavia la forma dell'imposizione", egli non poteva impegnarsi in una risposta senza aver prima interpellati i colleghi di giunta.(1742)

Invitati i commissari a tornare alle 18, Filippetti informa la giunta del colloquio e ne rinvia la seduta al pomeriggio. Prima di lasciare Palazzo Marino dispone tuttavia, forse per forzare la mano agli avversari mettendoli davanti al fatto compiuto, che a tutte le famiglie delle vittime venga subito spedita, a nome del comune, una lettera di condoglianze in cui si informa che "la giunta municipale, rendendosi interprete sicura del sentimento di tutta la cittadinanza milanese, ha deliberato all'unanimit che i funerali seguano a spese del Comune"(1743).
Il braccio di ferro ingaggiato dal fronte ardito-liberal-nazional-fascista con gli amministratori comunali socialisti non riscuote l'approvazione di tutta la stampa milanese. Se la reazione dell'Avanti! pu essere scontata(1744), maggiore sorpresa desta quella del Secolo, che scrive:

Non esitiamo a esprimere il nostro dissenso dall'attitudine assunta, nella presente quistione, dal comitato d'azione e dalle associazioni patriottiche. Per noi il sindaco, quale che sia il partito in cui milita,  il rappresentante della citt. Saremmo per dire che la decisione della giunta di assumere i funerali delle vittime a spese del comune ci appare non soltanto corretta ma doverosa, ma obbligatoria. Anche il riferimento al. carattere politico dell'amministrazione attuale non regge. Il pensiero socialista, pur nei suoi ultimi travestimenti massimalisti,  sempre stato in antitesi con le atrocit terroristiche dell'individualismo anarchico il quale ha potuto prorompere in offese gravissime all'umanit e alla civilt anche quando il socialismo non era n massimalismo, n insurrezionismo, ma conteneva la propria attivit dentro la pratica del riformismo legalitario(1745).

Non ha dunque torto L'Ordine Nuovo a sintetizzare cos la situazione:

L'amministrazione comunale, la sezione socialista e le organizzazioni fanno quanto possono per impedire che il doloroso corteo possa tramutarsi in una speculazione politica e cercano che si svolga senza vessilli e senza discorsi, come una manifestazione austera di popolo. Fascisti e nazionalisti, invece, (...) pongono opposte condizioni, volendo dare ai funerali un carattere di manifestazione politica e fascista(1746).

I fascisti sono infatti decisi a sfruttare fino in fondo l'occasione che la strage ha fornito loro. Quel mattino hanno scritto sul Popolo d'Italia (forse ancora una volta con la penna di Mussolini, anche se il corsivo non  firmato):

Milano intende porgere grandiose onoranze alle vittime della barbara strage. Non si pensi di evitarle o di sabotarle! Sarebbe un delitto aggiunto al delitto. (...) I funerali devono farsi e si faranno. Pensare il contrario significa provocare nel modo pi atroce la cittadinanza, significa irridere a un dolore profondo che  nell'animo di tutti. Non tollereremo funerali clandestini. Non tollereremo che le povere salme straziate siano condotte al cimitero senza il tributo della reverenza e della piet dell'intero popolo milanese. Certi indizi ci fanno sospettare che l'autorit voglia liquidare questi morti in fretta e furia. Sarebbe un errore e pi che un errore una colpa imperdonabile! (...) Ad ogni modo faremo buona guardia!(1747)

Si parla alla suocera, nel solito tono truculento e minaccioso, perch intenda la nuora. "La giunta socialista" ribadir il giorno dopo l'organo dei fasci "non vuole rendersi conto dell'inopportunit - chiamiamola cos - del suo intervento; e pare che nemmeno il prefetto avverta e apprezzi le ragioni che hanno determinato nella cittadinanza questo stato d'animo..."(1748)
Sono giustificati i sospetti del Popolo d'Italia?  vero che il prefetto si oppone alla pesante interferenza delle forze politiche rappresentate dal comitato d'azione riguardo ai progetti della giunta? Il primo giorno Lusignoli si  mosso con prudenza. Da Roma ha ricevuto le solite istruzioni che lo autorizzano ad agire con la massima energia e uniformandosi a tali istruzioni ha subito concordato col questore le misure necessarie per la difesa dell'ordine pubblico(1749). Dicendosi "sicuro del senso di civismo e di responsabilit di tutti i cittadini e particolarmente degli esponenti dei vari partiti"(1750), ha poi fatto affiggere, verso sera, il seguente manifesto:

Milanesi!
L'orrendo delitto consumato ieri sera non ha, forse, l'eguale. Ha destato profondo raccapriccio, nonch in Milano, nell'Italia intera. I forsennati che lo hanno commesso sono al bando della nostra civilt. Nulla dal Governo si lascia intentato per rintracciarli e colpirli inesorabilmente.
La cittadinanza milanese, di tutti gli ordini, di tutte le classi, di rutti i partiti, deve essere certa del senso del dovere che ispira l'azione dell'Autorit:  un dovere civile ed umano.
Il quale non consente, per la stessa legge che ci governa, sovrapposizioni o iniziative che non sono proprie n dei singoli cittadini, n di associazioni, n di partiti.
Io confido che tutti saranno persuasi di questa necessit(1751).

Il pessimismo del Popolo d'Italia non appare giustificato. Il pomeriggio del 25 marzo, quando il sindaco Filippetti si reca in prefettura, Lusignoli ha gi ricevuto non soltanto, per la seconda volta, i rappresentanti del comitato d'azione e delle associazioni patriottiche e politiche ma anche una commissione di industriali milanesi che gli hanno chiesto di rinviare i funerali(1752).
Lungo, e presumibilmente animato, il colloquio tra sindaco, e prefetto. Tra le varie possibilit si esamina, a un certo punto, anche quella di fare due distinte cerimonie, l'una sotto gli auspici del comune, l'altra col patrocinio delle associazioni: ma questa eventualit, giudicata dall'Italia "non facilmente attuabile e non improbabile causa di inconvenienti"(1753), verr infine scartata. Fu durante questo colloquio, tuttavia, che forse balen per la prima volta l'idea di un solo funerale a spese dello stato. Al prefetto di Milano, infastidito dall'ostinazione del sindaco socialista e turbato dalle minacce fasciste, essa dovette apparire la soluzione ideale. Per arrivarci occorreva per temporeggiare. E allora, dopo avergli rammentato l'"opposizione irriducibile" dei fasci e delle associazioni patriottiche e politiche al progetto della giunta(1754), Lusignoli comunic al sindaco la propria decisione di sospendere i funerali fino a nuovo ordine. Non per "tentare un compromesso tra i dissidenti che garantisca il tranquillo svolgimento della cerimonia"(1755), ma solo per dare al governo il tempo di riflettere sulla sua proposta.
Congedatosi dal prefetto poco prima delle 19, il. sindaco torna a Palazzo Marino, dove sono ad attenderlo da circa un'ora i rappresentanti delle associazioni patriottiche e politiche e i membri del comitato d'azione, oltre a quasi tutti gli assessori, venuti a riprendere la seduta della giunta interrotta quel mattino. Ai primi Filippetti pu dire soltanto che, non essendosi la giunta ancora riunita, le sue deliberazioni potranno essere rese pubbliche solo il giorno seguente. Ai secondi, riunitasi la giunta dopo le 19 per una "non lunga" seduta(1756), il sindaco descrive l'incontro avuto col prefetto e prospetta la "necessit di rinviare i funerali a dopo Pasqua, in un giorno da fissarsi". La giunta approva il rinvio e conferma la delibera relativa ai funerali: si faranno a spese del comune, "tranne [che] per quelle vittime le cui famiglie crederanno di non accettare l'offerta"(1757).
Finisce cos la giornata del 25 marzo, che ha visto i muri della citt coprirsi di altri manifesti e durante la quale  proseguita, "intensa e assidua", l'"operosit" del comitato d'azione. "Fascisti e nazionalisti, divisi in squadre, hanno percorso ordinatamente la citt al centro e alla periferia distribuendo i manifestini del comitato," scriver l'indomani Il Popolo d'Italia, "che sono stati letti con grandissimo compiacimento e interesse dalla cittadinanza, e invitando a mantenere abbassate le saracinesche dei negozi e chiusi a met i portoni"(1758). Contemporaneamente "numerose donne fasciste e nazionaliste si sono recate presso le famiglie delle vittime a porgere conforto"(1759).
Visto che la situazione va evolvendosi nel senso desiderato, la mattina del 26 marzo Il Popolo d'Italia pubblica con grande rilievo un comunicato del fascio di combattimento milanese che ha lo scopo evidente di impedire alle teste pi calde di comprometterla con mosse avventate:

Si diffidano i fascisti dal seguire iniziative che non partano ufficialmente dalla commissione esecutiva, la quale, nella sua riunione di ieri, ha deliberato di espellere dal Fascio coloro che non si atterranno a quest'ordine.

La laconicit e la durezza dell'ultimatum inducono il giornale a farlo seguire da un corsivo:

Questo comunicato sar trovato opportunissimo da tutti i fascisti che si sentono realmente tali, cio capaci di subordinare i propri impulsi a quelle che sono le necessit della nazione e del Fascismo. Il Fascismo non deve avere soltanto il coraggio di pestare, quando  necessario, nel mucchio dei nemici, ma deve avere il coraggio di dominare se stesso, di correggere se stesso, di conoscere, con franchezza onesta, i propri errori. Caso contrario il Fascismo diventer, da mezzo per assicurare la grandezza d'Italia, fine a se stesso, diventer cio un partito e non sar pi Fascismo(1760).

La vigilia di Pasqua, dunque, sono sempre i fascisti a dirigere l'orchestra. Decisi a battere il ferro finch  caldo, quel giorno essi rilanciano il loro programma con due nuove iniziative: l'apertura di una sottoscrizione e un duro attacco al prefetto di Milano, sferrato dal Popolo d'Italia per metterlo in cattiva luce presso tutti i bravi patrioti della citt.

Il prefetto di Milano impone che il vessillo nazionale non debba seguire i feretri degli innocenti assassinati dall'odio e dalla ferocia dei social-comunisti-anarchici. Cos il prefetto disse alla commissione delle associazioni politiche e patriottiche che, ieri, si rec da lui per prendere gli accordi opportuni per i funerali. Non  improbabile anche che il prefetto di Milano voglia limitare il percorso del corteo per evitare di dare un dolore ai sovversivi. Valeva proprio la pena che centinaia di migliaia di giovani vite venissero immolate sui campi della gloria, per permettere poi al comm. Lusignoli, prefetto di Milano, il lusso d'imporre ai milanesi di non alzare il vessillo della Patria? A questo  ridotto un funzionario del Regno d'Italia, mentre  stato sempre permesso a tutti gli stracci rossi, ai cartelli esaltanti i disertori, alle oscene pitture coll'effigie di Lenin, [di] scorrazzare in lungo e in largo per le vie di Milano fra gli insulti e le percosse ai soldati, ai carabinieri, ai mutilati. Nella libera, fiera e patriottica Milano vi  un prefetto che, per non urtare i nervi ai socialisti, non permette che si innalzi sulle bare il vessillo tricolore. E mentre vi sono dei giovani generosi che per le strade d'Italia immolano le loro esistenze per difendere la bandiera nazionale, il prefetto di Milano vi sputacchia sopra(1761).

La mattina dello stesso giorno la prefettura risponde alle accuse del giornale fascista con un laconico comunicato stampa:

 stato detto e pubblicato che nel colloquio col comitato d'azione il Prefetto abbia imposto che il vessillo nazionale non debba seguire i feretri delle vittime dello scoppio del Diana. La notizia non pu che essere l'effetto di un equivoco: la bandiera nazionale  sempre, in qualunque momento, in qualsiasi caso, al di sopra di ogni discussione(1762).

Da che cosa l'equivoco sia sorto il comunicato non lo spiega. Vi si prover allora un giornale, intervistando un membro della delegazione ricevuta dal prefetto.

Nel colloquio da noi avuto in prefettura facevamo presente al comm. Lusignoli l'inopportunit dell'intervento del comune per ragioni sentimentali e politiche e anche soprattutto perch il comitato era delegato dalla maggioranza delle famiglie a rendere ai morti le estreme onoranze. La discussione a un certo punto si  animata e il prefetto ha improvvisamente detto con tono concitato: "... perch, intendiamoci bene, ai funerali non devono esserci n discorsi n bandiere n gagliardetti". Ora, poich tutte le bandiere delle associazioni patriottiche sono bandiere dai colori nazionali, l'imposizione prefettizia viene implicitamente a boicottare il tricolore della Patria. L'equivoco - se vogliamo adoperare questo misericordioso eufemismo -  dunque partito dal comm. Lusignoli ed  opportuna l'ammenda(1763).

Sar il caso di aggiungere che  "con [un] senso di stupore profondo e anche di sgomento" che La Sera riferisce quanto sopra? La versione che del colloquio ha fornito l'"autorevole personalit"

stona ed  in aperto contrasto con il sibillino e troppo vago comunicato prefettizio. Ci sarebbe dunque qualche cosa di pi grave di un semplice equivoco e l'elogio manierato del tricolore fatto a freddo e a sproposito dal comm. Lusignoli sarebbe stato preceduto da dichiarazioni ben diverse(1764).

Per conoscere la versione del prefetto i milanesi dovranno attendere il giorno di Pasqua, quando vari quotidiani pubblicheranno la lettera da lui inviata a Mussolini per chiudere la polemica. Eccola:

Signor Direttore,
Giacch, nonostante il comunicato della Prefettura, si cerca di dare una falsa interpretazione alla cosiddetta questione della bandiera nazionale, sono prontissimo a fare le pi esaurienti, pi precise, pi esplicite dichiarazioni, che mi si chiedono.
 esattissimo quanto il rappresentante del comitato delle associazioni patriottiche ha riferito al giornale La Sera;  esattissimo che io, ad un certo momento, ho pronunciato queste precise parole, che ben ricordo e ripeto: "... perch, intendiamoci bene, ai funerali non ci debbono essere n discorsi n bandiere n gagliardetti". Ma... si parlava di bandiere di private associazioni e non della bandiera nazionale che, per mia disposizione, preceder il funebre corteo. Supporre che un prefetto del Regno voglia dare l'ostracismo alla bandiera d'Italia  supporre l'inverosimile. Nella mia ormai lunga carriera non ho mai avuto ragione di difendermi da certe accuse, che colpiscono chi le fa e che non arrivano a offuscare, in nessuna guisa, i miei sentimenti di buon italiano. Perch prima di essere funzionario e prefetto, mi sento e sono buon italiano.
Prego la sua cortesia di voler dare ospitalit a queste dichiarazioni, che avrei in altro momento ritenute superflue, e sentitamente la ringrazio(1765).

Lo stesso giorno in cui la lettera di Lusignoli appare sui giornali milanesi la cittadinanza apprende che i funerali delle vittime del Diana (salite nel frattempo a diciotto) si svolgeranno luned mattina a spese dello stato. La decisione  stata presa il 26. Quel giorno Lusignoli ha telegrafato a Corradini:

Data impossibilit raggiungere accordi tra municipio et associazioni liberali et fasciste circa assunzione funerali (...) e per unanime consiglio senatori et deputati di Milano (...) richiamo l'attenzione dell'E. V. sulla opportunit che funerali stessi siano fatti a cura dello stato(1766).

Poco dopo giungeva in prefettura il sospirato fonogramma del governo:

In considerazione dell'eccezionale gravit dell'abbominevole eccidio che ha destato il lutto e il compianto di tutta la nazione, lo Stato assume la cura di tutti i funerali(1767).

Era la risposta che Lusignoli attendeva. Alle 18, riuniti nel suo ufficio "socialisti, fascisti, nazionalisti e costituzionali"(1768), il prefetto dava lettura delle decisioni del governo. I funerali si sarebbero svolti luned 28 marzo alle 9 del mattino; nessun discorso sarebbe stato permesso; la partecipazione al corteo sarebbe stata aperta a tutte le associazioni che avessero voluto intervenire "anche in corpo, ma senza simboli, stendardi o bandiere"; nel corteo avrebbero figurato solo un vessillo, il tricolore della prefettura; le autorit non avrebbero partecipato alla sfilata ma avrebbero atteso le salme nel piazzale del cimitero monumentale.
Un'ultima riunione si svolgeva quella sera nell'ufficio del questore per decidere il percorso del corteo. Fu in questa occasione che i rappresentanti delle associazioni e dei fasci tornarono alla carica con la richiesta di far intervenire alla manifestazione i loro vessilli. Richiamandosi agli accordi presi nel pomeriggio, i socialisti espressero la loro pi ferma opposizione. Prefetto e questore, "giustamente argomentando che la presenza nel corteo dei vessilli delle associazioni avrebbe creato necessariamente una eguale questione di diritto nei riguardi della rappresentanza socialista e di conseguenza l'intervento alla cerimonia di altrettanti vessilli di corporazioni rosse - eventualit questa da evitare assolutamente a garanzia del tranquillo svolgimento della funebre manifestazione -", esortarono i rappresentanti delle associazioni e dei fasci a non insistere. Consultatisi brevemente in separata sede, questi allora ritirarono la richiesta. Si raggiunse cos un "pieno accordo"(1769).
Il giorno di Pasqua la Camera del lavoro e la sezione socialista milanese rivolgevano un appello agli operai.

Lavoratori!
Domani le diciotto bare che racchiudono le innocenti vittime della deprecata strage saranno accompagnate all'ultima dimora.
Le vostre Organizzazioni politiche e sindacali, che in proposito hanno espresso il loro chiaro pensiero, vi invitano a partecipare ai funerali per dimostrare, col vostro numero imponente, tutto il vostro cordoglio per la fine tragica di tante vittime innocenti; per dire con la vostra presenza che voi siete con le vostre Organizzazioni che per le prime hanno inchinato le loro bandiere sui poveri corpi straziati dalla sanguinosa strage.
Proletari!
Con l'animo addolorato, col proposito di voler essere militi di civili e fiere battaglie, stringetevi intorno ai vostri organismi die seguiranno il corteo funebre.
Alle ore 9 tutti gli operai di Milano si trovino in piazza Monumentale dalla parte che sbocca verso via Farini.
Non una bandiera, non una musica, soltanto voi col vostro cuore addolorato, dovete seguire in folla ordinata e silenziosa i feretri, mantenendovi disciplinati agli ordini dei vostri organismi.(1770)

"Non una bandiera, non una musica": per le masse operaie, che della strage del Diana non avevano nessuna colpa, era una dichiarazione di resa.
Oggi sappiamo che Lusignoli non si oppose alla marcia su Roma perch Mussolini gli aveva promesso una carica - quella di ministro dell'interno - che poi, a cose fatte, assegn a un altro. "Ho sempre pensato e detto che senza Lusignoli" ha scritto Cesare Rossi, che fu uno dei pi attivi negoziatori del comitato d'azione "la marcia su Roma non sarebbe nemmeno cominciata."(1771) E il prefetto Enrico Flores, predecessore di Lusignoli a Milano, dopo aver accennato alla sua "politica antisocialista" e ai "cordiali rapporti" che intratteneva con i fascisti nel 1921, ricorda in modo esplicito che Mussolini gli fu riconoscente per non aver ostacolato la marcia e anzi per essersi dato "completamente al nuovo orientamento, secondandone i movimenti"(1772).
Tutto questo mette in una luce piuttosto ambigua il suo ruolo di "mediatore" tra socialisti da una parte e nazionalisti, fascisti, arditi e liberali dall'altra, nella questione dei funerali per le vittime del Diana. Infatti Lusignoli non aveva esitato a vietare, per motivi di ordine pubblico(1773), le esequie delle vittime del 20 e 21 marzo. Tolte dal monumentale la sera del venerd santo, le tre salme erano state trasferite al cimitero di Musocco e l inumate la vigilia di Pasqua in forma privata e nella pi assoluta segretezza.
Quando per il comitato d'azione e le associazioni patriottiche cominciarono a premere su di lui, il prefetto ritenne politicamente opportuno (e sicuramente utile per s) umiliare i socialisti, gi costretti a difendersi dall'accusa imbarazzante di "responsabilit morale" della strage, affidando ai loro avversari politici, capeggiati ed egemonizzati dai fascisti, quello che doveva rivelarsi un formidabile strumento di propaganda.
Non di mediazione, dunque, si deve parlare, n di un tentativo di "pacificare" gli animi (come la stampa borghese, unanime, lo present), ma di supina acquiescenza alla strategia di Mussolini, col quale Lusignoli era da mesi in ottimi rapporti e nel quale probabilmente gi vedeva - con l'innata "vocazione a servire" riconosciutagli da Enrico Flores(1774) - un futuro uomo di stato di cui non sarebbe stato male accattivarsi per tempo i favori.


IL COMPLOTTO CHE CI CIRCONDA

La voce di un complotto contro le istituzioni dello stato aveva cominciato a circolare parecchi giorni prima dell'attentato al Diana. Messa come sempre in relazione con la propaganda sovversiva, era stata alimentata dalla visita di una missione commerciale russa, i cui misteriosi bauli avevano destato orribili sospetti in gran parte della stampa italiana. Quei bagagli erano pieni di bombe o recavano semplicemente il contributo dell'"oro di Mosca" agli aspiranti rivoluzionari del nostro paese?
"Fra qualche giorno si scoprir a Milano un complotto comunista destinato a sovvertire l'attuale forma di stato" aveva scritto la Lotta di classe di Gallarate nel suo numero del 19 marzo, citando come fonte della notizia l'Excelsior di Parigi.
E da quel momento i complotti - o meglio le innumerevoli diramazioni di quello che a molti pareva un solo vasto complotto - cominciarono a spuntare dappertutto. Tra il 21 e il 22 marzo cinque scoppi in cinque diversi punti di Torino svegliarono di soprassalto gli abitanti di quella citt: lievi i danni, nessuna vittima. Invitata a dire la sua, la polizia non si fece pregare. Per lei si trattava di un complotto organizzato dagli anarchici, "i quali vorrebbero cos provocare" - scrisse L'Ordine Nuovo - la... insurrezione armata degli operai torinesi per liberare Malatesta, Borghi, ecc." Di questo piano eversivo il giornale comunista non sembrava molto persuaso. "E dire" concludeva "che c' qualche... maligno che crede invece si tratti di un colpo fascista per provocare non l'insurrezione, ma la reazione contro gli elementi sovversivi della nostra citt."(1775)
La sera del 22 marzo un uomo si ferm davanti a un ristorante affollato di Pegli e, dopo aver sparato due colpi di rivoltella contro le vetrine, tir una bomba nella sala interna. Una bimba milanese rimase uccisa e nove persone ferite. Le indagini della questura si orientarono immediatamente verso gli ambienti comunisti di alcune citt liguri, dove furono effettuate perquisizioni domiciliari e arresti(1776).
Intanto aveva fatto molto scalpore la voce di un complotto "anarchico e comunista" tra le forze armate, e precisamente sulla grande nave da battaglia "Giulio Cesare". A diffonderla in tutto il paese era stato un giornale di Roma, L'Epoca, che il 23 marzo riceveva per una smentita. Secondo l'agenzia Stefani, portavoce del governo, non si trattava infatti di un complotto ma di semplici "casi di indisciplina" verificatisi tra i marinai, alcuni dei quali erano stati sorpresi a fare una "propaganda non consentita dai regolamenti" e perci deferiti alle autorit(1777).
La bomba del Diana scoppi dunque, per cos dire, al momento giusto: in un clima reso elettrico dall'agitazione per Malatesta e davanti a un'opinione pubblica gi suggestionata dalla paura di oscuri complotti. Nulla di pi naturale che di questa paura essa fungesse da potente amplificatore. E non meno naturale che di questa paura la stampa si facesse portavoce, o perch sinceramente turbata dai sanguinosi avvenimenti o perch attratta dalla possibilit di sfruttarli per i propri fini politici.  questo, senza dubbio, il caso del Popolo d'Italia, che due giorni dopo la strage, dando notizia dello scoppio di un'altra bomba a Genova e dell'arresto di cinque stranieri comunisti (arrivati con la "scorta" di Giulietti, "imbottiti di denaro" e tutti "muniti di tessera spartachiana"), pubblicava un acido corsivo ironicamente intitolato "Ospitalit".
L'arresto dei cinque stranieri, si faceva notare al lettore, era "un episodio sintomatico della massima importanza". Esso dimostrava che l'Italia era ormai diventata la nazione "pi ospitale del mondo", il paese "pi aperto all'insidia dei nemici di fuori". "Gli stranieri" continuava il corsivista alludendo alla missione commerciale sovietica "oltrepassano le nostre frontiere accompagnati da vagoni di bauli (...) possono arrivare a Roma con le valigie e i bauli inviolati; trovare dei cittadini e dei deputati al parlamento che li aiutino a compiere il contrabbando per centinaia di migliaia di lire (...) e fondare dei giornali; sussidiare i criminali e i pazzi politici, finanziare una rivoluzione bolscevica italiana che l'Italia non vuol fare."
Perch stupirsi, dunque, se "i rivoluzionari stranieri considerano l'Italia come un paese di facile conquista" e se "le visite dei loro propagandisti camuffati da incaricati d'affari (...) coincidono con le pi gravi gesta sovversive"? Ma le insinuazioni del Popolo d'Italia non si fermavano qui.

L'Ordine Nuovo di Torino, il giornale dei comunisti italiani, in occasione del criminale gesto anarchico del teatro Diana ha mandato a Milano quattro inviati speciali. Sono quattro elegantissimi giovani molto borghesi che di comunista non hanno se non gli stipendi. Nessun giornale d'Italia, per quanto ricco e per nessuna ragione al mondo, potrebbe distaccare quattro redattori da inviare contemporaneamente nella stessa citt. L'Ordine Nuovo pu. Sappiamo di piccoli gruppi anarchici e comunisti che si preparano a fondare altri giornali quotidiani e settimanali per intensificare la propaganda del disordine (...) Sappiamo anche di compere e distribuzioni, su vasta scala, di armi e munizioni e sappiamo che si meditano nuovi atti terroristici contro le propriet e le persone. L'oro bolscevico fluisce; entra nelle vene della nazione, arroventa le passioni; si trasforma in mitraglia e in alto esplosivo, in parole d'odio che si possono dire in qualunque piazza o stampare in qualunque tipografia. Se il fascismo non si fosse sino ad oggi opposto con la violenza e col sacrificio di tante sue giovani vite a questo dilagare della corruzione rivoluzionaria, l'Italia sarebbe da molti mesi in bala della fame e del disonore(1778).

Non  difficile comprendere a che cosa mirasse Mussolini pubblicando simili commenti. Nella stessa direzione, infatti, si era subito mossa la stampa romana. Il Giornale d'Italia, per esempio, aveva scritto che l'eccidio di Milano, cos come gli attentati avvenuti contemporaneamente in altre parti del paese, era dovuto all'"organizzazione comunista dipendente da Mosca"(1779). La Tribuna, che rispecchiava fedelmente il pensiero di Giolitti, aveva ribadito: "I nostri corrispondenti di Ancona, di Firenze e di Bologna ci segnalano di non poter comunicare con Milano perch nella notte scorsa sono stati tagliati i fili telegrafici e telefonici con quella citt. (...) Questa circostanza fa pensare a un complotto organizzato su vasta scala"(1780). E L'Idea Nazionale aveva aggiunto: "Le notizie dei gravi fatti avvenuti in provincia (...) fanno credere a un vero movimento bolscevico che avrebbe avuto per pretesto la detenzione e il conseguente volontario digiuno dell'anarchico Malatesta. Mentre a Milano si compiva il terribile attentato del Diana in altre parti d'Italia come ad esempio presso Imola si tentava di far saltare la linea ferroviaria nel tratto Imola-Castel S. Pietro (...) Poco dopo oltre Imola (...) un altro attentato consimile si registrava contro alcune linee telegrafiche e telefoniche..."(1781)
Invece nel capoluogo lombardo solo il Corriere della Sera - a parte, si capisce, Il Popolo d'Italia e l'irriducibile Perseveranza - aveva abbracciato con altrettanta prontezza la tesi del complotto.

Poco dopo la bomba di Pegli, mentre s'insanguinava Milano bombe esplodevano nelle vicinanze della citt e a Genova e in Romagna. Un evidente complotto aveva organizzato il terrore perch il capo, il maestro rifiutava di rimanere qualche settimana ancora nella prigione. Non si tratta soltanto d'un pazzo esaltato dall'enfasi sovversiva; si tratta d'un accordo corso fra non poche persone, d'una scellerataggine organizzata. Responsabile dell'orrendo delitto e di altri delitti che non ebbero la stessa atroce fortuna  un partito,  una scuola. E ieri, mentre Milano tutta fremeva di piet e di raccapriccio, centinaia di operai ancora scioperavano e schiamazzavano in alcuni stabilimenti, mostrando cos sino a qual punto il veleno della violenza abbia oscurato il loro spirito, rovinata la loro coscienza(1782).

Nella visione di questo giornale il complotto si dilata fino a raggiungere dimensioni apocalittiche. L'hanno ordito "non poche persone", anzi "un partito", anzi "una scuola". Gli esecutori hanno agito a Milano ma i mandanti si trovano probabilmente a Mosca. Quest'interpretazione, d'altronde,  la pi logica. Lo stesso Lenin, da quando  andato al potere, non sta forse "complottando" senza posa contro il capitalismo occidentale?
Pure, perch tutta la stampa italiana si schieri su queste posizioni sar ancora una volta necessaria l'imbeccata della Tribuna, sulla quale Giolitti far scrivere, il 26 marzo, un articolo che, ripreso in tutto o in parte dalla maggioranza dei giornali, rappresenter la linea ufficiale del governo di fronte alla strage de. Diana.

Il criminale scempio di Milano non pu essere considerato un fatto anarchico individuale, il semplice scatto di una belva appiattata davanti a un uomo. Noi non siamo semplicemente esposti all'esplosione di una follia criminale di individui; noi ci troviamo in mezzo alle reti di un vasto complotto. Dai fatti delle Puglie, di Firenze e della Toscana, preceduti da circolari e da viaggi che dovevano essere certo a conoscenza della polizia, noi discendiamo, per una catena continua, agli ultimi fatti di questi giorni. E la bomba e l'eccidio di Milano non sono scoppiati isolati: altri eccidi, altri attentati, altre bombe ci circondano da ogni parte: in Liguria, a Livorno, in Valdamo, a Bologna, la similarit dei mezzi usati, l'identica bestialit che li unisce, dal teatro Diana ai crimini di Valdarno, d a tutti questi avvenimenti un'aria di famiglia che non pu sfuggire a nessuno e l'assenza di vere e proprie ragioni locali e particolari mostra che la similarit e contemporaneit non possono trovare spiegazione se non nell'intesa e nell'organizzazione.

Spiega La Tribuna, a questo punto, come in seguito al distacco del partito comunista da quello socialista il primo abbia raccolto intorno a s la "materia umana pi inconsapevole" rigettata dal secondo, che per le sue file confuse va a "perdersi nel vecchio anarchismo".

Ma noi dobbiamo guardare anche pi lontano ed esaminare il fenomeno del bolscevismo di Mosca, Noi ci troviamo davanti a un caso forse unico nella storia, al caso di un governo padrone di tutte le risorse di un immenso paese, il quale ha per punto primo del suo programma di usare queste risorse per provocare in ogni modo, con qualunque mezzo, senza scrupoli, il disordine, la rovina, il caos nel mondo civile, calcolando di poter imprimere in quel caos l'impronta della sua torbida concezione. Ed uno dei paesi scelti per l'esperimento e per l'azione  appunto l'Italia. Ora, il partito comunista serve al sinedrio moscovita come organo ufficiale della sua politica in Italia; ma dietro di esso vi  tutta una rete di emissari segreti incaricati di diffondere la pazzia, il crimine, la corruzione con qualunque mezzo.

I torbidi e diabolici mestatori moscoviti certo non si illudono che in Italia scoppi la rivoluzione. Ben altro  il loro gioco: pi astuto, perverso, disumano. Non rivoluzione ma guerriglia. E la speranza che a un certo momento, per concorso e coincidenze di cause imprevedute, possa avvenire una pi ampia rovina. "Questa - nelle sue linee generali - la realt della situazione nella quale ci troviamo, e di cui vediamo altre espressioni indubbiamente connesse negli avvenimenti di violenza comunista in Germania e Romania, che tutti insieme costituiscono il vasto criminale complotto internazionale."(1783)
Per trovare le radici del complotto bisognava dunque risalire, secondo il primo ministro, addirittura al congresso socialista di Livorno. Proprio l, con la scissione, la "materia umana pi inconsapevole" rigettata dal partito socialista e confluita nel partito comunista era andata a "perdersi nel vecchio anarchismo". In queste parole troviamo una prima spiegazione della grande confusione che dall'inizio dell'anno (per non dire da sempre) si  fatta, in tutta la stampa borghese, tra anarchici e comunisti. Nel momento in cui, a Livorno, i comunisti si staccano dai socialisti e fondano un loro partito, per la borghesia italiana vien meno tutto ci che poteva ancora distinguerli dagli anarchici. I membri del P.C.d'I. erano per essa solo dei massimalisti che, dopo aver parlato di rivoluzione per due anni, avevano finalmente deciso di farla, identificandosi cos, nella pratica di tutti i giorni se non nei principi dell'ideologia, con quei loro "cugini" anarchici che, sia pure ingenuamente e senza alcuna preparazione, la rivoluzione avevano davvero cercato di farla ogni volta che se n'era presentata l'occasione.
Ma il neonato partito comunista presentava altri due aspetti che lo rendevano, agli occhi del governo, pi pericoloso degli anarchici. Uno era proprio questo suo carattere di partito, legalmente riconosciuto e con propri deputati in parlamento; il che, almeno formalmente, obbligava il governo a trattarlo in modo diverso da come esso aveva sempre trattato gli anarchici. Vietare i comizi del P.C.d'I. e arrestarne i deputati doveva ancora apparire piuttosto imbarazzante a un governo che non aveva esitato a reprimere con tutti i mezzi, legali e illegali, la propaganda e l'azione degli anarchici. L'altro aspetto era, ovviamente, il collegamento esistente tra i comunisti del nostro paese e quelli della Russia, tra una rivoluzione che si continuava a dire di voler fare nonostante la brutta piega che stava prendendo la situazione politica italiana e una rivoluzione che si era fatta e che rappresentava il pi alto punto di riferimento per le masse proletarie del nostro paese.
Lo stesso giorno in cui La Tribuna esce con l'articolo che abbiamo cos largamente citato, un titolo a quattro colonne tinge di un nero sinistro la prima pagina del Popolo d'Italia: "La strage del Diana era nei piani di Mosca?".

Nel dare la notizia del nefasto attentato al teatro Diana di Milano i giornali berlinesi lo mettono in connessione con gli atti terroristici avvenuti in questi ultimi giorni un po' dappertutto, e pensano che con ogni probabilit i delinquenti che gettarono la bomba nel teatro milanese hanno agito in obbedienza a un ordine ricevuto da Mosca o da persone che con Mosca si mantengono in stretta relazione.

Secondo il giornale di Mussolini, la polizia berlinese "ha potuto avere nelle mani le fila di un vasto complotto comunista organizzato a Mosca sotto l'alta protezione del governo bolscevico. Il complotto aveva per scopo la preparazione di rivolte in Germania, in Austria, in Svizzera, in Italia, in Francia e in Inghilterra, oltre che nelle repubbliche sorte sulle rovine della cessata monarchia danubiana". Tra i primi atti del loro programma, "i comunisti dovevano compiere attentati terroristici allo scopo di impressionare i governi e le popolazioni e in seguito approfittare dell'inevitabile trambusto per far scoppiare la rivolta e arrivare alla proclamazione della repubblica bolscevica nei vari paesi"(1784).
Come si vede, degli anarchici non si parla neanche pi. D'altronde, perch perder altro tempo con loro? L'azione congiunta dei fascisti e della polizia li ha momentaneamente sgominati, almeno a Milano. Mentre gli squadristi hanno distrutto il loro quotidiano e la sede dell'organizzazione sindacale cui accordavano la loro preferenza, mentre i loro uomini pi prestigiosi restano in galera, le continue retate della polizia hanno tolto dalla circolazione praticamente tutti i libertari e tutti i loro simpatizzanti di Milano. Quei pochi che sono riusciti a fuggire devono tenersi ben nascosti in altre localit. Il movimento anarchico  in ginocchio, Mussolini lo sa benissimo e volge lo sguardo pi lontano. Il suo vero nemico  il bolscevismo. E il bolscevismo, in Italia,  rappresentato dai comunisti. Quando sar finita con gli anarchici, toccher a loro.


UN SICARIO DAL CUORE TENERO

Ma Giolitti e Mussolini, nella settimana della strage del Diana, ebbero un'altra cosa in comune. Da pi parti, infatti, si cerc di accreditare la notizia che i due capi - quello del governo e quello del fascismo - erano sfuggiti ad attentati contro la loro vita. Qualcuno, insomma, avrebbe cercato di ammazzarli.
 storicamente vero? Forse no. Ma la stampa ne parla, sia pure in forma dubitativa, e nel 1921 come oggi era la stampa a influenzare l'opinione pubblica. Essere o apparire le vittime designate di un sicario, in quel clima e in quel momento, non poteva che fare il loro gioco, irrobustendone l'immagine di uomini d'ordine decisi a salvare il paese dal caos.
Due i possibili attentati contro il primo ministro dei quali d notizia Il Popolo d'Italia citando come fonte, per il primo di essi, Il Tempo di Roma. In entrambe le circostanze si sarebbe cercato di provocare il deragliamento del treno sul quale Giolitti viaggiava. La prima volta, nella notte tra il 24 e il 25 marzo, si  minato un ponte della linea ferroviaria Roma-Livorno, ma lo scoppio della bomba ha demolito solo un pezzo di parapetto. La seconda volta, la mattina del 25, un treno diretto a Ovada  stato fatto segno al lancio di un ordigno vicino alla stazione di Borzoli. Lampante, secondo il cronista, lo sbaglio dell'attentatore, il quale intendeva evidentemente colpire il direttissimo da Roma che seguiva a un'ora di distanza il treno diretto a Ovada e sul quale viaggiava il capo del governo. Commenta Il Popolo d'Italia:

Siamo in presenza di una vasta organizzazione che vuol terrorizzare l'Italia. Una banda di pazzi criminali che ha bevuto al secchione inebriante della predicazione anarchica, pagata dallo straniero, per la quale non esiste n patria n umanit, ci invita a nuove lotte e nuovi sacrifici di vite generose. Li compiremo con mano e cuore fermi, senza appiattarci nell'anonimo e senza cercare le tenebre. E percoteremo ben forte, con i fasci che simbolizzano l'unit romana delle citt d'Italia fuse nella volont granitica dei nostri monumenti, contro i quali s'abbatterono invano impeti di ben altre tempeste(1785).

Del presunto attentato a Mussolini d notizia per prima La Sera, suscitando "molta curiosit"(1786). Secondo indiscrezioni giunte all'orecchio del cronista di questo giornale l'attentatore, che "aveva avuto mandato da un gruppo anarchico di Toscana", era stato affrontato dallo stesso Mussolini e, "circuito di domande", aveva ammesso le proprie intenzioni(1787).
Altre informazioni si ricavano dal Secolo. Da qualche giorno - scrive questo giornale - il direttore del Popolo d'Italia era seguito con instancabile assiduit da "un individuo piccolo, esile", che gi altre volte si era presentato a casa sua con la scusa di dovergli parlare. Il 22 marzo verso mezzod, sceso in portineria col suo medico curante, Mussolini si imbatt nello sconosciuto e gli chiese che cosa volesse da lui. "L'individuo rimase confuso e non seppe giustificare il motivo del suo strano contegno. Poco pi tardi si rec nell'ufficio del direttore del Popolo d'Italia, al quale fece una completa confessione."(1788) Eccola:

Mi chiamo Masi Biagio di Emilio e Narcisa Lupi. Sono nato il 22 agosto a Marsiglia e dimoro con la famiglia a Piombino. Partii da Piombino venerd mattina 18 corrente alla volta di Milano per attentare alla vita del direttore del Popolo d'Italia, Benito Mussolini.
La decisione di sopprimere Mussolini era stata presa da un gruppo di anarchici di Piombino, dopo un convegno avvenuto fra i correligionari (...). Partendo da Piombino fui armato di una rivoltella automatica Beretta modello grande, calibro cm. 7,5 [sic], munita di 14 colpi, e ricevetti la somma di L. 200 per le spese.
Prima che io partissi il compagno che mi aveva dato il denaro scrisse a un compagno di Milano, abitante in corso Buenos Aires, di professione meccanico, che conoscevo anch'io. Questi mi attese alla stazione all'arrivo, avvenuto sabato mattina col treno delle 7, e mi accompagn all'albergo Pesce d'Oro situato in via Paolo da Cannobio. Lungo la strada parlammo dell'attentato e l'amico mi diede notizie sulle abitudini del Mussolini.
Nel pomeriggio mi accompagn fino in foro Buonaparte, dove abita il Mussolini, indicandomene l'abitazione. Vidi anzi il Mussolini stesso che, in quel momento, trovavasi alla finestra. Il giorno dopo, la domenica, rimasi in albergo.
Nel pomeriggio uscii e andai a trovare un compagno abitante in corso Garibaldi che mi avrebbe dato, qualora il colpo fosse riuscito, una somma di denaro e tutte le possibili facilitazioni per farmi fuggire.
Senonch, andando da questo compagno, m'imbattei nel corteo delle Cinque Giornate e volli assistere alla manifestazione. Lo spettacolo inatteso mi fece subire una resipiscenza dovuta al fatto che, mentre credevo di trovarmi in una citt alla merc dei comunisti, constatavo di trovarmi in un ambiente dove pi pulsava lo spirito patriottico.
Nel pomeriggio del luned mi recai all'abitazione del Mussolini in foro Buonaparte allo scopo di confessare il mandato che mi era stato affidato. La portinaia mi avvertiva che Mussolini non era in casa. Ritornai la sera verso le 19 ed una seconda volta la portinaia mi disse che non era ancora rincasato. Allora rimisi la cosa al marted. Infatti il marted mattina verso le 9,30 mi recai di nuovo in foro Buonaparte e, montate le scale, suonai alla porta di casa del Mussolini. Uno dei suoi figli mi apr chiedendomi che cosa desideravo e avvertendomi che il babbo era ancora a letto. Discesi allora le scale e aspettai che Mussolini scendesse.
Egli non si fece aspettare molto. Quando lo vidi lo fermai e gli chiesi di parlargli da solo a solo con l'intenzione di rivelargli ogni cosa. Ma poich egli era accompagnato da alcune persone passai pi tardi al suo ufficio dove feci la confessione delle intenzioni con le quali ero partito da Piombino.
Ora dichiaro sul mio onore di libertario di non voler attentare alla vita di persone che, per quanto combattano il nostro movimento, lottano per una causa ideale priva di preconcetti politici e sociali ma semplicemente perch animati da uno spirito di libert.
Dichiaro pure che nella giornata passata al Popolo d'Italia sono stato trattato, tanto dal direttore prof. Benito Mussolini che dagli addetti alla mia custodia, con ogni riguardo(1789).

Premesso che la confessione  stata scritta, come dimostra la sua forma, da uno dei tre fascisti che la ricevettero, non si sa che cosa dire di questo singolare tipo di anarchico, anticomunista, patriota e legalitario, se non che un attentatore al momento giusto pu far comodo, specie se ha il cuore troppo tenero. Forse il commento pi appropriato resta quello dell'Ordine Euovo:

(...) si tratterebbe di un povero pazzo, creduto anarchico, il quale, non avendo da mangiare, avrebbe inventato di sana pianta la storiella. Il fatto  che egli si trova da due giorni al Popolo d'Italia, tranquillo, bevendo e mangiando allegramente, e risolvendo a modo suo per qualche tempo il problema della miseria(1790).

Raccolta la dichiarazione dell'attentatore pentito, Mussolini decideva di farlo accompagnare a Trieste, con una lettera di raccomandazione per il capo del fascismo triestino. Ecco il testo:

Caro Giunta,
il latore  il centralinista del Popolo Luigi Sant'Elia. Egli accompagna a Trieste certo Biagio Masi, sovversivo piombinese venuto espressamente a Milano per attentare ai miei poveri giorni. All'ultima ora ha avuto il buon gusto di pentirsi e di confessarsi a me, ragione per cui non ho fatto denunce di sorta alle autorit non ostante che la questura abbia avuto per altre vie notizia della faccenda.
Il Masi non pu, dice lui, tornare in questo momento a Piombino, ed io gli ho fatto fare un biglietto per Trieste. Non bisogna perderlo di vista. In ogni caso abbiamo predisposto rappresaglie terribili per ogni affronto che fosse fatto a me o ad altri capi del. Fascismo. Il Sant'Elia ti dir il resto a voce(1791).

Uscito dagli uffici del Popolo d'Italia per andare alla stazione ferroviaria, il sedicente sicario veniva fermato e condotto in questura, per accertamenti che non accertarono gran che. Sbucato dal nulla alla vigilia dell'attentato al Diana, Biagio Masi vi rientra subito dopo per non uscirne mai pi. Superfluo aggiungere che oggi, a pi di mezzo secolo da questi avvenimenti, nessuno dei vecchi anarchici di Piombino e di Milano ricorda di averlo mai sentito nominare. E nulla risulta, su di lui, nel Casellario politico centrale dell'Archivio centrale dello stato(1792).


SOCIALISMO DAL VOLTO UMANO

Due giorni dopo la strage la posizione del Corriere della Sera(1793) oscilla ancora tra l'irrazionalismo della teoria del "mostro" e la contrastante convinzione che il massacro di tanti innocenti sia stato organizzato: "freddamente, col calcolo con cui si prepara un "affare"". Calcolatori o folli, dunque, gli autori dell'attentato? L'uno e l'altro, sembra rispondere contraddittoriamente il giornale, gi conquistato dall'ipotesi del complotto ma incapace di conciliarla con l'"infernale stupidit" del gesto.
La vera causa dello scempio  per la "predicazione dell'odio contro la borghesia" e gli assassini sono dei semplici esecutori. Nei loro cervelli deboli, nei loro nervi malati, "la borghesia  stata impressa come un'immagine suscitatrice di furore. Si  scritto, si  predicato liberamente che bisognava distruggerla. I tristi discepoli obbediscono". La loro colpa  dunque minore di quella degli "avvelenatori", dei "maestri"; i quali, pi che con le schegge della bomba, hanno ucciso con le loro parole.
Neanche tanto coperta,  una chiamata di correo per i socialisti, questi eterni seminatori dell'odio di classe. Intanto per la prima cosa da fare, la pi urgente,  approfittare dell'occasione per spazzar via il movimento anarchico.

Tra gli incitatori che abusano della libert, e delle superstizioni ond' circondata, per rifugiarsi dietro il diritto del pensiero quando il giudice li richiama alla responsabilit, e i gregarii che mettono la loro esaltazione al servizio dei condottieri, un tal partito [sic]  fuori da ogni pi remoto termine d'umanit e di ragione.

Per tale motivo  necessario "isolarlo". Ci significa che "non vi pu essere altro partito che per vile indulgenza o per timore di apparire meno estremo mantenga con esso un contatto che possa rassomigliare a una complicit e dia la sensazione di un'affinit qualsiasi". A buon intenditor poche parole. I socialisti sono avvertiti.
Il tema della repressione  ripreso con maggior foga dall'Italia(1794), che oltre a rimproverare alle autorit di non aver espulso in tempo Malatesta dall'Italia chiede in modo esplicito la definitiva soppressione del quotidiano anarchico.

La strage anarchica del Diana, che segna nei nefasti criminali dell'anarchismo il record della ferocia pi bestiale, il successo pi colossale della belva umana, non pu non segnare nella vita pubblica del nostro paese la condanna definitiva di questa setta antisociale ed antiumana, non pu non segnare da parte dell'autorit un radicale revirement colla rinuncia al proprio colpevole agnosticismo ed assenteismo, col principio di una energica, ferma, totale repressione della propaganda anarchica e dell'azione diretta che ne  la conseguenza.

Se nel commento dell'Italia la giustificazione delle rappresaglie fasciste, appena dissimulate dal velo dell'"indignazione" e dell'"esasperazione popolare", poteva essere letta tra le righe, in quello della Perseveranza essa assume il carattere di un'esplicita e schietta difesa. Fin dal titolo del pezzo - "I soli colpevoli" -  chiaro che il giornale conservatore respinge la teoria degli opposti estremismi. Per lui l'estremismo  uno solo e veste sempre di rosso. Unici colpevoli della strage sono i creatori di "quella organizzazione di intimidazioni orirninose che gli anarchici, in combutta coi bolscevichi, hanno inscenato per imporre la liberazione del Malatesta". Inutili, ora, "le confessioni e i piagnistei" dei "propagandisti della violenza sovvertitrice" (cio dei socialisti). Il popolo "sa come da una parte soltanto siano i colpevoli; e sa da qual parte". Per questo,

sforzarsi di confondere nel complesso della difesa e dell'offesa fascista contro le forze disgregatrici della Patria l'infame attentato dell'altra sera  temerario ed iniquo. Assertori non oggi soltanto della pacificazione civile, affermatori infaticati del dovere dello Stato di salvaguardare la propria esistenza e restaurare la propria autorit, noi che abbiamo compreso e legittimato la reazione fascista, pur deplorando che dovesse affermarsi in violenze, ci opponiamo a che si tenti di far risalire ai fascisti, nel concetto della pubblica opinione, una qualsiasi responsabilit, che non hanno(1795).

La teoria degli opposti estremismi trova ovviamente contrario anche Mussolini che, per evitare "una grossa deformazione della verit", scrive sul Popolo d'Italia:

Si tenta (...) di mettere il barbarico attentato nel quadro della lotta fra Fascismo e Socialismo e si stabilisce una concatenazione e successione degli avvenimenti assolutamente arbitraria. (...) L'attentato al Diana  di ispirazione e di attuazione anarchica ed  in relazione collo sciopero della fame inaugurato da Malatesta e soci. La strage del Diana  in relazione cogli attentati di Pegli, di Imola, di Genova e di altre localit.  una esplosione di terrorismo anarchico allo scopo di influire sulle decisioni della Magistratura milanese. Chi vuol scorgervi influenze fasciste, per arrivare a dimostrare una specie di indiretta o vaga responsabilit fascista, s'inganna. Chi ha letto attentamente, e anche fra le righe, il foglietto anarchico di questi ultimi giorni,  in grado di confermare quanto diciamo. Tanto  vero che, a strage compiuta, a sangue abbondantemente versato, il sinistro profeta digiunante a S. Vittore si  deciso a mangiare. C'era bisogno di molto sangue, di molti morti, di molti feriti, di uno strazio immenso, per placare il marabutto macabro dell'anarchismo italiano(1796).

L'argomento di Mussolini piace all''Avanti!, che si affretta a farlo proprio.

Nessuno (...) pu pensare che vi sia una qualsiasi relazione fra la propaganda socialista e l'attentato ai Diana; nessuno pu supporre che il fatto abbia suscitato fra noi una meno sincera riprovazione ed indignazione che non fra ogni altro cittadino; nello stesso Popolo l'Italia  detto, con rispetto della verit, che nessuna relazione esiste fra gli episodi consueti della lotta fra fascisti e socialisti e l'attentato (...)(1797).

L'ammissione dei socialisti (che Mussolini, compiaciuto, non mancher di sottolineare)  un indice assai chiaro di quanto essi si sentano isolati nell'infuriare delle polemiche successive alla strage. La bomba del Diana li ha storditi. E si direbbe che stentino ancora, come le vere vittime dello scoppio, a riprendersi dallo choc.
In ben quattro articoli pubblicati contemporaneamente sull'Avanti! si tenta cos, confusamente, di scagionare il socialismo dall'accusa di essere una scuola di odio e di violenza; di ritorcere quest'accusa sui fascisti; di smontare la speculazione politica imbastita contro di loro tracciando un curioso parallelo tra individualismo anarchico e fascismo.
I socialisti non vogliono essere il "capro espiatorio delle colpe altrui". Essi avversano il delitto politico, "sempre inutile, anche se talora spiegabile". Ma la strage del Diana non  un delitto politico:  un inqualificabile atto di criminalit comune, un autentico "abominio" che "non pu appartenere ad alcun partito". Chi volesse azzardarsi a innestarvi una speculazione politica contro i socialisti - contro coloro, cio, che la sera della strage stavano per rimanere vittime della "stessa vilissima mano che ha perpetrato l'immane delitto" - "mancherebbe di rispetto a se stesso" e a "tanti poveri morti innocenti".
Gli autori dell'attentato al Diana non possono essere socialisti. I socialisti sanno benissimo che lanciando una bomba nella sala affollata di un teatro popolare non si giova alla causa della rivoluzione ma si fa il gioco della reazione. L'atto appare anzi talmente incomprensibile, cos strano nella sua atrocit, da indurre qualcuno a vedervi la mano di un provocatore.
La strage del Diana  dunque l'"esponente di una situazione morbosa" della quale approfittano gli "strumenti del capitalismo" per montare "speculazioni reazionarie". Guizzano cos, nel "furore individualista", le prime fiamme di quella "guerra civile" che l'altra guerra, quella militare, gi portava in seno(1798).
Sotto le molte parole sdegnate l'arruffata difesa socialista tradisce uno spirito conciliante che non sfugge agli osservatori pi attenti. Uno dei suoi quattro articoli, scriver L'Ordine Nuovo, 

tutto un grido disperato rivolto a quegli increduli di fascisti e di nazionalisti che non vogliono riconoscere per buona la sua troppo recente conversione al pacifismo di classe. Il che pu essere causa di non pochi spiacevoli inconvenienti, come quello verificatosi l'altra sera per la rappresaglia fascista contro la sede nuova del giornale.  una questione di tempo; e continuando di questo passo non ci sar pi nessuno che si ricorder delle minacciose rivoltelle scalariniane.

Ma non basta. Il corrispondente da Milano del giornale comunista ha voluto sondare le reazioni della base agli articoli dell'Avanti! e scrive che il grosso titolo della prima pagina ("Dopo il nefando orribile crimine al teatro Diana"), e "pi ancora il contenuto dei tre commenti socialisti", sono stati "variamente discussi in tutti gli ambienti cittadini, quello operaio compreso". I comunisti da lui avvicinati, che pure

sono lungi dall'approvare l'atto terroristico, disapprovano acerbamente l'atteggiamento del giornale socialista. La nota pi sintomatica: "Riaffermazione", viene riprodotta dalle edizioni serali e soprattutto come un invito alla conciliazione generale. (...) Il Corriere pomeridiano, che d integralmente il pezzo, lo definisce un atto di vera e propria resipiscenza e lo fa seguire da una postilla in cui dichiara che la "diffamata stampa borghese non negher il suo appoggio al giornale socialista per un'opera di pacificazione"(1799).

 vero. Il Corriere della Sera, raccolto il "grido disperato" dell'Avanti!, assicura che non sar certo dalla sua parte, dalla "quotidianamente diffamata stampa borghese", che verranno frapposti ostacoli all'opera di pacificazione. Ma  sulla volont di pace dei socialisti che il giornale di Albertini non nasconde il proprio scetticismo. L'organo socialista, insomma, "non deve troppo meravigliarsi se il pubblico tarder un po' a persuadersi" delle buone intenzioni del partito socialista. L'Avanti!

oggi ripudia in termini non equivocabili l'azione e la propaganda anarcoide e nega che esse rappresentino un partito politico. Ma noi fino a ieri ci eravamo abituati a considerare gli anarchici come "cugini coi quali i socialisti avrebbero percorsa molta strada". La parentela  dichiarata rotta? Ne guadagneranno la sincerit politica e la pace sociale(1800).

Ancora una volta  Mussolini, come accade piuttosto spesso in questo periodo anche per altri avvenimenti, a fornire l'interpretazione pi realistica della "svolta" politica rappresentata dall'attentato.

La strage del Diana  destinata a segnare veramente la fine di un periodo della vita politica italiana del dopoguerra e il cominciamento di un altro? Il socialismo, che s'era a poco a poco straordinariamente abbrutito e imbruttito, sta dunque per riassumere un volto umano e possibilmente italiano? Siamo dinanzi a una reale rettifica di tiro o non ci troviamo, invece, di fronte alla necessaria ambiguit di gente che si sente in dolo e cerca in qualche modo un alibi?

Rispondere in modo esauriente a queste domande non  possibile.

L'Avanti! di ieri ci lascia ancora dubitasi e scettici. I giudizi che vi si leggono sul Fascismo sono sempre falsi e ingiuriosi. (...) Un anonimo collaboratore (...) stampa definizioni di questo genere: "Il Fascismo non  fenomeno da inquietare chi guardi l'avvenire e tenga l'occhio alla mta. Esso  il comune termine denominatore di tutti gli interessi offesi dal socialismo, gli interessi dei pescicani e degli industriali (...); gli interessi della borghesia agraria (...); gli interessi delle oligarchie plutocratiche, ministeriali, parlamentari e comunali, (...) ed infine gli interessi del militarismo professionale (...)".

Davanti a "manifestazioni cos bestiali di incomprensione e di diffamazione" del movimento fascista, Mussolini tiene a dire subito che la tregua da pi parti invocata  "impossibile". Deve anche riconoscere, per, che il giornale socialista pubblica "deplorazioni cos categoriche della violenza individuale in genere e di quella perpetrata al Diana in ispecie, quali non si videro mai". Il partito socialista versa in una situazione che gli sembra "crepuscolare".

Ma due realt emergono nel grigiore del trapasso: la prima  che la predicazione e la pratica della violenza da parte dei socialisti ha scatenato la reazione fascista ormai trionfante; la seconda  che sul terreno della violenza civile i socialisti saranno sempre battuti, per la ragione assai semplice che, salvo minoranze trascurabili, il proletariato nella sua enorme massa  pacifondaio e poco propenso al sacrificio della vita.

Solo se il partito socialista getter definitivamente alle ortiche "quell'insurrezionismo per il quale non  assolutamente tagliato" potr determinarsi una situazione nuova che avr "ripercussioni" sull'atteggiamento dei fascisti. Se invece il partito socialista continuer a restare "nell'ambiguit in cui s' posto da qualche giorno", i fascisti non gli daranno tregua. Per giungere a una "chiarificazione" che - conclude Mussolini - "oggi si delinea appena"(1801).
Col loro pubblico ripudio della violenza i socialisti, che credevano di aver fatto tanto, si sono solo messi in una posizione ambigua nella quale non possono restare. Il processo di chiarificazione per Mussolini  appena cominciato. Solo se rinunceranno all'insurrezionismo", cio al proposito di modificare l'ordine sociale, i socialisti si porranno in una situazione nuova che avr "ripercussioni" sull'atteggiamento dei fascisti. Ma quali saranno queste "ripercussioni"? Il Popolo d'Italia non lo dice. La dura replica del capo del fascismo equivale alla richiesta di una resa senza condizioni. Dopo due anni di rovesci e di incertezze Mussolini sa di avere finalmente il coltello per il manico. Se la "svolta" del Diana ha un senso, questo  il senso che ha per lui. E da allora nessuno sar pi capace di strapparglielo, n con la forza n con l'astuzia.


SOLIDALI CON GLI ASSASSINI?

Fin da quando costituivano una semplice frazione del partito socialista, prima del congresso di Livorno, i comunisti non erano mai stati molto teneri verso gli anarchici. Ne avevano magari mutuato certi punti programmatici (come l'astensionismo elettorale sostenuto da Bordiga nel 1919) finendo per somigliarvi, almeno in superficie, pi di quanto potessero desiderare. E nelle piazze d'Italia, durante il biennio rosso, anarchici e comunisti si erano sempre trovati fianco a fianco, uniti nella lotta e nell'esaltazione del bolscevismo russo. Ma le gravi divergenze di principio restavano. E l'unit d'azione che di fatto veniva a crearsi a ogni nuova manifestazione proletaria non impediva ai rispettivi organi di stampa di imbastire roventi polemiche sulle questioni pi svariate.
Cos, il 25 marzo, da una manchette dell'Ordine Nuovo era partito un ammonimento non troppo velato a quanti in campo proletario, e non dovevano essere pochi, non si mostravano sufficientemente addolorati dal grave bilancio dell'attentato al Diana:

La borghesia capitalistica  una classe essenzialmente economica; il suo cuore  nei portafogli e nelle case dove ha deposto i suoi portafogli. Non si colpisce al cuore la borghesia altro che colpendola nel portafogli. I teatri sono case frequentate da tutto il popolo, non dalla sola borghesia capitalistica: i rivoluzionari non devono neppure dare l'apparenza di poter danneggiare il popolo(1802).

Noto a tutti, d'altronde, fin da allora, era il giudizio negativo dei comunisti sul terrorismo politico. Ma quando, in una situazione resa pesante oltre che dalle violenze fasciste anche da una prima ondata repressiva abbattutasi proprio alla vigilia dell'attentato sulla giovanissima organizzazione del partito, le forze della borghesia mostrarono di voler sfruttare i fatti della settimana di Pasqua per una grossa speculazione politica, i comunisti si videro costretti a uscire allo scoperto e a chiarire ufficialmente la propria posizione. A tal fine, il 26 marzo, L'Ordine Nuovo pubblicava un appello ai lavoratori milanesi.

Minoranze audaci ed organizzate per l'azione controrivoluzionaria (...) tentano di sfruttare facili motivi sentimentali per trascinare dietro di s la massa grigia delle classi intermedie e di tutti gli incerti e i senza partito, per montare nella cosiddetta pubblica opinione della nostra citt uno stato d'animo ostile al proletariato rivoluzionario.

Questa manovra non poteva e non doveva riuscire.

Si vuol ripetere qui quanto si fece a Bologna dopo l'uccisione di un consigliere comunale borghese ad opera di sconosciuti. I dirigenti del movimento proletario locale sentirono il bisogno di sconfessare con pubbliche dichiarazioni un atto di cui non venivano accusati che per inscenare una speculazione politica su di un cadavere. Essi credettero di far cadere la speculazione protestando la distanza tra i propri metodi politici e quelli degli autori di tale atto, ma non riuscirono che a spargere il disfattismo tra i lavoratori e ad agevolare la manovra degli avversari che, approfittando del disorientamento e della fuga generale dai posti di responsabilit del partito proletario, imbaldanzirono in un'offensiva che trovando i lavoratori disorganizzati e delusi della forza dei loro organismi si vant di facili vittorie che schiaffeggiarono la fierezza della classe lavoratrice e spezzarono le sue conquiste.
Sulle vittime dell'altra notte si vuol ripetere la speculazione cinica e turpe per colpire la compattezza della massa operaia. La borghesia non si commuove sul serio per i morti e i feriti del Diana; chiude per l'imposizione fascista le sue botteghe, ma per continuare sotto le saracinesche semialzate la caccia al profitto in cui sta tutta la sua morale di classe. Ma intanto la montatura si va completando. Ma intanto da taluni vostri dirigenti vengono parole che l'avversario attende per non tenerne altro conto che quello di vantarle come vittoria del suo intervento punitore e rintuzzare delle idealit rivoluzionarie.
Proletari comunisti!
Ben altra sia la nostra, la vostra parola. (...) L'accendersi di una lotta che d luogo a tragici episodi non si giudica da noi col dare sanzioni o rifiutarne. Le nostre responsabilit risultano chiare dalle nostre dichiarazioni programmatiche. Pel resto, noi vediamo riconfermata la grande verit storica proclamata dal comunismo, che alla situazione attuale non  altra uscita che la vittoria rivoluzionaria dei lavoratori in un nuovo ordine veramente civile, o l'infrangersi di ogni forma di convivenza sociale in un ritorno alla barbarie pi tetra. La borghesia, piuttosto che scomparire dalla storia, vuole la generale rovina della societ umana. Le bande bianche che si formano per spezzare l'avanzata emancipatrice dei lavoratori lavorano per questa seconda tenebrosa soluzione. Noi speriamo e crediamo che saranno spazzate dalla forza cosciente del proletariato, ma anche se ci non fosse, in nessun caso esse salveranno dalla rovina finale il fracido ordinamento borghese(1803).

La pubblicazione dell'appello sulla prima pagina dell'Ordine Nuovo tronca bruscamente ogni discorso di "conciliazione" tra gli "opposti estremismi" e riversa sui comunisti gran parte dell'indignazione che fino a quel momento era stata riservata agli anarchici. Il partito comunista - scrive Il Secolo - rompe il riserbo che la tragedia avrebbe dovuto imporgli per lanciare ai lavoratori milanesi "un proclama spavaldo nel quale la fierezza dottrinaria serve di pretesto ad una iniqua offesa all'anelito di pace ed alla profonda ambascia" di tutti i cittadini. Il proclama, che vorrebbe segnare "una linea netta di distacco delle rappresentanze comuniste dai dirigenti del socialismo unitario nella valutazione del momento odierno e nella condotta da seguire", riesce solo a dimostrare, secondo il giornale borghese, che "la (...) concorrenza degli estremismi rossi" non si placa nemmeno davanti alla morte e che "anche l'eccidio al teatro Diana pu offrire alla polemica comunista lo spunto per accusare i cugini unitari di debolezza e di deviazione".
L'appello del partito comunista ai lavoratori milanesi provoca in Mussolini uno scatto di furore la cui violenza  misurabile con una semplice occhiata alla prima pagina del Popolo d'Italia del 27 marzo. Un grosso titolo l'annerisce dalla prima all'ultima colonna: "Le belve umane si rivelano - I comunisti si dichiarano solidali con gli assassini del Diana". Nell'articolo di fondo, intitolato "Accettiamo la sfida!", il direttore scrive:

C' un giornale in Italia che si stampa a Torino, che  scritto in lingua italiana, che  scritto da italiani pi o meno autentici che noi conosciamo e che sono mostruosi e deformi nel corpo e nell'anima, c' un giornale, L'Ordine Nuovo, che giustifica la strage del teatro Diana. Pu a tutta prima parere incredibile, ma  cos.

L'articolo cita poi integralmente la manchette del giornale torinese del 26 marzo che dice:

Tutti i giornali oggi si sdegnano per gli orribili episodi della tragedia del Teatro Diana. Gli orribili episodi della lotta armata contro i contadini nel Bolognese, nel Ferrarese, nel Polesine, nella Lomellina, sono taciuti. L'Italia non sa pi che cosa sia la giustizia.

Questa  un'equazione - commenta Mussolini - la cui "perfidia ioyolesca e barbarica" non deve sfuggire.

Nel Bolognese e regioni limitrofe si sono svolti conflitti pi o meno sanguinosi fra fascisti e socialisti, con morti e feriti d'ambo le parti. Solo dei criminali qualificati come dimostrano di essere i gibbosi scrittori del foglio torinese possono riscontrare delle analogie fra le due tragedie e trovare in quest'analogia una parvenza di giustizia.

E non dimentica di aggiungere la solita minaccia, allora tanto frequente sulle colonne del Popolo d'Italia:

C' nella "manchette" dell'Ordine Nuovo una evidente apologia degli assassini di Milano, ragione per cui raccomandiamo vivissimamente il giornale torinese, non alla Procura del re, che giungerebbe fra qualche mese, ma a coloro che hanno l'abitudine di arrivare assai prima.

Ma non basta. Se la manchette del foglio comunista  "ignobile", il manifesto del partito comunista ai lavoratori milanesi  per Mussolini "ancora pi perverso". Vi si parla di "facili motivi sentimentali" e "vi si dichiara la piena solidariet coi bombardatori del Diana". Vi "si rimprovera ai socialisti bolognesi di non essere stati solidali cogli assassini del mutilato Giordani, che viene chiamato "un consigliere comunale borghese", e basta la rievocazione di questo precedente per capire che i comunisti italiani intendono di essere totalmente solidali coi massacratori del Diana".

Se questa  una sfida, noi l'accettiamo, subito, senza nemmeno discutere. Gli organi direttivi del movimento fascista non tarderanno un minuto solo a decidere e a fissare le opportune misure per schiantare col piombo e la fiamma questa ribalda e nefanda provocazione; comunista(1804).

Al furore di Mussolini fa degno riscontro la ferocia forcaioa della Perseveranza. Per questo giornale, a tre giorni dalla strage,

i fatti sono di una chiarezza cristallina: contemporaneamente all'attentato al Diana, due altri attentati erano mandati ad effetto in Milano stessa e nelle 24 ore erano annunciati una trentina di attentati dinamitardi in tutta Italia (...).

L'"organizzazione predeterminata" non  dunque una favola ma una realt. Certo, bisogna anche ammettere che questa organizzazione, nell'insieme,  stata piuttosto "cattiva": invece di contare sulle masse, si direbbe che volesse spaventarle. Ma per fortuna, nonostante l'eccidio, essa non  riuscita a terrorizzare n i borghesi n gli operai.

Non  riuscita che a indicarci, a far capire cio su quali armi contano anarchici e comunisti in Italia, e quale  il loro personale. Tutti, dirigenti e personale, sono evidentemente al soldo della Russia.

 chiaro, a questo punto, che i fatti, di Milano "reclamano un tribunale speciale". Bisogna che "i feroci" sappiano che con essi non si tratta se non come con "belve umane". Lo stato "non deve sollevare la sua mano dalla citt fino a che gli assassini non siano assicurati alla giustizia". Occorre che esso "agisca brutalmente" per stroncare l'"organizzazione dei delinquenti al soldo del Kremlino". Bisogna controllare "di che vivono i comunisti e gli anarchici disseminati per tutta Italia, coi loro circoli e i loro giornaletti"(1805).
Il giorno di Pasqua l'organo dei cattolici e dei popolari si trova ancora una volta accomunato al giornale dei fascisti nello stupore per quella che entrambi considerano l'impossibile "giustificazione" comunista della strage. Anche L'Italia ha respinto con fermezza le profferte di pace socialiste. Non si pu deplorare il delitto - ha risposto a Filippetti - mentre al tempo stesso si continua, come fanno i socialisti, a "favoleggiare di violenze antiproletarie, di fantastiche vittime rosse eternamente immolate all'odio borghese". Non si pu distinguere, senza commettere "una truffa invereconda", "la propaganda civile dalla predicazione della violenza, il socialismo che discute dall'anarchia che terrorizza"(1806).  dunque giusto scagliarsi contro la "propaganda dell'odio", contro "la libert che si  lasciata alla pazza circolazione delle dottrine sovversive", contro "i cattivi pastori che hanno condotto il gregge nel precipizio e che ora ipocritamente gridano contro l'armento che  corso verso la voragine". Ma ancora pi giusto  "condannare la propaganda materialista di cui quella dell'odio tra le classi e le fazioni partigiane  una naturale germinazione"(1807).
Gli interventi dell'Ordine Nuovo nella polemica sulla strage del Diana hanno il potere di far uscire dai gangheri anche la latineggiante Italia.

Nell'assenza di Umanit Nova, che ha momentaneamente interrotto le pubblicazioni e speriamo non le riprenda pi, c' qualcuno che ardisce assumere, sia pure ipocritamente e con manovra indiretta, la difesa, la spiegazione, la giustificazione dell'orrenda strage anarchica del Diana. Impossibile? niente affatto; semplicemente vero, reale; anche se la commossa coscienza si rifiuta di crederlo(1808).

Davanti a un contegno "che si risolve in una reale confessione di solidariet e di complicit" non  pi possibile, per L'Italia, distinguere tra anarchici e comunisti, che d'ora in poi dovranno essere trattati alla stessa stregua, da "nemici della civile e sociale convivenza"(1809).
Penser Il Comunista, senza curarsi troppo di questa scomunica, a chiudere seccamente la polemica.

Il manifesto comunista ai lavoratori milanesi ha sollevato gran rumore nella stampa avversaria. Si specula naturalmente su di esso, che nella sua impostazione programmatica  chiaro, preciso, esauriente, per dire che i comunisti sono solidali con gli ignoti autori dell'attentato al Diana.
Ci attendevamo la speculazione, tanto pi inconsistente in quanto mal cela il disappunto di veder fallita l'altra, quella progettata (...).
Sappiamo che la nostra attitudine trova eco sicura nel saldo cuore delle masse lavoratrici - e ci mentre i socialdemocratici, andati incontro all'avversario con atteggiamento tanto dimesso, ne sono stati meritatamente schiaffeggiati(1810).

Ma l'invito dell'Italia, col pretesto della strage, a trattare i comunisti come si sono trattati gli anarchici  gi stato accolto. A partire dal 23 marzo la repressione si allarga. Sulle cellule e sui circoli comunisti comincia ad accanirsi una persecuzione quasi quotidiana. Un altro degli ostacoli che separavano il fascismo dal potere sta per essere spazzato via.


"ANCORA FASCISTI?" "ANCORA!"

Il 28 marzo 1921, luned di Pasqua, Milano rende omaggio alle "vittime dell'efferatezza anarchica"(1811).
Alle sette, sotto un cielo velato di nubi, cominciano al cimitero monumentale i preparativi per la cerimonia. Si para a lutto il voltone del famedio, calando nella luce dell'arco un grande drappo nero sul quale spicca una croce d'argento. Su questo sfondo si erige, in cima alla scalinata, l'altare per la funzione religiosa, che viene coperto da un largo tappeto nero frangiato d'argento e sul quale si collocano, ai lati del crocifisso, sei candelabri dorati.
Alla stessa ora raggiungono il piazzale, per un primo servizio d'ordine, due squadroni appiedati del Savoia cavalleria. Subito dopo ha inizio il trasferimento dei feretri dalla camera mortuaria alla cripta del famedio, dove le bare - semplici casse d'abete - vengono piazzate sopra una serie di cavalletti, in due file, davanti ai colombari. Intanto sul piazzale affluiscono le corone.
Tra le otto e le nove il sole squarcia le nubi. Nelle vie che portano al cimitero l'animazione  sempre pi viva. Dalle campagne vicine, dal centro della citt, dai rioni della periferia i milanesi raggiungono il piazzale. "Operai, abbiamo visto, e "signori"; donne del popolo e dame; ognuno ugualmente nobile nell'atto in cui si avvicina a recare il suo amore alle vittime. I tram erano enormemente gremiti."(1812)
Mentre nella cripta del famedio i parenti salutano per l'ultima volta i loro cari, sul piazzale cominciano ad arrivare i carri funebri, che si dispongono in due file ai lati della scalinata. Carabinieri in alta uniforme, schierati intorno ai carri, prestano servizio d'onore.
Il 28 marzo 1921 fu una grande giornata per i fascisti. Raccogliendo l'invito del Popolo d'Italia(1813), fin dalle otto essi avevano cominciato ad affluire in via Monte di Piet e in via Borgonuovo. Gi alle nove, cos, le due strade erano "rigurgitanti"(1814) di fascisti, che gli ufficiali presenti inquadravano e incolonnavano in compagnie. Oltre al fascio milanese erano rappresentati molti altri fasci dell'Alta Italia: Verona, Bergamo, Correggio, Sesto San Giovanni, Como, Varese, La Spezia, Melzo, Pioltello, Legnano, Chiari, Castellanza, Ganzo, Vercelli, Piacenza, Cassano, Monza, Greco Milanese, Codogno, Brescia, Erba, Firenze, Ferrara, Modena, Parma, Reggio Emilia, Biella, Magenta, Novara, Gallarate, Trieste, Vicenza, Mantova e Bologna.
Alle nove, dal "covo" di via Cerva, giunge a passo di corsa una compagnia di arditi. Pi tardi, da via S. Spirito, arriva una colonna di nazionalisti, con la cravatta azzurra e una corona di fiori dello stesso colore. "Poco dopo le nove la grande adunata  completa" scrive Il Popolo d'Italia. "Sono migliaia di fascisti, arditi, avanguardisti e nazionalisti (...) che si distendono, in compagnie di duecento uomini l'una, lungo tutta la via Borgonuovo. L'inquadramento  fatto in modo perfetto, rapidissimo, in silenzio e con disciplina."(1815)
Al passo, per quattro, "silenziosi, marziali e gravi", i fascisti sfilano per via Manzoni, via Verdi e via Brera, "destando nel pubblico che assiste, meravigliato, ammirazione grandissima"(1816). Mussolini  alla loro testa, con i pi stretti collaboratori.
Quando le tre colonne degli arditi, dei nazionalisti e dei fascisti, precedute da alcune carrozze piene di corone, raggiungono il piazzale del cimitero, nel recinto, intorno all'unica bandiera, si stanno radunando tutti i rappresentanti delle associazioni politiche e professionali.
Alle dieci - mentre "sui bastioni di Porta Volta, sul terrazzo dell'ex-casino daziario", ovunque la folla pu raccogliersi per assistere alla sfilata, gi si assiepano "centinaia e migliaia di cittadini di ogni grado e condizione sociale"(1817) - uno dei quindici sacerdoti benedice le salme. In un grande silenzio si recitano le preghiere. Un ordine echeggia nel piazzale, seguito da uno squillo di tromba. I carabinieri presentano le armi. I sacerdoti si pongono davanti ai carri funebri. Il corteo si muove.
In testa c' un plotone di venticinque carabinieri a cavallo, nell'uniforme delle grandi occasioni, seguito da una squadra del terzo Savoia cavalleria, le bandierine delle lance al vento. Vengono poi il tricolore e la corona di fiori del governo. Il gruppo dei rappresentanti delle associazioni  affiancato da un plotone di carabinieri in alta tenuta. Le corone sono pi di cento - oltre duecento ne conter La Perseveranza(1818) - su una ventina tra carri e carrozze. Molte sono portate a mano. Numerosissime quelle inviate da sodalizi e associazioni. "La corona offerta dai fasci di combattimento viene portata a mano da sei fascisti: non ha fiori,  un intreccio enorme di palme, simbolo di martirio e di pace."(1819)
Sfilano i carri funebri. Ciascuno di essi  affiancato da due carabinieri e seguito da parenti e amici del defunto. Il primo  quello della piccola Leontina Rossi: nero a colonnine bianche, tirato da due cavalli bianchi, coperto di garofani bianchi e orchidee,  attorniato da otto bambine biancovestite.
Su ogni carro c' una corona del comitato d'azione, alla quale si aggiungono quelle dei congiunti. Dietro l'ultimo carro sfilano un reparto di artiglieri, i membri di minoranza del consiglio comunale e provinciale, alcuni deputati, i professori d'orchestra e i membri delle associazioni patriottiche e politiche cittadine. Qui si  inserita la colonna composta dai nazionalisti, dagli arditi, dai fascisti, dai legionari e dalle legionarie.

Il corteo dei fascisti sfila osservato con rispetto. La colonna dei fascisti  imponente. Essa  composta di cinque compagnie di quattrocento uomini l'una ed  ordinata militarmente. La comanda il maggiore Teruzzi. La compongono le rappresentanze di 36 fasci di combattimento e quelle di sette avanguardie studentesche. (...) In testa al primo plotone della colonna sta Benito Mussolini, con a lato Umberto Pasella, segretario generale dei fasci, l'industriale Besana e Marinelli, tutti del comitato centrale dei fasci. Mussolini  fatto segno a una speciale curiosit. Egli riceve dalla folla molti saluti.(1820)

Ed ecco la descrizione del Popolo d'Italia:

La colonna immensa e ordinatissima si snoda per centinaia e centinaia di metri lungo il percorso. Sono migliaia e migliaia, i fascisti. Lungo la strada infiniti altri si sono aggiunti ad aumentare i ranghi. Chiude l'interminabile colonna un gruppo di oltre un centinaio di signore e signorine fasciste.
Le corone sono portate a braccia.
Le migliaia di persone che compongono la colonna fascista marciano a capo scoperto. Sono quasi tutti giovani. Hanno dipinto sul volto il cordoglio e mia fierezza dignitosa traspare dal loro atteggiamento.
Marciano, a passo cadenzato. Dalle chiese vicine alle contrade percorse scendono, lenti, maestosi, gravi, i rintocchi delle campane. Un'austerit severa c' nell'aria, nei volti, nel silenzio stesso che pesa e incombe su tutti.
Mussolini  alla testa, con Pasella, Marinelli, Besana, Freddi, Rossi. La folla infinita che fiancheggia il corteo lo addita.
E poi la folla guarda attonita l'immensa fiumana dei fascisti.
Il gran pubblico che poco sa di politica ignora talvolta persino cosa sia il fascismo, chi siano i fascisti. Tal'altra regna l'equivoco e l'incomprensione.
Ora li vede, i bei battaglioni. Vede la balda giovent che ostenta il tricolore all'occhiello e che sul petto porta con orgoglio le decorazioni di guerra.
La folla, che sa o intuisce questo, la folla che forse pensa alla bieca e livida figura dell'assassino, la folla che non ignora di quante giovani vite il fascismo ha seminato la sua strada, vittime della stessa barbarie che ha massacrato coloro per i quali si fanno le folla si scopre al passaggio degli stupendi battaglioni fascisti, si scopre e ammira.
I fascisti, a capo scoperto, in belle quadriglie allineate, in compagnie marcianti con ordine e disciplina, passano gravi, silenziosi.
E la folla li guarda. E mormorii d ammirazione salgono lungo tutto il percorso.
Il dolore che l'immensa tragedia ha scolpito nel cuore e sul volto di ognuno trova un sollievo grande nel vedere questa giovent generosa e balda che - non ancora stanca, non ancora esausta - combatte sempre per un ideale grande, lo stesso per il quale ha combattuto ieri(1821).

Quanti sono i fascisti che partecipano alla sfilata? "Il numero dei partecipanti  certo superiore ai duemila" scrive La Sera(1822). "Imponentissima la colonna fascista, composta da molte migliaia di persone" scrive Il Secolo(1823), che il giorno dopo preciser: "La colonna fascista  composta da cento plotoni di circa 60 persone ciascuno, in tutto oltre 6.000"(1824). Anche l'Avanti!, nelle sue cronache,  costretto ad ammettere che i fascisti sono "numerosi"(1825). Il Popolo d'Italia scrive:

La sfilata di questi gruppi (...) dura pi di venti minuti (...). Il questore, che sorveglia l'ordine di sfilamento e attende che i fascisti siano passati per accodare ad essi le altre associazioni, si avanza ogni tanto verso la colonna e domanda: "Ancora fascisti?". "Ancora fascisti!" si risponde(1826).

Tra due fitte ali di folla il corteo attraversa Milano "mentre le finestre, lungo tutto il percorso, erano gremite di altra folla piangente"(1827) che gettava fiori sulle bare. Grappoli umani pendono dagli alberi tra il monumentale, Porta Volta e largo Cairoli. Altra gente si arrampica sui lampioni. Tutti i negozi sono chiusi. Caff e bar hanno le saracinesche semiabbassate. I portoni delle case sono aperti a met(1828).
Lasciato il piazzale del cimitero, il corteo ha imboccato via Ceresio. Poi ha percorso viale Volta e via Legnano.

Sui prati del Parco dinanzi all'Arena alcuni giovinotti stavano giocando al football. Smettono e si uniscono alla folla. C' gente di tutte le classi, di tutte le et. Vediamo donne del popolo tenere a mano in prima fila i loro bimbi: che vedano! Ci sono vecchi che non han voluto mancare, operai, signore, ragazzi a fiotti. Nella strada che pure  sconfinata perch si innesta con i suoi viali nel Parco pare che non si trovi pi posto(1829).

Dalla folla partono spesso imprecazioni contro chi os compiere l'orrenda strage. Si sente esclamare: "Povera piccola, ancora sorrideva! Lo strazio del suo corpicino gentile, la morte, non osarono far scomparire dalla sua faccina buona il dolcissimo suo sorriso."(1830)

Quando il corteo  in foro Buonaparte un aereo, partito da Taliedo, si abbassa sul viale. A non pi di cinquanta metri di quota rovescia sui carri una pioggia di fiori(1831).
Alle dieci tutti i tram delle linee che passano per via Dante, foro Buonaparte e Porta Volta si sono fermati lungo i binari, in attesa di riprendere servizio, trasformandosi in foltissime tribune l dove dominano un tratto del percorso(1832).
Alle undici il corteo sbocca in largo Cairoli. Qui

la massa di popolo  tale che  indispensabile trattenerla con cordoni di truppa. (...) In via Broletto funebri rintocchi accompagnano il lento incedere del corteo. Sono i bronzi della chiesa di S. Tommaso. La piccola chiesa  parata a lutto e in una grande leggenda, listata d'argento,  scritto: "Sulle vostre lagrimate spoglie - sentano gli uomini - l'orrore della violenza - la profonda fraternit dell'amore -proclamato con sublime sacrificio da Cristo"(1833)

"Milano non ha mai assistito a uno sfilamento cos impressionante" scrive Il Popolo d'Italia "e mai [una folla cos grande]  stata chiamata a raccolta attorno alle bare di vittime (...) immolate a un mostruoso e orrendo iddio, che da Mosca dirama ordini feroci."(1834)
Fin dalle dieci piazza del Duomo  affollatissima. Il capitolo metropolitano, composto di venticinque sacerdoti in cappa magna, si trova riunito davanti al portone principale del tempio. Due cordoni di fanti tengono sgombro un ampio tratto della piazza, dove le salme sosteranno brevemente per essere benedette dall'arciprete. " un cerimoniale assolutamente d'eccezione" noter il Corriere, della Sera "perch la consuetudine vorrebbe che le salme si portassero in chiesa: nelle tradizioni della nostra metropolitana non si trovano, a memoria d'uomo, precedenti."(1835) Mentre si attende l'arrivo del corteo da via Mercanti qualcuno crede di vedere Anna Kuliscioff al balcone dello studio di Turati, sull'angolo della galleria(1836).
Ore 11,20. La prima salma  davanti alla porta del Duomo. L'arciprete impartisce la benedizione, i suoi assistenti intonano le preci rituali. Lentamente il corteo fa il giro della piazza e torna indietro. La sua testa imbocca via Orefici ed  gi in piazza Cordusio quando l'ultimo carro funebre passa davanti al tempio.
Durante il viaggio di ritorno al monumentale avviene un incidente.

Il corteo aveva gi imboccato via Dante e i primi carri avevano oltrepassato via Rovello quando  stato notato un individuo che pare stesse ritto a un balcone col cappello in capo. La folla vicina ha cominciato a gridare "Gi il cappello". Le grida ripetute sollevano un primo momento di nervosismo. In quel momento, forse per tema di qualche tafferuglio, da un negozio si abbassa rapidamente una saracinesca: il rumore  scambiato per colpi d'arma da fuoco e in un baleno il panico si dissemina in piazza Cordusio e provoca grida e fughe specialmente di donne, che si riversano nelle vie laterali(1837).

L'Ardito scriver:

Un incidente causato da un mostro il quale non voleva togliersi il cappello al passaggio del corteo funebre provocava il panico nelle file dei giovani nazionalisti e nella folla la quale si dava a una fuga precipitosa mentre alcuni gridavano: "Una bomba! Una bomba!"(1838).

Il panico si allarga, a ondate, fino a via Mercanti e via Orefici. Continua il Corriere: "Si parla di bombe; c' chi afferma che hanno sparato. La colonna degli arditi si trova in quel momento in via Orefici", seguita da "quella dei fascisti all'altezza dei portici meridionali" di piazza Duomo.

Esse ricevono l'urto della folla che si sbanda urlando. Le donne strillano aiuto aiuto e si sparpagliano in tutta la piazza correndo in disordine. Nella fuga pazza qualcuna  travolta. La colonna fascista  cos investita che deve forzatamente scomporsi. Mussolini e gli altri suoi compagni cercano di arginare la fiumana e gridano: Non  niente! In ordine! Ricomponetevi! Ma la folla non intende ragioni. In un attimo anche tutta la parte meridionale della piazza resta evacuata dalla folla e i fascisti, scissi nel primo momento, si ricompongono lentamente.(1839)

Scriver L'Ardito:

Gli arditi ricevettero il primo urto che fu violentissimo. Donne, vecchi e bambini vennero travolti dalla moltitudine in fuga. I nostri, senza perdere [per] un istante il loro sangue freddo, si stesero a cordone lungo la via Orefici e lanciando il loro grido "A noi!" riuscirono a trattenere la valanga dei fuggiaschi(1840).

Il corteo  gi in via Orefici, scrive un altro giornale, quando

in piazza del Duomo, contro ai portici settentrionali, la folla ha uno scatto: un grido d'aiuto sale altissimo, subito seguito da grida di donne, da urla di bambini, da un fuggi fuggi disordinato, pazzesco. Molti cadono, sono travolti dalla folla, calpestati. Un urlo si leva dalle squadre dei fascisti che, non potendo precisamente rendersi conto di quanto sia accaduto, si lanciano a passo di corsa verso il punto ove la confusione  pi grande al grido di "A noi!" (...) Si tratta di un panico ingiustificato sorto per il rumore prodotto dal motore dell'aeroplano che volteggia sul corteo gettando fiori e che qualcuno ha scambiato nientedimeno che per il crepitare della fucileria, urlando: "Sparano, sparano!". La folla si riversa correndo per via Cappellani, per via Falcone, urlando come impazzita. In breve, per, dai fascisti e dai funzionari accorsi, la folla viene fermata, ricomposta (...) Ricompostisi per quattro le squadre dei fascisti, comandate dai loro capi, tra gli applausi della folla raggiungono a passo di corsa le bare(1841)

e il corteo riprende la sfilata.
Del comportamento tenuto in questa occasione - bilancio dell'incidente: undici feriti, il pi grave dei quali una donna con una gamba rotta - i fascisti meneranno gran vanto. "La piazza ondeggia, e fiotti di popolo si gettano per le vie di sbocco" scriver Il Popolo d'Italia. "I fascisti arrestano l'ondata, bruscamente: segnano il passo, e si avviano." Ancora:

Quando, in piazza, per un piccolo incidente, stava per propagarsi un grande panico e la gente fuggiva e si sbandava, e il rischio era grande, come sempre in tali occasioni, la colonna fascista non si  mossa. Le compagnie si sono arrestate segnando il passo... E questo ha valso a evitare forse una catastrofe perch la colonna ferma e tranquilla ha arginato i fuggenti, il suo contegno sereno e forte ha rassicurato la folla.
Passato il panico, dalle finestre, dai balconi, dalle fitte ali di popolo fiancheggianti il corteo  salito un applauso sincero, scrosciante per i fascisti, per il loro contegno, per la loro serenit.
Ma i fascisti hanno imposto il silenzio. Le salme erano poco lontane. E la folla ha interrotto l'applauso, ammirando, mentre dai balconi piovevano fiori sui loro ranghi(1842).

Intanto, verso le undici, davanti al famedio si sono raccolte le autorit. Alle 11,15 arriva dall'arcivescovado il vicario capitolare col suo seguito per l'ultima cerimonia religiosa. Dovr pazientare quasi un'ora perch la processione, attesa per le undici, sar di ritorno solo verso le 12,15. E

quando la lunga teoria dei carri colle corone e colle bare imbocca il viale Ceresio la colonna fascista, che a questo punto si compone di parecchie migliaia di persone, svolta per il viale e ritorna per via Volta, via Statuto, via Solferino, via Brera, via Monte di Piet.

 un'occasione da non perdersi, e Mussolini la sfrutta nel modo migliore. Abbandonato il corteo funebre, "a passo di marcia, con un ordine perfetto, una disciplina ammirevole, i fascisti sfilano silenziosi. Il maggiore Teruzzi comanda la colonna. Mussolini  in testa. La gente guarda. E ammira"(1843).
Lo dice anche il Corriere della Sera, che questa ammirazione condivide: "La marcia  avvenuta fra la pi viva curiosit della folla che ancora gremiva le strade"(1844). Una folla di cui il Popolo raccoglie i commenti: "Una delle esclamazioni che pi frequentemente si sono sentite ripetere da vecchie donnette del popolo, da giovani popolane, da persone di tutti i ceti, era questa: "Che bei giovani!...""(1845). La meta dei fascisti  via Monte di Piet, dove c' la loro sede.

Quando la colonna, lunghissima, giunge all'altezza di via Croce Rossa, un comando secco l'arresta. I fascisti sono fermi, immobili. Riempiono tutta la via Monte di Piet. Nel silenzio una voce altissima grida: "Per le vittime che attendono giustizia e vendetta, eja, eja, eja!". Un urlo possente sale da mille e mille petti, lacera l'aria, risuona altissimo, si propaga lontano: "Alala!"(1846).

Di questa marcia fino al centro di Milano, voluta da Mussolini a scopi puramente propagandistici, abbiamo anche una descrizione "dall'interno", di uno dei principali organizzatori, che l'ha rievocata in un libro di memorie lamentando di essere stato, in tale circostanza, oggetto delle critiche del suo capo. Racconta Cesare Rossi:

Arrivati alla sede del fascio (...), i fascisti desideravano una cosa sola: sciogliersi e prendere d'assalto i tram per andare a colazione, essendo le 13 passate. Ma Mussolini, che evidentemente non aveva appetito, volle che la colonna sostasse per essere da lui passata in rivista. Fu di malavoglia accontentato. Speravo che fosse finita quando mi disse che voleva tenere un rapporto ai capisquadra e ai presidenti dei gruppi rionali.
"Ma lascia andare con queste storie! Siamo tutti stanchi ed  tardi" obiettai. Mi rispose, severo e duro: "Quando si aspira a disciplinare una nazione  indispensabile abituarsi a queste cose". E va bene. Raccolti a fatica quella ventina di gerarchetti di quartiere che cercavano di squagliarsela nell'adiacente via Borgonuovo, Mussolini non si decideva a parlar loro. Li guardava, malcontento e accigliato, mentre camminava nervosamente di fronte ad essi.
"Cosa c' ancora che non gli va?..." dicevo ai pi vicini. L'ing. Postiglione, (...) pi addentro di me in faccende militari, mi disse: "Vuole che qualcuno dia l'attenti! e gli presenti la forza." Passai il suggerimento al capitano Negrini, comandante improvvisato di quelle ancora pi improvvisate squadre, e cos si plac l'ardore e il pignolismo militaresco di Mussolini. Il quale fece alcuni rilievi un po' critici, un po' elogiativi di quella prima parata fascista(1847).

Mentre in via Monte di Piet i fascisti attendevano che Mussolini si decidesse a passarli in rivista e davanti al "covo" di via Cerva si scioglieva la colonna degli arditi, nel piazzale del cimitero si era svolta l'ultima cerimonia religiosa per i morti del Diana.

Alle 13 e un quarto tutto  finito e la folla si  dispersa.  giunto allora al monumentale l'on. Luigi Luzzatti e saputo che le salme erano ormai rinchiuse nei frigoriferi vi si  avviato ugualmente dicendo: "Si pu sempre andare a levarsi il cappello davanti a tanto dolore!"(1848).

Cos Lusignoli descrisse le esequie a Gioiitti:

Funerali vittime scoppio Diana (...) sono riusciti imponentissimi. Sono intervenute molte associazioni patriottiche e scarso numero di rappresentanze associazioni aderenti confederazione lavoro. Nel gruppo delle autorit notavasi S.A.R. il Conte di Torino, senatori, deputati, sindaco di Milano, presidente del consiglio e deputazione provinciale. In seguito alla caduta d'un cavallo di vettura pubblica in piazza Cordusio si propag gran panico fra popolazione che sostava nella piazza predetta e in piazza Duomo e adiacenze, producendo un fuggi fuggi subito cessato dopo assicurazione ed esortazioni alla calma da parte dei funzionari, agenti e cittadini. Per tale incidente rimasero contuse leggermente circa quindici persone, mentre una donna di anni 65 riport frattura femore destro. Altro incidente lieve avvenne in via Dante per non aver fatto a tempo un cittadino a togliersi il cappello. Eccettuati questi lievi incidenti, tutto  proceduto col massimo ordine(1849).

Quella sera, concluse senza intoppi le esequie delle prime diciassette vittime, si recit in prefettura il minuetto dei ringraziamenti. Prima Lusignoli elogi il questore per l'ordine che era riuscito a mantenere. Poi ricevette una rappresentanza del comitato d'azione, che lo ringrazi a sua volta "per l'opera svolta allo scopo di comporre i dissidi intorno allo svolgimento della pietosa cerimonia"(1850). Dal canto suo il prefetto, visibilmente commosso(1851), "rese omaggio allo spirito di disciplina dimostrato nella circostanza dai rappresentanti dei vari partiti"(1852), tra i quali non erano certo compresi quelli di sinistra, "inneggiando alla concordia che deve regnare fra tutte le classi"(1853).
La stessa sera Lusignoli inviava a Giolitti tra. altro brevissimo messaggio:

Ho ricevuto ora rappresentanza del comitato sorto tra le associazioni patriottiche e politiche (fascisti, nazionalisti, liberali, ecc.) con la quale le discussioni in questi giorni non furono agevoli. Detta rappresentanza mi ha presentato suoi vivi ringraziamenti per la mia opera diretta a comporre un dissidio che sembrava insanabile. Ne do partecipazione a V.E. perch la cosa non  priva di significato politico(1854).

Il significato politico che il prefetto attribuiva ai ringraziamenti del comitato d'azione era certamente diverso da quello che oggi possiamo leggervi noi. Esprimendo a Lusignoli. la propria riconoscenza per la sua opera di "composizione" del dissidio, fascisti, nazionalisti, liberali e arditi non facevano che ringraziare il rappresentante del governo per averli delegati, nella pratica se non ufficialmente, al mantenimento dell'ordine come ausiliari della forza pubblica.
Il giorno dopo i funerali, commentando il saluto di Milano alle "vittime della scelleraggine e della stupidit anarchica", Il Corriere della Sera sottolineava "la frigidit dell'Italia ufficiale" davanti al suo lutto e al suo dolore:

Il governo non s' fatto vivo. Non un telegramma al suo rappresentante o al primo magistrato cittadino per esprimere simpatia con l'unanime sentimento del popolo milanese. La tragedia  stata per palazzo Viminale un semplice fatto di cronaca poliziesca. Se ieri mattina prima dei funerali non si fosse conosciuto il telegramma con cui il re incaricava il conte di Torino di rappresentarlo alla triste cerimonia, si sarebbe creduto - come si pot credere per quattro giorni - che tutte le comunicazioni fossero interrotte irreparabilmente fra Roma, Cavour e Milano. Non un ministro ai funerali.  sembrato sufficiente il prefetto, che certamente ha avuto il merito di sentire subito tutto il valore del tragico avvenimento ma che , il suo ufficio, il testimone presente di ogni sorta di cerimonia. Ci siamo ricordati dello stato perch a spese dello stato - non per uno spontaneo pensiero di omaggio, s bene per superare dissensi di partito assai dolorosi nella presenza di diciotto cadaveri d'ogni classe di cittadini - sono stati fatti i funerali.

Ma il lutto cittadino  stato lutto nazionale, nonostante l'assenteismo del governo, "e chi ha assistito allo sfilare del mestissimo corteo (...) ha dovuto intendere che non la piet soltanto aveva mosso e ispirava la solenne moltitudine ma il desiderio di attestare la condanna civile del pi esecrabile dei delitti. Quello spettacolo era, nel pi nobile senso dell'abusata parola, una dimostrazione; e quella dimostrazione era un giudizio"(1855).
Qualcuno, come L'Ordine Nuovo, sembra non averlo inteso(1856). Lo ha invece inteso fin troppo bene Mussolini, che prima si  servito dell'occasione per presentarsi alla cittadinanza nei panni dell'uomo d'ordine, pronto a occupare il vuoto lasciato dal governo, e che poi, senza peli sulla lingua, riformula il programma sul quale conta di avere l'appoggio di tutti coloro che la strage ha piombato nel terrore:

S. Quella di ieri  stata la prima giornata di tregua dopo le turbinose lotte di due anni.
(...) Gli allarmisti e i pusillanimi che temevano chiss quali altre catastrofi per il fatto che due schiere nemiche si raccoglievano contemporaneamente attorno alle bare degli uccisi devono essersi convinti della vacuit delle loro apprensioni, mentre noi ci siamo persuasi che quel ch' stato possibile oggi, davanti alla Morte, pu essere, qualora lo si voglia, pi possibile ancora davanti a tutte le manifestazioni della Vita. (...)
Noi, come abbiamo dichiarato e ripetuto le mille volte, siamo pronti a modificare la nostra linea di condotta e non chiediamo che una cosa sola: una pi intelligente comprensione del nostro movimento. Abbiamo dinanzi a noi un partito socialista che sembra deciso a liberarsi dalla massacrante zavorra russa e a rientrare nelle vecchie strade: se questo orientamento nuovo  veramente sincero e non  dettato da meschine preoccupazioni del momento,  chiaro che il nostro atteggiamento dovr cambiare e adattarsi alla nuova realt. Abbiamo di fronte il neo-partito comunista, il quale ha il coraggio ribaldo e criminale di assumersi la solidariet morale cogli assassini del Diana. Bisogner combatterlo senza quartiere. Altrettanto dicasi degli anarchici. Questa battaglia che continuiamo, spostando bersaglio e vigilando sempre sugli avversari di ieri, questa battaglia non ci pone contro alle masse operaie. Tutti questi partiti sovversivi non sono in realt che escrescenze parassitiche che vivono succhiando il sangue alle masse laboriose del popolo italiano. La nostra , quindi, una battaglia di liberazione(1857).


UNA COMODA FANDONIA

Tra gli anarchici resisi irreperibili subito dopo lo scoppio della bomba c'erano i tre attentatori. Mariani non spiega, nelle sue memorie, come apprese la notizia della strage. Dice solo che prov un'emozione indescrivibile e che inve, come pi tardi avrebbe fatto in tribunale, contro coloro, e "fra i primi i magistrati inquirenti del processo Malatesta", che ne erano stati "la causa principale". Mariani allora non fu nemmeno sfiorato dal dubbio di poter essere stato, senza saperlo, soltanto una pedina manovrata da qualcuno. N il sospetto gli balen trent'anni dopo, quando scrisse e pubblic le sue memorie(1858). Solo da vecchio, forse per un inconscio desiderio di riabilitazione morale, cominci a credere che potesse esserci qualcosa di vero in ci che avevano scritto, senza troppo convincere, gli assertori di un aperto "complotto della polizia".
Violando ogni accordo precedente e contravvenendo alle pi elementari norme di prudenza, quella notte la prima a raggiungerlo, nella casa di Virginia Carelli, fu la Melli, che gli parve "veramente fuori di s". Poi arrivarono gli altri: Aguggini, Boldrini e infine anche Sante Creatini, mosso dalla paura di essere arrestato perch lavorava a Umanit Nova. Tutti i propositi della sera prima erano stati dimenticati.

Cos che io, tornando a Mantova, dovetti lasciarmi seguite da loro tre insieme al buon Creatini, che qualche giorno dopo doveva essere arrestato a Mantova e pi tardi inviato ai processo con noi sotto l'imputazione di essere stato l'anello di congiunzione fra noi del Diana e quelli che si riunivano in via Casale. Boldrini e Aguggini dopo un paio di giorni partirono alla volta della repubblica di San Marino, mentre la Melli per la stessa destinazione partiva dopo qualche giorno ancora(1859).

Saputo del "macello" davanti al Fossati, Perell si vide improvvisamente costretto a cambiare il suo programma.

Arrivo fin quasi davanti a casa mia, e li sull'angolo del rond Cagnola c'era una trattoria. Domando se c' posto. "S, una camera a due letti. Se vuole..."
Vado su, al terzo piano. E chi ci trovo? Quell'altro che era in carrozza con noi, l'amico di Macchi, lo "sconosciuto". Gli dico: "Guarda che dev'essere successo qualcosa di serio perch..."
"Be'," fa lui, "ora dormiamo. Domattina vieni con me, che ti porto in Svizzera."
"Ma guarda che sono in bolletta, mica posso allontanarmi da Milano."
Cos sono rimasto. Riesco a mettermi in contatto con mio fratello e gli dico: "Va' da Rizza, che ha la cassa per le vittime politiche, e fatti dare un po' di soldi, perch dopo quello che  successo io devo sparire per un po'".
Bell'idea. Lui ci va, tranquillamente, e la polizia te lo schiaffa in galera.
Ecco una nuova angustia. Per qualche giorno resto tappato in casa. Poi mia madre, che montava la guardia con me, una volta mi fa: "Guarda che devo uscire. Sta' attento, eh!".
"Ah," dico "non sto mica in casa, io." Piglio una sedia e mi piazzo sul ballatoio, a met tra il mio piano e quello di sopra, e sto l a leggere. Sono cos preso dalla lettura che neanche mi accorgo dei due poliziotti che salgono le scale.
Sento uno che dice: " chiuso". Guardo. "Orca! Sono qui per me." Mi alzo, vado su. Il quarto, il quinto piano. Poi c' un cornicione che unisce, ad angolo, la mia casa a quella vicina. Vado in terrazza, scavalco la ringhiera, salgo sul cornicione - sar stato largo cos - passo di l, scavalco e vado a trovare certi amici che stavano nell'altra casa. I poliziotti, dopo un po', se ne vanno. E ancora una volta l'ho fatta franca(1860).

Senza soldi, Perelli va a Gallatale. Sperava di trovarvi Macchi, ma l'amico  irreperibile. Allora prova a Novara, dove c' un diffusore di Umanit Nova. E qui ha pi fortuna.

Gli spiego che sono il tale, ricercato per il fatto di Milano, e lui mi fa: "Va be', ora vediamo. Troveremo il modo di farti andare via".
E io penso: "San Marino, vado a San Marino. A San Marino sono in una botte di ferro. Mica possono venirmi ad arrestare l"(1861).

La mattina del 24 marzo Parrini lesse sull'Avanti! la notizia di un fallito attentato al giornale socialista e rimase esterrefatto(1862).

Questo pensiero, abilmente espresso con una forma leggermente dubitativa, acquistava nelle sue colonne il valore della verit indiscussa. Se l'Avanti!, la cui funzione era sempre stata quella di negare sistematicamente l'importanza, o addirittura la consistenza, delle accuse che potevano comunque nuocere ai sovversivi militanti in qualunque campo, formulava, una volta tanto, precedendo tutti, un'accusa (...) quell'accusa acquistava un significato e una fondatezza che nessun quotidiano d'ordine le avrebbe mai potuto dare (...)(1863).

Incontratosi con Frasio nel solito caff di via Cavallotti, Parrini gli narr la vera storia della carrozza misteriosa. L'impiegato dell'Avanti! cadde dalle nuvole. Ma un fattorino raddoppi le apprensioni dell'anarchico assicurandogli che Pietropaolo, tratto dal Naviglio e portato al giornale, aveva chiesto: "Dov' Parrini?"(1864).
Quel pomeriggio, nel suo caff, Cesani lo sent deprecare l'accaduto(1865). Alle 14 Parrini ebbe un altro colloquio con Frasio, al quale disse che se dopo quanto era successo la direzione dell'Avanti! non gli avesse riconfermato la sua fiducia si sarebbe visto costretto a declinare l'incarico affidatogli. Per tutto il giorno, temendo di essere riconosciuto dagli uomini del cordone, non os avvicinarsi alla sede del giornale. La domanda di Pietropaolo continuava a ronzargli nella testa. E se l'avesse udita qualche poliziotto?(1866).
Quella sera Frasio lo raggiunse nel solito caff. Aveva parlato con i dirigenti i quali, a suo dire,

erano ricorsi all'espediente della versione dell'attentato per motivi di tattica contingente. In quel momento d'esplosione della commozione pubblica, che colpiva - senza distinzione di gradazioni politiche - tutti i centri sovversivi, all'Avanti! tornava oltremodo comoda la storiella dell'attentato, che l'associava alle vittime e gli assicurava l'incolumit.

Nessuno per dubitava della lealt di Parrini e nessuno voleva che egli rinunciasse all'incarico. Rassicurato, due ore dopo questo colloquio Parrini - che a Frasio e a Luigi Gavesti, un altro impiegato dell'Avanti!, aveva espresso la pi viva disapprovazione per la strage(1867) - prendeva il treno per andare a trascorrere le vacanze di Pasqua in famiglia(1868).
Il 29 marzo, rimettendosi al lavoro, Parrini scriveva a Frasio, da Verona, di aver passato una "Pasqua terribile".

Io sono ancora qui che mi domando chi mai avesse quella bomba. Se non l'avessi vista con i miei occhi, attribuirei anche questa a un parto della fantasia della questura e dei giornalisti.
Ma la bomba c'era sul serio. E non so chi m'abbia trattenuto dal domandare alle guardie regie cosa fosse accaduto tra loro e i miei compagni di vettura.  stato un attimo. Avevo appena pronunciato con una guardia rossa l'esclamazione: "Macch i fascisti!" (lei ricorda che si credeva trattarsi sulle prime di fascisti) e gi mi disponevo ad allargare l'esclamazione quando sentii che la guardia regia aveva trovato sulla carrozza una bomba. Non so chi mi abbia tappata in tempo la bocca; che altrimenti avrei anch'io sulle spalle un'accusa tanto mostruosa.

Il ricordo di quella sera l'ossessiona. Il desiderio di costituirsi per dimostrare l'innocenza dell'amico imprigionato cozza in lui con la paura di essere coinvolto nella strage del Diana.

Sento che i giornali battono ancora sulla comitiva della carrozza facendola ascendere al numero di tre. Come gi le dissi, eravamo invece in quattro. Questa circostanza mi fa comprendere due cose: che le guardie regie non notarono il mio passaggio dallo sbarramento e che Pietropaolo non sorte dal suo mutismo.
Povero ragazzo! Egli conter indubbiamente sulla solidariet e sulla verit. Non so francamente cosa fare. Per ora, almeno. Da una parte vorrei presentarmi e mettere senz'altro in chiaro le cose. Da un'altra penso con ispavento alla possibilit di essere travolto dallo stesso vortice. La mia situazione, fra il dovere e il pericolo, appare spaventosa. E la bomba? Ma dove, ma chi l'aveva?
Senta una cosa, Nino. Parli a Clerici per conto mio. Egli  avvocato e anche amico nostro. Gli prospetti il caso. Non dimentichi di dirgli che io quella sera incontrai casualmente i tre che poi mi seguirono sulla carrozza. Aggiunga che ero con loro fin da una mezz'ora prima dello scoppio, che per questo ho l'assoluta certezza dell'innocenza del Pietropaolo, e che ad ogni costo intendo (...) salvarlo dall'ergastolo. Quando gli avr spiegato come la storia dell'attentato all'Avanti! non sia nient'altro che una fandonia, lo preghi di non fare parola con alcuno. Rinnovo anzi anche a lei la preghiera di tacerne con quelli della redazione: in questi giorni di follie reazionarie per l'Avanti! questa bubbola costituisce un ottimo salvacondotto. Continui pur dunque Bastiani nella sua campagna in perfetta buonafede: la verit a suo tempo verr consacrata.

Nella stessa lettera Parrini comunicava a Frasio quali sarebbero stati i propri spostamenti. Dopo una visita a Trieste e in altre localit, egli contava di essere nuovamente a Milano verso il 10 o l'11 aprile.

Non credo che la questura mi ricerchi, pur sapendomi un romantico dell'anarchismo; a meno che Pietropaolo, in vista della sua situazione disperata, non abbia invocata la mia testimonianza(1869).

Allarmati dalla sua intenzione di costituirsi, dall'Avanti! telefonarono a Parrini che l'avv. Clerici lo sconsigliava nettamente dal fare un passo del genere. Poi, a Verona, gli arriv una lettera di Frasio con l'identica raccomandazione(1870). Intanto l'anarchico, temendo che Pietropaolo si fosse fatto sfuggire un accenno alla sua presenza nella carrozza, aveva cambiato nome(1871). L'espediente non gli serv. La sera del 9 aprile, tradito da un tizio al quale aveva incautamente confidato le proprie inquietudini, Parrini veniva arrestato a Verona(1872).

La notte dell'attentato Eugenio Macchi dorm nell'officina(1873). Pochi giorni dopo veniva arrestato a Cedrate. Al processo dir: "La mia innocenza  cos evidente che rinuncio ai testimoni"(1874).
La mattina del 24 marzo, recatosi al giornale, Federico Ustori trov la redazione devastata. La tipografia, invece, era intatta. Dopo aver composto tre pagine, vedendo che i redattori non venivano, Ustori sospese l'attivit. Verso le 11 seppe delle retate e, con alcuni compagni di lavoro, and alla Camera del lavoro per informare il proprio sindacato(1875). Pi tardi, incontrando per la strada la madre di una bambina alla quale dava lezioni di francese, le disse che era ormai disoccupato(1876). Per quindici giorni rimase a Spino d'Adda con la compagna e il bambino. Ma quando seppe che lo accusavano della strage, e che la polizia era andata a cercarlo a casa sua, si diede alla latitanza. "Tristi giorni" ricorder. "Tutti si rifiutavano di darmi alloggio per non assumere responsabilit."(1877) Finiti i pochi soldi che gli restavano, Ustori decise di espatriare. Il 2 giugno, a Montemerlo, si incontrava con Silvio Biscaro. L i due si accordavano per passare clandestinamente il confine svizzero(1878).


"L'ANARCHIA HA BUONE SPALLE"

Il 25 marzo 1921, alle 10 del mattino, la sezione d'accusa della corte d'appello di Milano pronunciava finalmente la sentenza nel processo contro Errico Malatesta, Armando Borghi, Cesare Quaglino e altri diciannove imputati a piede libero (Virgilia d'Andrea, Carlo Frigerio, Francesco Porcelli, Dante Pagliai, Mario Perelli, Luigi Damiani, Cesare Norsa, Cesare Agostinelli, Nella Giacomelli, Fioravante Meniconi, Luigi Fabbri, Pasquale Binazzi, Roberto Rizza, Michele Fracchia, Emilio Spinaci, Vittorio Biotto, Ettore Molinari, Mario Baldini e Riccardo Asperges).
Tutti gli imputati venivano assolti per insufficienza di prove dall'accusa di cospirazione, "non restando" scrisse Il Secolo "che un'attivit delittuosa per ottenere il sovvertimento del presente ordine politico-sociale, ch' nell'animo di tutti coloro che aspirano a un diverso e per loro migliore assetto sociale"(1879). La sezione d'accusa rinviava Malatesta al giudizio della corte d'assise ".per dodici distinti reati contro i poteri dello stato, per istigazione a delinquere, per incitamento all'odio tra le classi sociali, per istigazione a mutare violentemente la forma dello stato"; Borghi "per gli articoli sovversivi pubblicati nel giornale Guerra di classe"; Quaglino "per incitamento a commettere delitti contro lo stato"(1880). Sempre alla corte d'assise erano deferiti Pagliai, che come gerente di Umanit Nova doveva rispondere della pubblicazione di ben quarantatr articoli sovversivi, e Mario Baldini, dell'Unione sindacale, per alcune frasi pronunciate durante un comizio svoltosi a Pontassieve il 26 marzo 1920(1881). Con Fracchia e Pagliai, Malatesta era rinviato anche al giudizio del tribunale di Milano "per aver voluto mettere in vendita (...) Umanit Nova al prezzo di centesimi 10" e a quello del pretore urbano "per la pubblicazione fatta nel giornale del programma di una lotteria a favore del giornale stesso"(1882).
Con la stessa sentenza la sezione d'accusa concedeva la libert provvisoria a Quaglino, che veniva immediatamente scarcerato(1883), negandola invece ai suoi due compagni. Infatti, spiegava il dispositivo, Quaglino non era mai stato condannato per reati della stessa indole di quelli attribuitigli. Non cos Borghi e Malatesta, che perci non potevano godere del beneficio accordato al compagno. " bens vero" proseguiva la sentenza "che le condanne furono amnistiate, ma vietando la legge che venga concessa la libert provvisoria ai gi condannati per un determinato reato, quando, come nel concreto, queste condanne sieno avvenute, non pu l'amnistia togliere di mezzo il fatto materiale della condanna, se pure ne cancella tutti gli effetti."(1884) Commentava L'Ordine Nuovo:

La prima impressione che suscita il documento giudiziario  quella di essere tardivo. I giornali della sera lo riproducono senza una riga di commento. Ma non pu sfuggire a nessuno l'enorme responsabilit che la magistratura milanese si  assunta con l'inqualificabile lentezza con cui ha imbastito il suo atto d'accusa. E poich generalmente si suole considerare l'attentato del Diana come una protesta anarchica motivata appunto da questo ingiustificato ritardo, sorge spontanea l'esclamazione che se la sua emissione fosse stata anticipata di pochi giorni soltanto la dolorosa tragedia non sarebbe avvenuta. (...)
Gli operai leggevano da mesi e ogni giorno in Umanit Nova l'insistente, quanto vano, invito ai giudici di concludere una buona volta l'istruttoria e avviare il processo alla sua soluzione. Magistratura e governo sono stati sordi a ogni appello e solo all'ultimo, quando i tre detenuti, troncando ogni indugio, affrontarono il sacrificio del digiuno, il ministro Fera, blandamente, e senza troppo impegnarsi, si decise a fissare come termine massimo alla fine dell'istruttoria il mese di marzo.
Ma quale fiducia possono riscuotere le promesse di un ministro? (...) Cos la sentenza ritard fino al punto di portare alla pazzia pi tragica lo stato di esasperazione che si era andato creando fra coloro che pi fervidamente seguivano le vicende del processo, esasperazione che era giunta al suo parossismo nei giorni in cui un imminente, grave pericolo minacciava i compagni imprigionati.
E i giornali, che nei loro commenti parlano oggi del nume digiunatore satollo di sangue umano e soddisfatto dell'orrendo macello che la sua protesta ha suscitato, non mai intervennero prima per reclamare giustizia, o magari soltanto il processo che disperatamente gli accusati chiedevano.
Certo la strage  stata orrenda (...) certo queste aberrazioni urtano contro i metodi e la tattica nostra (...) Certo non  umano colpire gli estranei all'aspra contesa di classe, come scrivono i nostri nemici, implicitamente ammettendo che umano sia colpire direttamente i responsabili. Ma a tragedia avvenuta, che valgono le invettive contro i folli sanguinari, quando una sola parola detta in tempo avrebbe impedito l'atto funesto?(1885)

E Malatesta che pensa della strage? Alla fine di marzo Malatesta  sempre in carcere, e dal carcere  meno facile far udire la propria voce che dai banchi di un parlamento o dalla redazione di un giornale. L'opinione pubblica sa che l'agitatore e i suoi due compagni sono rimasti profondamente scossi dalla notizia dell'eccidio e hanno sospeso lo sciopero della fame. Sa che la sentenza della sezione d'accusa li ha assolti dal reato pi grave, la cospirazione contro i poteri dello stato. Sa che il giovane Quaglino  stato scarcerato. Sa che a Borghi e a Malatesta, con una discutibile interpretazione della legge,  stata invece negata la libert provvisoria.
La spessa cortina di silenzio che avvolge San Vittore si squarcia dopo un incontro tra i due anarchici rimasti in carcere e i loro difensori. Il 1 aprile l'Avanti! pubblica un articolo di Francesco Buffoni. "Dovevo" spiega il legale socialista "in nome anche degli altri avvocati difensori, prospettare loro l'opportunit di ricorrere in cassazione contro la decisione della sezione d'accusa, che con evidente ingiustizia, erroneamente interpretando lo spirito e la lettera della legge, ha negato la libert provvisoria."
Pur essendo tutt'altro che invalidi, gli argomenti di Buffoni hanno provocato "uno scatto" in Malatesta, che alla fine del colloquio ha pregato il difensore di rendere pubblica la seguente dichiarazione:

Non intendo ricorrere in cassazione perch desidero che malgrado tutto - anche se il momento e l'ambiente non sono favorevoli - il processo si discuta al pi presto. Intendo cogliere l'occasione per esprimere una chiara protesta contro le accuse che a proposito del delitto del Diana si lanciano contro gli anarchici. I giornali parlano di attentato anarchico. Ebbene io ci tengo a dichiarare che quel triste fatto non pu aver niente a che fare con le idee anarchiche. Quell'orribile gesto di massacro non corrisponde, anzi  contro, alla dottrina e alla tattica anarchica. Gli anarchici sono per la insurrezione armata contro lo stato capitalistico, contro il governo borghese, al fine di instaurare un ordine sociale nuovo, di formare una societ di giustizia e di libert, ma restano assolutamente contrari alla piccola o grande violenza individuale, alla vana guerriglia contro le persone, alla inutile strage. Io ricorder ai miei giudici e al popolo le antiche e le recenti mie polemiche contro gli atti terroristici individuali, contro il ravasciolismo, contro il cosiddetto banditismo rosso, contro la propaganda col fatto. L'umanit nuova non si prepara, non si costruisce con azioni selvagge e pazzesche, uccidendo donne, bambini e pacifici spettatori in un ritrovo popolare. Anch'io qualche volta mi recavo al teatro al Diana. Neanche come rappresaglia ad altre violenze pu esser compreso quell'attentato. Se tu hai colpito me io risponder colpendo te, non mai facendo del male a un terzo che non sa niente delle nostre querele, che vi  perfettamente estraneo. La morale anarchica deve essere una morale superiore, non scendere alla barbarie. Se coloro che hanno compiuto l'opera di distruzione e di sangue dovessero o volessero chiamarsi anarchici, restano per sempre degli individui che non sanno che cosa  l'anarchismo.

Alla dichiarazione del vecchio agitatore, che "parlava con forza e con animazione", si associa Armando Borghi. Attraverso l'avvocato Malatesta prega poi Luigi Fabbri, il "ben noto scrittore libertario", di raccogliere i testi che egli intende presentare ai giurati per documentare che "questi non sono pensieri di oggi, dettati da ragioni di momentanea convenienza".
" la verit" ribadisce Buffoni. "Tutti i teorici dell'anarchismo hanno sempre deplorato la follia degli attentati individuali." Per questo egli ha accettato di portar fuori dal reclusorio "la sincera voce di un antico, onesto e fervido combattente, che una vita intera ha sacrificato al proprio ideale"(1886).
Pur essendo Malatesta contrario al ricorso in cassazione, i suoi difensori, dopo averci ragionato su, "si trovarono d'accordo nel ritenere opportuno, e anzi necessario, di convincere l'agitatore" a presentarlo:

sia per l mancata scarcerazione, negata col pretesto che i due detenuti non avevano diritto alla libert provvisoria perch altra volta condannati per reati politici (...), sia perch si giudichi sulla sussistenza degli estremi giuridici dei reati che sono stati imputati ai due detenuti.

Lasciatosi convincere a malincuore, Malatesta firmava il ricorso la sera del 1 aprile(1887).
Due giorni dopo, tirato in ballo dall'amico attraverso l'articolo di Buffoni, Luigi Fabbri, in una lettera spedita all'Avanti! da Bologna, cercava di "stabilire la posizione degli anarchici - non da oggi, ma da trent'anni e pi - di fronte (...) al torturante problema della violenza" e di chiarire il pensiero di Malatesta, "che  sempre stato uno di quelli che han protestato pi forte contro ogni atto non guidato dalla ragione, dallo spirito di giustizia e dall'amore per gli uomini".
La prima testimonianza prodotta dal maestro di Corticella  quella di un "avversario accanito delle dottrine anarchiche", Ettore Zoccoli, "il quale per ha il merito di congiungere ad una confutazione aspramente ostile dell'anarchismo una documentazione onesta e per quanto gli  stato possibile completa". Nel suo libro(1888) Zoccoli riproduce, di Malatesta, un articolo apparso nel 1892 sulla rivista parigina En-dehors:

Siamo rivoluzionari per amore degli uomini; n colpa nostra  se la storia ci ha costretti a questa dolorosa necessit; ma soprattutto rispetto alla rivoluzione occorre tener conto dell'uso del minimo mezzo, del pi parsimonioso, giacch il dispendio si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le spaventevoli condizioni materiali e morali in cui si trova il proletariato per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, persino di ferocia che potranno prodursi. Ma altro  spiegarli, certi eccessi selvaggi, altra cosa  l'ammetterli. Non sono questi gli atti che possiamo accettare, incoraggiare, imitare.
Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo anche sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessit. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando occorre ma evita d'infliggere inutili sofferenze; insomma dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell'amore degli uomini, di tutti gli uomini.
Ci sembra che questo sentimento d'amore sia il fondo morale, l'anima del nostro programma; ci sembra che solamente concependo la rivoluzione come il grande giubileo umano, come la liberazione e la fratellanza di tutti gli uomini, qualunque sia la dasse o il partito al quale hanno appartenuto, il nostro ideale potr realizzarsi. La ribellione brutale si produrr certamente e potr- anche servire a dare l'ultima spinta che deve atterrare il sistema attuale; ma se non trovasse il contrappeso dei rivoluzionari che agiscono per un ideale si divorerebbe da se stessa. L'odio non produce l'amore; per mezzo dell'odio non si rinnovella il mondo. E la rivoluzione dell'odio o fallirebbe interamente o farebbe capo a una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchia, come si chiamano liberali i governi attuali, ma che non sarebbe meno un'oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

Cinque anni dopo, sull'Agitazione di Ancona, cos Malatesta ancora si esprimeva:

L'atto di rivolta collettivo, a priori, a parit di circostanze,  pi importante dei fatti individuali; ma sarebbe illogico misurare la bont di un atto dal numero di quelli che l'hanno compiuto. Noi protestiamo contro certi fatti che ci sembrano cattivi e dannosi perch sono quei tali fatti, e non gi perch sono stati commessi da un uomo isolato. Cos, per esempio, io disapprovo l'attentato al caff Terminus (...) perch mi pare ingiusto, feroce, insensato, intendendo con ci di giudicare, non le intenzioni e la personalit di Henry, ma l'atto obbiettivo nella sua portata sociale, cio sul bene o sul male che poteva produrre agli altri uomini.

 bene ricordare, aggiunge Fabbri, che l'attentato allora deplorato da Malatesta come "ingiusto, feroce e insensato" era appunto del genere di quello del Diana, bench le sue conseguenze fossero state infinitamente meno gravi. N Malatesta aveva mutato avviso col passar del tempo. Recentemente, sia nei Temps Nouveaux di Parigi che nell'anconetana Volont, egli era insorto contro chi attribuiva carattere anarchico alle gesta della banda Bonnot, rilevandone al contrario gli effetti antisociali e antianarchici. Questi fatti di violenza, secondo lui, erano un portato dell'ambiente sociale. Se alcuni tra gli anarchici se ne erano resi autori, avevano agito cos non a causa delle loro idee anarchiche ma malgrado queste idee. Certo, aggiunge Fabbri, possono esservi anche degli anarchici che esprimono opinioni diverse. Ma

invano si cercherebbe nell'ampia letteratura anarchica, da Bakunin a Malatesta, da Kropotkin a Reclus, dalla Michel a Gori - come nelle varie dichiarazioni di principio o programmi e nei resoconti dei molti congressi anarchici - una pagina sola, una sola parola che si possa conciliare con certi atti di terrorismo cieco come quello di Milano (...).(1889)
...
.
...
FINE PARTE 2.